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Il Partito contro gli Eretici

Viaggio nell'Ufficio 610, l'unità segreta del Comitato centrale di Pechino

La maggior parte dei cinesi non sa nulla dell’Ufficio 610, ma chi viene avvicinato dai suoi funzionari raramente riesce a dimenticare l’esperienza. Quest’unità speciale, nota anche come “Ufficio per la Prevenzione delle Organizzazioni Eretiche”, è stata creata da Jiang Zemin in persona per «eliminare velocemente tutti i seguaci del Falun Gong», la disciplina spirituale da sempre vietata dal governo.

Il dieci giugno del 1999 – il nome dell’Unità fa riferimento alla data all’anglosassone 6/10 – Jiang Zemin, all’epoca leader del Partito comunista cinese, andò contro la Costituzione pur di poter disporre nel più breve tempo possibile di una nuova unità pronta a fare di tutto pur di eliminare questa singolare categoria di infedeli.
L’ufficio centrale si trova a Pechino, ma sedi decentrate sono state velocemente allestite in ogni angolo del paese, senza trascurare neppure scuole e istituzioni. L’Unità 610 non ha restrizioni di budget, da sempre risponde soltanto al partito comunista cinese e gli agenti segreti che ne fanno parte non sono nemmeno obbligati a rispettare la legge «in situazioni di emergenza» (termine un po’ vago che l’Unità 610 può interpretare come meglio crede).

Fino a quando Jiang Zemin è rimasto al potere è stato di fatto l’unico responsabile di tutte le iniziative dell’Unità 610, trasformandola in una sorta di suo esercito personale. Anche se il Partito non è ancora riuscito a distruggere l’anima del Falun Gong, tutti i “fanatici” che sono riusciti a scovare dal 1999 ad oggi sono stati torturati, alcuni di loro fino alla morte o fino a provocare danni permanenti alla loro mobilità, altri sono stati rinchiusi in prigione o inviati in campi di lavoro e rieducazione senza un valido motivo o, se particolarmente fortunati, costretti solo a pagare multe salatissime.
La novità è che oggi l’Unità 610 ha un nuovo compito, quello di «portare avanti indagini rigorose che permettano di sventare incidenti poco graditi». Nonostante siano passati molti anni da quando l’Ufficio è stato fondato, è rimasto un’arma a cui il Partito non ha mai voluto rinunciare. Grazie a questi funzionari segreti Pechino ha potuto combattere una serie di campagne ideologiche interne contro Cristiani, Buddisti o membri di sette di ogni sorta senza aver bisogno né di far riferimento a unità dell’esercito meno fidate né, soprattutto, di farsi pubblicità all’estero.

Da quando il gruppo ha smesso di occuparsi esclusivamente dei seguaci del Falun Gong, tanti all’estero hanno addirittura immaginato che l’Unità fosse stata soppressa. Invece sta succedendo l’esatto contrario: chi ne fa parte continua a spaventare la popolazione colpevole dei reati più imprevedibili -aver offeso il Partito o uno dei suoi massimi esponenti; aver innescato online una polemica anti-sistema che la polizia del web non è riuscita a stroncare o aver trasportato nelle campagne testi “pericolosi”, con i metodi brutali di sempre. Togliendo anche ai cinesi più spavaldi il coraggio di denunciare i soprusi subiti, per paura che anche i familiari possano, per punizione, essere successivamente avvicinati da questi agenti del terrore.

Anche se alcune Organizzazioni che combattono per il rispetto dei Diritti Umani sono riuscite a dimostrare che i 15 mila funzionari dell’Unità sono responsabili di diverse operazioni repressive organizzate per “proteggere” cinesi e stranieri nel corso delle Olimpiadi di Pechino del 2008 e della Expo di Shanghai del 2010, quasi tutto quello che riguarda l’Ufficio 610 continua a passare sotto silenzio. Non rispondendo a nessun organo in particolare e confermandosi anno dopo anno come un’Unità che rimane attiva solo se il nucleo di burocrati più importante del Partito vuole che lo sia, è evidente che ad ogni cambiamento al vertice corrisponde una nuova campagna ideologica da portare a termine. Ecco perché bisognerebbe iniziare a preoccuparsi per quello che succederà l’anno prossimo, quando verranno nominati il nuovo presidente e il nuovo premier della Repubblica popolare.

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