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Il modesto Gatsby

Il film di Baz Luhrmann non stupisce e segue lo stile anni '90 che ha fatto grande il regista. Nemmeno la colonna sonora di Jay-Z aiuta.

Ci sono due momenti esatti in cui uno capisce se un giorno potrà dirsi fan del cinema di Baz Luhrmann o meno. Il primo che mi viene in mente è in Romeo + Giulietta. Siamo alla festa in maschera dei Capuleti, poco prima del fatale incontro che segnerà il destino del giovane Romeo (Leonardo Di Caprio) e di Giulietta (Claire Danes). Il protagonista si aggira per una villa gigantesca e cafonissima in compagnia dei suoi amici; è sotto effetto di ecstasy e tutto quello che vediamo è reso ancora più esagerato e mostruoso proprio a causa dell’effetto della droga. Un’insistita soggettiva con grandangolo ci guida nel cuore della festa e piano piano, dopo aver indugiato su una lunga serie di particolari, si raggiunge un apice, un punto di rottura: dalla scalinata centrale della villa spunta Mercuzio che, travestito da donna e in compagnia di una serie di ballerine, canta Young Hearts Run Free nella versione di Kim Mazelle.

Il secondo momento è una delle prime sequenze di Moulin Rouge. Anche in questo caso siamo ad una festa: Christian (Ewan McGreor) è appena arrivato in città e se la spassa con Toulouse-Lautrec (John Leguizamo). Dopo aver bevuto a lungo, il pittore estrae una piccola bottiglia di assenzio, da cui esce la simpatica fata verde, nome con cui veniva chiamato il distillato. La fata è interpretata dalla pop star Kylie Minogue che comincia a volare per la stanza ballando, sdoppiandosi e ridendo con la voce di Ozzy Osbourne. Insomma, anche se non avete visto i film in oggetto, spero di essere stato in grado di spiegarvi per lo meno l’idea della densità di queste due sequenze. Parliamo di due momenti che, a mio dire, esprimono bene il cinema dell’autore australiano: accumulo di elementi e riferimenti pop, solo apparentemente distanti l’uno dall’altro, mescolati fuori contesto con lo scopo di rileggere un’epoca storica in chiave moderna. Il clash culturale che ne consegue è in sintesi la chiave di lettura di tutto il cinema di Baz Lurhmann. E ovviamente si opera una divisione netta: c’è a chi piace e chi invece ne è automaticamente schifato. Personalmente faccio parte della prima categoria: a me Baz Luhrmann piace.

Un modo di fare cinema legato indissolubilmente agli anni Novanta che, se è vero che il regista ha qualche modo anticipato con il suo esordio (datato 1987), è invecchiato poi alla velocità della luce.

Prima di cimentarsi con le due riletture di cui abbiamo parlato fino ad ora, aveva esordito con il curioso Ballroom – Gara di Ballo, un filmetto innocuo che, pur non avendo nessun alto riferimento culturale come Shakespeare o il vecchio musical della MGM (anche se qui potremmo poi aprire una gigantesca parentesi sui diversi meccanismi di sospensione della narrazione e del numero musicale), rileggeva in qualche modo i meccanismi della favola, schiacciando l’acceleratore su forzate incongruenze, come la poco probabile comunità argentina in Australia o il flashback sul padre del protagonista, ambientato in un mondo volutamente atemporale. Insomma, l’idea di cinema di Luhrmann è in fin dei conti questa, condita da uno stile registico e un montaggio frenetico, debitore sicuramente di quelli che un tempo venivano chiamati senza vergogna i videoclip o le pubblicità. Parliamo di un modo di fare cinema legato indissolubilmente agli anni Novanta che, se è vero che il regista ha qualche modo anticipato con il suo esordio (datato 1987), è invecchiato poi alla velocità della luce, rischiando di essere già fuori tempo massimo nel 2001, data di uscita di Moulin Rouge. Non è un caso che il suo film successivo, il dimenticabile Australia, un melodramma ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, arrivi ben sette anni dopo e che in qualche modo rinunci a quello che era stato fino ad ora il cinema di Baz Luhrmann. Ed arriviamo dunque ai giorni nostri con la sua nuova sfavillante versione de Il Grande Gatsby. Che è quanto di più brutto e sbagliato si possa immaginare.

