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Il processo Pistorius

L'unico giornalista italiano presente in aula per tutto il processo racconta a lungo l'ultimo anno e mezzo di Oscar Pistorius.

Alle 03.17 del giorno di San Valentino, a qualsiasi latitudine ci si trovi, gli scenari ipotizzabili per una coppia ventenne, qualunque sia il suo orientamento sessuale, sono sostanzialmente due. L’apice di un amplesso dopo una notte di champagne e bollicine oppure l’indifferenza distesa su due lati opposti di uno stesso letto. Poi c’è la terza via, che al contrario della “Third Way” clintoniana non va alla ricerca di una posizione intermedia. Tutt’altro. Vuole l’estremo, il radicale, un non ritorno. È la via scelta da Oscar Pistorius, il primo atleta al mondo a correre un’Olimpiade con due protesi al posto delle gambe. Una via di sangue, di rimorsi, forse anche di passione, perché quando scarichi quattro colpi di pistola, il giorno degli innamorati, addosso alla tua fidanzata, Reeva Steenkamp, ci deve essere “un qualcosa” che ti ha ferito nel profondo. “Un qualcosa”, che a 17 mesi di distanza dal delitto, ancora non sappiamo e, molto probabilmente, non sapremo mai. In un omicidio senza testimoni, la verità, a prescindere dalla giustizia, la conoscono in due: la vittima e il carnefice. Entrambi la portano con sé ad infinitum. La prima nei fondali dell’Oceano Atlantico, dove le sue ceneri sono state disperse, il secondo nella sua coscienza, la peggiore nemica di un omicida. Ma Oscar Pistorius è davvero un omicida? Davvero ha sparato per uccidere la fidanzata-modella? O si è trattato di «un drammatico incidente» come lo ha definito l’atleta sudafricano? Davvero si può scambiare la fidanzata per un presunto ladro, proprio la notte di San Valentino?

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Johannesburg, Sudafrica. 14 febbraio 2013. Prime ore di una mattina di piena estate australe. La Coppa d’Africa di calcio, che avevo raccontato per il canale TvSky Sport 24 era terminata da quattro giorni. Poche idee e confuse. Gli occhi, ancora socchiusi. Finché, in lontananza, sento una voce femminile, dolce, ma decisa. «Fermiamo il telegiornale e andiamo a collegarci con Pretoria» (la capitale sudafricana, 60 km da Johannesburg). Era una delle giornaliste della Bbc che lanciava una breaking news. Una frazione di secondo e tutte le possibili calamità terrestri mi sono passate per la testa. Mai avrei potuto immaginare che Oscar Pistorius avesse sparato alla sua fidanzata. In quell’istante molte vite sono cambiate. Anche la mia. Una magnitudo da 3,3 milioni di cinguettii su Twitter, la scala Richter del ventunesimo secolo. Erano vent’anni, dall’elezione di Nelson Mandela presidente, che la “Rainbow Nation”, non tornava prepotentemente nelle cronache mondiali. È bastato poco per capire che sarebbe stata la storia dell’anno. L’eroe caduto in disgrazia. Il mito che crolla. Il modello trasformato in cattivo esempio. La gelosia. Un sospetto tradimento. La violenza di genere. L’efferatezza del crimine. E, poi, un fattore troppe volte dimenticato nelle cronache. La fine di una vita. La morte di Reeva Steenkamp, una bellissima 29enne che si stava affacciando, forse ingenuamente, alla ribalta del successo e della popolarità grazie alle prime foto scattate con il nuovo compagno. Non uno qualsiasi, ma Oscar Pistorius, colui che aveva stregato il Sudafrica e il mondo con un’impresa umana e robotica allo stesso tempo: correre a livelli agonistici senza gambe. Spesso per scrivere grandi storie bisogna avere pazienza e fiuto. A volte, invece, si deve solo essere pronti ad evitare il macigno che ti sta per colpire. E la sua entità la capisci davvero quando vedi il solco che ha lasciato.

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Silver Woods Estate. Pretoria Est. Per me un nome vittoriano dove corrono cavalli, per i più informati il luogo del delitto. Ci arrivo con un taxi e l’esserci arrivato, dato lo status della macchina, fa già presagire che sarà la mia Storia. Nell’ora di viaggio che mi ci ha portato cerco di raccogliere tutte le informazioni possibili su Oscar e Reeva. Sconosciuta ai più la seconda. Impossibili da indicizzare, per eccesso, i riferimenti al primo. Sapevo chi era Pistorius, lo avevo visto tante volte correre in Tv. Era un “personaggio”. Per questo, nella mia agenda, era finito nella lista “da intervistare”. Mi mancava un dettaglio non da poco. Si allenava in Italia. Il secondo fattore che era la mia Storia. Mura alte tre metri, filo elettrico per scoraggiare i malintenzionati. Una normalità fin qui. Almeno per quel Sudafrica bianco e ricco che vive barricato in Fort Knox locali per paura di essere assaltati dall’“uomo-nero”. Fuori dal condominio, un misto tra false ville palladiane e grotteschi remake hollywoodiani, un nugolo di giornalisti. In mezzo a loro una donna. L’agente di polizia Denise Beukes. «Un corpo di donna è stato ritrovato senza vita all’interno della casa del famoso atleta Oscar Pistorius, che è stato portato in commissariato con l’accusa di omicidio intenzionale». In giuridichese era arrivata la conferma. Mentre i media mondiali rilanciano la notizia, il corridore sudafricano è sotto interrogatorio.

«Ho sentito un rumore provenire dal bagno, pensavo fosse un ladro, mi sentivo vulnerabile».

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15 febbraio 2013. Il giorno dopo. Tribunale di Pretoria. Stessi occhi stropicciati del giorno prima, stavolta dalle poche ore di sonno. Mentre scientifica ed esami balistici fanno il loro corso, si apre l’udienza per la libertà su cauzione. Una pratica solitamente da poche ore in Sudafrica. Durerà sei giorni, week end escluso. L’aula è poco più grande di un campo da calcetto. Fuori è sempre estate, quella africana. Dentro l’aria è rarefatta. Quella condizionata non si sente, aspirata dalle circa duecento persone che l’affollano. Sembra di stare in una scuola occupata. Giornalisti a terra, alcuni, tra cui il sottoscritto, schiacciati sulle pareti pur di stare dentro, i pochi banchi sono per le famiglie. Assente quella di Reeva. Presente e in massa quella di Pistorius. Gli unici a godere di spazio sui loro scranni sono Barry Roux, il legale dell’imputato, Gerrie Nel, la pubblica accusa e Desmond Nair, il magistrato (di origine indiane, forse non una casualità, date le sempre pronte polemiche razziali anche nell’era post-apartheid), che dall’oggi al domani si è trovato a dover gestire il caso giudiziario più scottante della sua carriera. È tutto pronto. Le squadre sono in campo. Manca il pallone per giocare. In questo caso, Oscar Pistorius. All’improvviso il silenzio. Un secondino entra in aula e richiama all’ordine e al silenzio. Ci siamo. Per la prima volta, ventiquattro ore dopo il fattaccio, il campione paralimpico si riaffaccia agli occhi del mondo. Pochi secondi, giusto il tempo di far terminare il giudice dall’impartire l’assoluto divieto di filmare le udienze e le decine di fotografi presenti in aula iniziano a scattare centinaia di foto a ripetizione. Click assordanti, flash accecanti, più di quanti visti e sentiti da Pistorius nella sua intera carriera. Un’introduzione a quello che sarà il nuovo capitolo della vita del ventisettenne sudafricano. Immobile sulle sue protesi, a testa china, “Blade Runner”, com’era soprannominato sulle piste d’atletica, vorrebbe sottrarsi a tutto questo. Ma non può. È il peso minimo delle sue azioni. Ogni giorno sembra quello giusto per sapere se Oscar attenderà l’inizio del processo vero e proprio dietro le sbarre o in libertà. Intanto le notti le passa in stato di fermo presso il commissariato di polizia di Brooklyn, area nobile di Pretoria. Non dorme, soffre, è controllato a vista per paura che possa compiere un altro gesto estremo, questa volta contro sé stesso. In aula viene letto il suo affidavit (la sua versione dei fatti). «Ho sentito un rumore provenire dal bagno, pensavo fosse un ladro, ho sparato per difendermi, ero senza protesi e mi sentivo vulnerabile». Una versione che non convince fin dall’inizio, ma le indagini sono ancora in alto mare e nel più comico degli autogol a sbrogliare la situazione ci pensa Hilton Botha, il detective che ha in mano il caso. È l’uomo chiave, colui che può cambiare le cose in una direzione o nell’altra. Di fronte ad un’aula attonita ammette di aver sporcato la scena del crimine non usando gli appositi calzari. Aggiunge che uno dei quattro bossoli era stato trovato non nel bagno dov’era avvenuto il crimine, ma nel corridoio. La guardia, Botha, concede il via libera al ladro, Pistorius. Sembra paradossale, ma è la Storia. Si arriva a venerdì 22 febbraio 2013, un’altra data chiave. Il giudice Nair dopo 6 giorni di udienze capisce che si è arrivati a un punto fermo. Servono ulteriori indagini, nuovi reperti. Sa che è arrivato anche il suo crepuscolo, il suo attimo di fama davanti alle telecamere del mondo sta per terminare. Procede a passo lento nella lettura della sentenza. Pistorius trema, piange. Pagando una cauzione di un milione di rand (circa 70mila euro) l’atleta sudafricano, in attesa dell’inizio del processo, è libero. Il giudice motiva la sentenza sostenendo che non ci sono rischi di reiterazione del reato, né tantomeno di pericolo di fuga.

