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Il miglior Cristiano di sempre

Il giocatore più forte del momento, un compendio unico di classe, potenza, fatturato, estetica dentro e fuori dal campo. Uno poco raffinato e che non piace, come Maradona. Come Maradona, uno avversato da Blatter.

Che uno stadio come il Santiago Bernabeu fischi un giocatore come Cristiano Ronaldo è una follia che non può essere spiegata con la storia di Morata. Che poi sarebbe questa: Cristiano non ha passato una palla comoda al ragazzo delle giovanili. Egoista, sì. Lo rimproverano di egoismo. Se il motivo è questo, per la prima volta qui troverete una frase come questa: chiudiamo il Bernabeu. Una giornata a porte chiuse per manifesta incompetenza. Mai, dico mai, uno come Ronaldo può essere fischiato dal suo pubblico, tanto più se il motivo è che lui, giocatore più forte dell’anno solare non l’ha passata a uno che, per la verità, sembra pure scarso. Ronaldo non si discute, non può permettersi di farlo chi lo paga, figurarsi chi va allo stadio per vederlo giocare. Cioè chi, peraltro, nella stessa partita, quella col Rayo Vallecano, ha visto vincere il Real Madrid 5-0 con uno dei gol proprio di Cristiano.

Ronaldo è il massimo che il calcio possa esprimere ora. Indipendentemente dai giudizi personali su chi tra lui e Messi sia più forte, lui è quello che in questo ultimo anno ha fatto di più. Se vale qualcosa il Pallone d’Oro questa è la motivazione principale. La seconda, che però è probabilmente più oggettiva della prima, è che ha segnato 28 gol in 27 partite in campionato e 13 gol in 8 partite in Champions League. È un giocatore incredibile, unico, straordinario. È il calciatore più influente nei risultati della propria squadra e ha la capacità di mantenere un livello talmente alto di preparazione fisica e tecnica che la sua influenza è costantemente positiva. In sostanza gioca bene sempre, segna sempre, fa giocare bene la squadra sempre. Un leader, un trascinatore, un capopopolo, uno che trasmette ai compagni, ai tifosi, al pubblico il seguente messaggio: datela a me e ci penso io. