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Il peccato originale del Pd

Come fanno i democratici a dotarsi di un leader vero evitando di tirare bordate all'attuale governo? Riconoscendo i propri errori e ripartendo da capo.

Roma – Ci si può girare attorno quanto si vuole e si può affrontare l’argomento con tutte le sfumature del mondo, ma alla fine dei conti oggi è difficile dare torto a chi sostiene che, in prospettiva, sul governo delle larghe intese l’unico vero cannone che potrà essere puntato spunterà da sinistra, e non da destra. Pensateci: il Pdl potrà minacciare tutto quello che vuole, e potrà promettere battaglia in tutte le forme che crede, ma in realtà è evidente che, date le condizioni in cui si trova oggi, il partito di Silvio Berlusconi farà attenzione a non spezzare il filo che lo lega al governo: sia perché non è detto che in caso di caduta del governo Letta si vada alle elezioni; sia perché è più che probabile che elezioni improvvise siano un regalo per lo stesso partito che ha vinto le ultime amministrative, ovvero il Pd. E dunque, inutile prendersi in giro: il Pdl oggi ha tutto l’interesse a stare al governo, e a fare il famoso passo più lungo della gamba questa volta potrebbe essere letale per il centrodestra.

Dall’altra parte, poi, giorno dopo giorno è comprensibile invece che negli ambienti di governo aumenti la preoccupazione rispetto alla scadenza congressuale del Pd. E anche qui il ragionamento è elementare: la tenuta del governo è inversamente proporzionale alla carica di innovazione che vi sarà alla guida dei democratici, ed è evidente che più il leader che prenderà in mano il Pd esprimerà un profilo innovativo e più saranno le possibilità che quel leader diventi un competitor dell’attuale Presidente del Consiglio. Dunque, sotto questa prospettiva, è comprensibile che il congresso del Pd oggi sia qualcosa in più di una questione di stretta pertinenza del Partito democratico, ed è comprensibile che chi si augura che il governo Letta viva più a lungo possibile sia preoccupato dalla possibilità che Renzi prenda in mano il partito – dato che, come ammesso qualche settimana fa Paolo Gentiloni, deputato del Pd vicino a Renzi, “oggettivamente fare adesso primarie per scegliere il prossimo candidato premier significherebbe far suonare una campana a morte per il governo”.

In questo quadro, poi, e veniamo alla sostanza, vanno aggiunti alcuni elementi paradossali che riguardano la storia della candidatura del possibile rottamatore del governo. E la sostanza culturale del dibattito è questa: è giusto o no, come oggi sostiene Renzi, far coincidere il ruolo di segretario con quello di candidato premier? La questione è complicata, ma il tema ha una sua importanza che riguarda direttamente il senso che ha oggi il Partito democratico. Matteo Renzi non fa una bella figura quando oggi chiede ad alta voce (intervista alla Faz di qualche giorno fa) di far coincidere il ruolo di segretario con quello di candidato premier. E non la fa per due ragioni. Primo, perché durante l’ultima campagna elettorale, quella per le primarie, il sindaco si è candidato solo perché il Pd ha modificato il suo statuto, che prevedeva la coincidenza tra il ruolo di segretario e quello di candidato premier. Secondo, perché fino a qualche settimana fa, quando la sua candidatura sembrava lontana, erano stati gli stessi sostenitori del sindaco a invocare una separazione netta tra il ruolo del segretario e quello di candidato premier (della serie, se il segretario non sono io, il segretario non è il candidato premier; se sono io, il segretario è il candidato premier). L’astuzia con cui Renzi armeggia lo statuto del Pd non deve però far perdere di vista il vero tema che si indovina nel dibattito culturale. E il tema è questo: per un partito come il Pd che ha l’ambizione di essere il più moderno e rivoluzionario dei partiti italiani (e forse europei) la carica di segretario deve necessariamente coincidere con quella del candidato premier, e la coincidenza di leadership e premiership è il cuore del progetto di un partito che vuole guidare un paese (come d’altronde succede in tutti paesi europei, a eccezion fatta per la Francia).

In linea teorica, dunque, oggi dovrebbe essere il presidente del consiglio (che è del Pd) a guidare il Pd, ma considerando la natura fragile e anomala della coalizione di governo chiedere a Enrico Letta di guidare il Pd è francamente esagerato. Dunque, come se ne esce? La strada maestra è quella di riconoscere il peccato originale che ha portato il Pd nella situazione di oggi, e il peccato è quello di aver fatto lo scorso novembre primarie di coalizione (cosa che non esiste in nessun altro paese al mondo) e non di partito (come invece accade in tutti i partiti che adottano le primarie). La seconda strada è quella di evitare giochini di prestigio e di lasciare lo statuto com’è: un partito come il Pd, considerando anche il fatto che le prossime elezioni potrebbero non essere troppo lontane nel tempo, non può rinunciare alla coincidenza tra il ruolo di segretario e quello di candidato premier; ma dall’altra parte dire che il segretario è automaticamente il candidato premier è un’affermazione che si trova in contraddizione con quanto chiesto lo scorso anno proprio da Renzi. La soluzione, dunque, è semplice: chi a novembre verrà eletto segretario del Pd deve essere il candidato premier; e se poi quando si andrà a votare non ci sarà unanimità nell’identificare il segretario del Pd come candidato premier non si capisce perché lo statuto non possa essere ritoccato come è stato ritoccato lo scorso anno. Il nuovo Pd del futuro non può che nascere seguendo questo percorso. Seguire una strada diversa significa voler trasformare il Pd in un gambero, e non in un partito moderno.

 

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