Si vuole fare in fretta. C’è l’opinione pubblica che preme, ci sono i riflettori dei media mondiali puntati addosso. In gioco non c’è solo un caso di omicidio da risolvere, seppur di alto profilo, ma molto di più. La reputazione del sistema giudiziario, considerato uno dei più lenti al mondo; l’annosa questione che i bianchi la vincono sempre sui neri, soprattutto se ricchi. Dettagli che dilatano i tempi delle indagini. Non si può sbagliare. Il capo d’imputazione è un macigno: omicidio volontario, che per il codice penale sudafricano significa fino a venticinque anni di carcere, il massimo della pena esistente. I giorni passano, Oscar non tornerà mai più nella casa del delitto. Passa le sue ore nella villa dello zio Arnold, il fratello del padre. Uno dei protagonisti indiscussi di questa vicenda. Uno dei più segnati fisicamente, psicologicamente ed economicamente. La madre di Pistorius è morta di cancro quando era adolescente, con il padre non ha mai avuto una buona relazione. È lo zio il mastino di casa Pistorius. L’imprenditore di famiglia, colui che amministra innumerevoli business e che decide di mettersi sulle spalle un carico che forse neanche lui prevedeva. Quotidianamente appostati fuori dalla sua villa, ventiquattro stanze e piscina scoperta, si assiepano decine di giornalisti, me compreso, cercando lo scatto, lo scoop, l’indiscrezione. Si cerca di capire cosa faccia Oscar nelle sue giornate. Chi si nasconda dietro il corridore visto in pista con due protesi e una tenuta d’atletica. Arnold Pistorius è furbo. Sta al gioco. Sa che la pressione mediatica è un qualcosa a cui si dovrà abituare. Esce fuori dalla villa. Parla con i giornalisti. Nelle giornate calde offre addirittura dei succhi di frutta. Poi saluta e torna dietro una cancellata mastodontica. Quella che separa il nipote dagli occhi curiosi e invadenti dell’opinione pubblica. In realtà, dietro quelle mura, Pistorius ci sta poco. Braai (barbecue sudafricano) con amici, palestra, messa domenicale, gite in kayak con gli amici vicino a Città del Capo e qualche serata forse eccessiva. Ingenuamente, senza averne bisogno, si attira ulteriori polemiche. L’uomo della strada ragiona diversamente dalla legge. I codici gli hanno concesso la libertà, i suoi ex fan gliela negano. Lo vogliono in casa a leccarsi le ferite. Il 19 agosto il tribunale di Pretoria decide che l’inizio del processo sarà il 3 marzo 2014. Durerà tre settimane e verranno ascoltati 107 testimoni.