Ovviamente parliamo a titolo personale visto che il film, costato 105 milioni di dollari, ha già ampiamente recuperato le spese dopo un solo weekend di programmazione. Ma se il botteghino sembra sorridere all’ultima fatica del regista australiano, le critiche sono molto meno confortanti. Il pubblico e i giornalisti sulla Croisette, dove il film ha inaugurato il Festival di Cannes, sono stati decisamente freddi: qualcuno l’ha stroncato e in molti hanno rivalutato la vecchia versione del 1974, quella sceneggiata da Francis Ford Coppola, che proprio bella non era. Insomma, Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann non convince. Ma quali sono i problemi della pellicola? Partiamo dall’ultimo aspetto analizzato del cinema del regista, quello stile che a fine anni Ottanta era innovativo e che poi invece s’è fatto rapidamente vecchio. Oggi lo stile di Luhrmann non è cambiato di una virgola: montaggio veloce, qualche rallentì, la volontà di avere un quadro sempre densissimo e ricco. Solo che se già nel 2001 tutto questo s’era fatto un po’ vecchiotto nel 2013 la cosa si fa quasi grave. Ma la questione si fa ancora più grave considerando che, a differenza del passato, oggi il regista si può avvalere del digitale che viene qui utilizzato senza alcuno sprezzo del pericolo.

C’è l’inutile 3D postprodotto, utile per i titoli di testa e coda interamente in grafica fintamente decò, che serve per un grande classico dei film che non sanno come sfruttare la tridimensionalità: la nevicata.

Il Grande Gatsby risulta incredibilmente posticcio, finto, anche se è evidente che il modello di riferimento visivi del film è proprio il già citato film del 1974, girato in set ovviamente reali, siti in gran parte a Newport, Rhode Island. Qui nulla è vero, niente riesce a rimanere sullo schermo più di sette secondi senza che sia poi investito da una valanga di CGI pochissimo compatibile con ciò che di reale c’è sul set. A questo si va ad aggiungere un grave problema estetico. In questi ultimi anni il gusto di Luhrmann s’è fatto via via sempre più greve, ma qui si pende verso il cafone. C’è l’inutile 3D postprodotto, utile per i titoli di testa e coda interamente in grafica fintamente decò, che serve per un grande classico dei film che non sanno come sfruttare la tridimensionalità: la nevicata. Fateci caso: in molti film post prodotti in 3D c’è sempre una sequenza dove nevica, piove o cadono coriandoli senza alcun senso logico. Qui ovviamente non si può fare a meno di una bella nevicata all’inizio e alla fine del film, anche se poi il tutto è come sappiamo ambientato in quella calda, calda estate. Il film è raccontato in un lungo flashback di Nick Carraway (Tobey Maguire) che, in una clinica per combattere l’alcolismo e la depressione, decide di scrivere le sue memorie. Ed è qui che i fiocchi di neve che vediamo cadere fuori dalla finestra dell’ospedale psichiatrico, si vanno poi a mescolare con le lettere della macchina da scrivere, componendo scritte bianche tridimensionali sullo schermo rubate dall’omonimo romanzo di Fitzgerald. Non proprio una delle cose più fini del mondo. Certo, si potrebbe facilmente obbiettare che lo stile di Luhrmann non è mai stato minimale, ma qui si va decisamente oltre. Il Grande Gatsby non è Luhrmann che fa Luhrmann all’ennesima potenza, ma Luhrmann che sembra essersi trasformato in Stephen Sommers, il regista di La Mummia o del primo G.I. Joe, che tenta di girare un melodramma in costume. Come abbiamo detto prima, c’è chi apprezza il suo stile e chi invece lo trova respingente: quelli che amano Luhrmann vanno al cinema per vedere e toccare con mano quel senso di esagerazione che gli fa mescolare l’assenzio, Kylie Minogue e Ozzy Osbourne in sette secondi di film. Ma il tutto ha sempre avuto una sua ragion d’essere, una motivazione, un forzatissimo incastro di riferimenti culturali che ce lo faceva definire (brrr…) postmoderno. Oggi in pochi utilizzano ancora quella parolaccia e il postmodernismo c’entra poco con quello che si vede sullo schermo. Per due ragioni: la prima è che l’idea che sta dietro a Il Grande Gatsby è quella di mettere in parallelo lo sfarzo dell’America dei nuovi ricchi degli anni Venti, con lo swag delle nuove generazioni di rapper e affini orribilmente ricchi. Oltre ad aver affidato la colonna sonora (su cui torneremo tra poco) a Jay-Z, che ha pensato bene di rileggere il jazz aggiungendoci beat e basi rubate alle musiche degli autoscontri che tanto stanno a cuore a personaggi come Will.I.Am, ha pensato bene di girare una sequenza come questa che vado a descrivervi.