Da prassi, i riflettori dei media si allontanano. Mandela muore. Il 2013 è indiscutibilmente l’anno del Sudafrica. Si girano le pagine sul calendario. Top secret sulle indagini. Il gossip la fa da padrone. I giornali scandalistici britannici lanciano il sasso: «Pistorius ha una nuova fiamma». Molto fumo, poco arrosto. La malcapitata è Leah Malan, una diciannovenne che avrebbe trascorso le vacanze di Natale 2013 in Mozambico con il corridore sudafricano. Dal giorno in cui il gossip trapela, scompare dalla scena pubblica e non presenzierà a una delle innumerevoli udienze. Si passa a qualcosa di più concreto e sicuro. Il giudice del processo sarà Thokozile Masipa. Donna, nera e con un pedigree di condanne per violenza contro le donne. Per molti una chiara indicazione che si vuole fare di tutto per incastrare Pistorius. A pochi giorni dall’inizio il colpo di scena mediatico questa volta lo mette a segno la magistratura sudafricana. Il processo sarà trasmesso live. Unica eccezione per i testimoni che non vorranno essere ripresi a tutela della loro privacy. Un dettaglio che tornerà utile a Oscar stesso. È la prima assoluta sugli schermi del Paese. Un segnale di confidenza da parte delle autorità che, forti delle prove raccolte durante le indagini, decidono di sfruttare l’interesse mediatico globale. Dietro la motivazione ufficiale della scelta, «aprire le istituzioni al popolo», c’è la consapevolezza che, in caso di condanna, il sistema giudiziario sudafricano ne uscirebbe trionfatore e capace di affrontare casi di alto profilo. Per i critici anche la legge viene trasformata in soap opera.

Il giudice sarà Thokozile Masipa. Donna, nera e con un pedigree di condanne per violenza contro le donne

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3 marzo 2014. Primo giorno del processo. Si apre il fascicolo numero 113/13. Centinaia di giornalisti aspettano Oscar fuori dal tribunale. Un altro da dove si era svolta l’udienza per la libertà su cauzione. Pochi chilometri di distanza, ma mondi differenti. Questa volta c’è stato tempo per prepararsi. Le immagini saranno in mondovisione. Tutto deve essere perfetto. A cominciare dall’ordine in aula. Solo quaranta giornalisti accreditati, gli altri in una sala parallela con degli schermi. Numero trentanove della lista, ma ci sono. Nell’aula GD dell’Alta Corte di Pretoria, Pistorius, però ci deve entrare. Dall’entrata principale o da una secondaria per evitare le telecamere che lo aspettano. Si decide per la normalità. L’atleta sudafricano deve essere trattato come un cittadino qualunque, anche se non lo è. Mancano quindici minuti alle 9:30, l’ora stabilita per l’inizio della prima udienza. Si muove qualcosa nell’aria. Da lontano si sente. «He’s coming. He’s coming». Una Jeep Cherokee grigia di grossa cilindrata lascia quasi in corsa Oscar Pistorius. Quattro bodyguard personali (due sono suoi cugini) e un cordone di polizia sudafricana che grida ai giornalisti «fate largo, fate largo». Una procedura che avverrà per quarantuno volte, il numero effettivo dei giorni di processo. La mattina e il pomeriggio intorno alle 15.00, l’ora di chiusura dell’udienza. Imparerò a capire che un processo, mediatico e spettacolare che sia, è fatto sì di colpi a sorpresa, ma anche di litanie comuni, ripetitive. Gli agenti che chiedono di eliminare tutti i suoni provenienti da qualsiasi apparecchio elettronico prima dell’inizio di ogni udienza. Noi giornalisti che ci posizioniamo, quasi scaramanticamente, sempre sullo stesso banco. Così come le famiglie dei protagonisti di questa triste storia. Per non parlare dell’entrata/uscita compassata del giudice Masipa.

Dopo essere annunciata in tre delle undici lingue ufficiali del Paese, con difficoltà, a causa di una poliomelite infantile, sale i tre gradini che la separano dal suo scranno. La seguono, come i bravi con Don Rodrigo, i due “assessori”, dei giudici a latere che sostituiscono la giuria di cui è privo il sistema sudafricano. Un silenzio tombale, sguardi impassibili, infine l’inchino delle parti. Giudice e assessori verso Pistorius, famiglie, giornalisti e viceversa. Un rituale quasi sacro che si celebra all’interno di un luogo laico, diventato con il passare dei giorni un microcosmo variegato. Ricco di specificità, in cui tutti si riconoscono, ma in cui nessuno si conosce veramente. Un insieme di individualità, ognuna con un ruolo specifico. Al centro lui, l’imputato. Invecchiato, imbolsito. Occhi fondi, di chi non dorme da mesi. Due chiazze bianche in testa comparse in questi lunghi mesi di attesa, a testimonianza della pressione e dello stress accumulato. Pronti via, il giudice notifica l’accusa di omicidio volontario a Pistorius che risponderà con un perentorio «non sono colpevole». Non c’è tempo da perdere. L’accusa, capitanata dal pubblico ministero Gerrie Nel, inizia a chiamare i suoi testimoni. La prima è Michelle Burger, vicina di casa del corridore sudafricano. Iniziano a delinearsi le posizioni in aula. Il teste alla sinistra del giudice, il pm alla sinistra del teste. Alle loro spalle Oscar, le famiglie, i giornalisti. Un gioco di prospettive che permette a tutti di vedere tutto. Ci vuole poco a capire perché Gerrie Nel, considerato uno dei migliori pubblici ministeri sudafricani, viene soprannominato “pitbull”. Azzanna le sue prede, i testimoni, e non le lascia andare finché sono esanimi. L’inizio non poteva che essere forte. Miss Burger chiede di poter testimoniare in afrikaans, la lingua parlata dalla minoranza bianca di origine boera. Richiesta concessa, ma non si trova il traduttore afrikaans-inglese. Quello che arriva, con un’ora di ritardo, nell’imbarazzo generale non sembra all’altezza e la stesse teste la rimprovera ripetutamente. Un siparietto tra il comico e il surreale. Al contrario, le dichiarazioni di Miss Burger, sono al vetriolo. «Quella notte ho sentito delle urla femminili che mi hanno fatto rabbrividire, poi gli spari». Una testimonianza durissima che asseconderebbe la tesi accusatoria, secondo cui Pistorius avrebbe ucciso la fidanzata dopo una lite furiosa. Se Gerrie Nel ha un’alta reputazione, Barry Roux, capofila dei legali di Pistorius non è da meno. Sa che la prima impressione conta e al momento del contro-interragotorio, sfoggia la sua strategia: screditare la teste. La attacca su ogni minima incongruenza. La sua oratoria è una palestra linguistica, incentrata su quel «I put it to you» («lo hai detto tu»), che diventerà presto il suo marchio di fabbrica, oltre al tormentone in una canzone di un rapper locale. La teste scoppia in lacrime. Il primo punto a segno messo dalla difesa.