I numeri musicali non hanno nessuna forza evocativa, ma sono quasi sempre contorno a quello che accade: non servono a smuovere la storia come in Moulin Rouge non rileggono la Storia come in Romeo + Giulietta.

I protagonisti del film stanno attraversando il ponte di Brooklyn per raggiungere New York. Sono a bordo della Rolls Royce super pimpata di Gatsby e si muovono al rallentì, sulle note (se non sbaglio) di “No Church in The Wild” di Jay-Z e Kanye West. A un certo punto superano un’altra macchina guidata da un’ autista bianco, mentre sul retro alcuni bellissimi ragazzi afroamericani versano champagne un po’ ovunque. Insomma, qui si fa di tutto per rendere il più esplicito possibile il clash culturale e, quando il tutto è già più che chiaro, si inserisce una sequenza come questa che vale più di cento didascalie.

E poi c’è la questione del Tempo. Il romanzo di Fitzgerald è un romanzo estremamente contemporaneo ma, da un certo punto di vista, impossibile da traslare cronologicamente. Il passato che Gatsby vorrebbe modificare, e che invece rimarrà per sempre alle nostre spalle come l’ansia di novità e cambiamento che quell’epoca si portava appresso, non si lascia rimodellare con facilità e questa lettura degli anni Venti da parte di Lurhmann appare molto più macchinosa e ingiustificata rispetto a quella fatta, per esempio, per Shakespeare. E il problema è che il regista stesso, insieme al fedele sceneggiatore Craig Pearce, sembra non crederci. La fonte rimane quella del film del 1974 a cui si vanno solo ad aggiungere chili di digitale e l’orribile colonna sonora che, se sulla carta doveva fare la parte del leone nel film, in realtà passa poi decisamente in secondo piano. I numeri musicali non hanno nessuna forza evocativa, ma sono quasi sempre contorno a quello che accade: non servono a smuovere la storia come in Moulin Rouge non rileggono la Storia come in Romeo + Giulietta. Un film profondamente sbagliato dunque, sotto ogni punto di vista. Rimangono poche certezze: Luhrmann riesce a gestire ottimamente le sequenze più smaccatamente romantiche (la sequenza dell’incontro tra Gatsby e Daisy è la più bella del film) e Leonardo Di Caprio riesce a illuminare un film mortifero, facendo un quarto della fatica che ha fatto in Django Unchained. Basta un suo sorriso, notare come tiene la mano nei pantaloni, ammirare come riesce a stare seduto su un divano per vedere realmente i fuochi d’artificio.

 

Immagine: una scena de Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann

 

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