Passano i giorni, sfilano i testimoni, per lo più persone comuni, per un giorno sottratte all’anonimia e catapultate in una narrativa non loro, ma di cui faranno per sempre parte. Pistorius, in abito scuro, ascolta, prende nota. Passa bigliettini ai suoi legali. A volte sbadiglia quasi annoiato. Fino al 10 marzo, quando va in atto il primo vero colpo di scena ad una settimana dall’inizio del processo. Sul banco dei testimoni sale Geert Saayman, patologo forense che ha eseguito l’autopsia sul corpo di Reeva Steenkamp. Un climax di macabri dettagli culminati con le fotografie delle ferite d’arma da fuoco sul corpo della ragazza. Impossibile il contatto visivo data la presenza massiccia dei monitor in aula. Si sentono i primi singhiozzi di Pistorius, la platea di giornalisti quasi intorpidita dai dettagli tecnici riprende vigore e inizia a scrutinare ogni singolo dettaglio del volto del corridore sudafricano riportando le impressioni sui propri profili Twitter. Non è finita. Blade Runner, che vedendo le immagini deve aver rivissuto in prima persona i drammatici momenti di quella notte, inizia ad avere dei conati di vomito. Facce stupite in aula. Pistorius cerca di controllarsi mettendo le mani davanti alla bocca, ma non basta. Rigurgiti sempre più forti, come di qualcuno che vuole liberarsi di qualcosa. Uno dei poliziotti in aula gli adagia un secchio sotto la sua postazione. Si è andati troppo oltre. Il giudice sospende l’udienza e, alla ripresa, chiede di vietare la proiezione delle immagini per rispetto di June, la madre di Reeva seduta in prima fila e addirittura per evitare di andare «contro la morale della società».

Sarà l’inizio di un mese terribile per Pistorius. Giorno dopo giorno ci si addentra sempre più nella scena del crimine, ma evidentemente il laboratorio forense di Pretoria non è impeccabile. Emergono i primi errori fatti dagli investigatori una volta arrivati sul luogo del delitto. Delle impronte di piedi sulla porta del bagno attraverso cui sono stati sparati i quattro colpi che hanno ucciso Reeva. Delle schegge di legno assenti dall’infisso e mai più ritrovate. Fino al paradossale. Si scopre che dalla collezione di orologi da polso di Pistorius ne manca uno. L’allora capo delle indagini Hilton Botha, rimosso dopo essersi scoperto che aveva un caso pendente per aver ucciso sette persone mentre era in servizio in presunto stato di ebbrezza, apre un caso nel caso. Ma di quell’orologio non se ne saprà mai niente. Dettagli inquietanti emergono anche dalla vita privata del corridore sudafricano. Un amore sfrenato per le macchine, la corse, la velocità. Oltre alla 9 millimetri che aveva in casa e con cui ha ucciso la fidanzata, era pronto un ordine da 48.500 rand (circa 4.500 euro): fucili a pompa, d’assalto, pistole semi automatiche, un carrello della spesa che si addiceva più a un’armeria che a un privato. Oscar ha sempre motivato la presenza di molte armi per l’ossessione di essere aggredito dentro casa a causa dell’alto livello di criminalità presente in Sudafrica. Ma quell’ordine verrà cancellato poche ore dopo l’omicidio di Reeva.

Oltre alla 9 millimetri che aveva in casa e con cui ha ucciso la fidanzata, era pronto un ordine da 48.500 rand

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7 aprile 2014. Il tanto atteso momento è arrivato. Pistorius passa dal banco degli imputati a quello dei testimoni. È il testimone numero uno. L’unico presente sulla scena del delitto. L’unico che può parlare, perché l’altra, Reeva Steenkamp, èmorta. Improvvisamente Barry Roux, il suo legale, da leone indomabile, si trasforma quasi in un Virgilio dantesco. Guida ogni singolo discorso del suo assistito, lo aiuta a ponderare ogni singola parola. Gli lascia il tempo necessario per respirare, per pensare, per ricomporsi dalla tragicità della situazione, visibile solo in corte perché Pistorius ha chiesto di non essere filmato durante la testimonianza. Un patibolo inaccettabile per chi ha abituato milioni di spettatori a vederlo sì menomato fisicamente, ma che della sua disabilità ha fatto la propria forza quasi sottolineandola, istrionicamente. Solo i pochi intimi in aula possono osservare la sua disperazione, la sua distruzione fisica e psicologica. Per il mondo, invece, c’è una voce fiacca, tremante, spesso rotta dal pianto che inizia a chiedere perdono alla famiglia di Reeva. «Da quando è successa la tragedia non c’è stato un momento in cui non ho pensato a voi. Siete le persone per cui prego ogni mattina quando mi alzo. Non posso neanche immaginare il dolore che vi ho provocato, ma volevo solo proteggere Reeva. Vi posso promettere che, quella notte, quando èandata a dormire, si sentiva amata». Una maschera di ceramica la faccia della madre della ragazza presente in aula. I segni del dolore scalfiti su un volto non più giovane. Impassibile, tronfia, rappresenta la figlia con orgoglio e coraggio. Accanto a lei le giubbe verdi delle donne dell’Anc (Africa National Congress), il partito politico di Mandela, quello che a vent’anni dalla fine dell’apartheid guida ancora il Paese. In una nuova dimensione. Meno di lotta, più di immagine. Anche loro sanno che il traino mediatico del processo a un mese dalle elezioni presidenziali, poi vinte dal partito, può essere un utile viatico elettorale. Oscar prosegue nel suo racconto. Ammette di essere sotto terapia anti-depressiva, di far uso di calmanti di non riuscire a dormire a causa di «terribili incubi» di «sentire ancora l’odore del sangue di Reeva». Nei banchi Aimee, sua sorella minore, lo guarda con le lacrime agli occhi. È una delle protagoniste silenziose della vicenda. Ha abbandonato la carriera accademica all’Università di Pretoria. Ha saltato solo un’udienza. Sempre presente con acqua, fazzoletti, abbracci a non finire. Fa da sorella, da mamma, da amica. Un totem a cui Oscar fa sempre riferimento almeno con uno sguardo per cercare la forza di andare avanti.

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9 aprile 2014. Inizia il grande duello. Una battaglia per Gerrie Nel. Un calvario per Oscar Pistorius. Dai docili e accondiscendenti modi del suo legale si passa alle brusche maniere di “pitbull” Nel. È l’apice del processo, il momento che tutti aspettavano. Da questo passaggio dipenderanno le sorti del corridore sudafricano. Ne è consapevole “Blade Runner”. Il volto sempre più tirato, un’ennesima notte insonne. Vuole scappare da quel banco, scattare come faceva sulla pista d’atletica, ma non è più possibile. È arrivato il momento di prendersi le responsabilità come gli rinfaccia Nel. «Hai ucciso Reeva, lo devi ammettere». «Ho fatto un terribile errore» replica Pistorius, cercando di tirar fuori le poche forze che gli sono rimaste. «Hai sparato e ucciso Reeva Steenkamp, non hai fatto un errore» incalza Nel. «Ho fatto un terribile errore» continua Oscar. Inizia un duello verbale che accende immediatamente lo scontro, ma dura poco. L’atleta sudafricano non ha la tenuta psicologica e concede. «Sì l’ho fatto». L’ammissione di un’azione confessata fin dall’inizio. In quella casa c’erano solo due persone, negare l’evidenza sarebbe troppo. Pochi minuti e Nel decide di proiettare sugli schermi un video di Sky News, in cui Pistorius spara ad un’anguria all’interno di un poligono di tiro. Un’immagine rafforzata dalle parole che si sentono in sottofondo. «È più soffice di un cervello, ma questo proiettile ferma uno zombie». È la voce del campione paralimpico che commenta l’impatto dello sparo sulla frutta. In aula arriva la sua conferma. Mai potrebbe immaginare la trappola che Gerrie Nel gli ha preparato. «Hai fatto lo stesso con la testa di Reeva» accusa il pubblico ministero, sbattendogli in faccia attraverso gli schermi la foto del cranio della fidanzata crivellato da uno dei quattro colpi. Un’immagine agghiacciante, anche per chi abituato ai peggiori film dell’orrore. La reazione della platea è di disgusto. I giornalisti provano a scattare foto dai telefonini, ma vengono rimproverati dagli agenti. La mamma di Reeva non ce la fa. Abbassa la testa per non guardare. Aimee, la sorella di Oscar, scoppia in lacrime. È un colpo basso. Durissimo, da knock out. Pistorius va al tappeto. Scoppia in lacrime, singhiozza fortemente. Quasi un rigurgito. Gerrie Nel indomito affonda il colpo. «Guardala. Prenditi le responsabilità». Rotto dal pianto, il ventisettenne sudafricano ha ancora la forza per dire «non ne ho bisogno, ero lì quella notte». L’udienza viene sospesa, bisogna dare il tempo al testimone di ricomporsi. Al rientro Nel capisce di aver esagerato e abbassa i toni. Per tre giorni sarà una tortura continua per Oscar. Innumerevoli le pause per i suoi pianti e la sua disperazione. Il pubblico ministero sa quali corde toccare. Non lascia nulla al caso.

Il processo continua, ma il dado è tratto. L’accusa è riuscita a dimostrare al giudice che la versione dei fatti di Pistorius è irragionevole, precaria. Questa volta Oscar ha sbagliato corsa. Non si è fatto trovare pronto. Si è contraddetto, passando da una tesi basata sulla legittima difesa a un drammatico errore. È uno snodo cruciale, probabilmente decisivo ai fini della sentenza finale. Ma non esiste processo che si rispetti in cui l’elemento psichiatrico non faccia capolino. E allora ecco che la difesa gioca l’ultima arma chiamando a testimoniare Merryl Vorster, una psichiatra forense che diagnostica in Pistorius una sindrome ansiolitica. Gerrie Nel sta al gioco e accetta che venga disposta la perizia psichiatrica sull’atleta. Il processo si ferma per un mese. Quotidianamente Oscar si reca al Weskoppies Hospital, una struttura di malati mentali nella zona industriale di Pretoria. Ma il più classico degli escamotage non va a buon fine. La perizia afferma che il ventisettenne sudafricano è capace di intendere e di volere e che è affetto sì da una sindrome depressiva, ma post-traumatica, ossia occorsa dopo l’omicidio. È un altro pilastro negli schemi processuali. La difesa chiude il suo caso. In un processo ormai dilatato molto oltre le tre settimane previste si prende un altro mese di tempo per rivedere le carte processuali prima di ascoltare le argomentazioni finali di accusa e difesa. «Ha sparato per uccidere», afferma Nel, «va condannato per omicidio». «Ha sparato per difendersi da un ladro», afferma Roux, «va scagionato da ogni accusa». Rimane solo da capire quando sarà il verdetto. L’11 settembre 2014, così ha deciso Thokozile Masipa. È tutto nelle sue mani (come detto, la giuria in Sudafrica non esiste). Colpevole o innocente. Non ci sono più mezze misure. La mia Storia dipende anche da lei, che a sua volta incarna un altra storia. Quella di un Paese che trent’anni fa avrebbe difficilmente pensato che una donna nera avrebbe giudicato il più importante giovane bianco. Un’altra storia, anche questa di giustizia.

L’immagine in evidenza è di Herman Verwey/Pool/Foto24/Gallo Image/Getty Images
Tutte le immagini nel testo sono di Alon Skuy/The Times/Gallo Images/Getty Images, a eccezione della prima, di Deaan Vivier/Foto24/Gallo Images/Getty Images
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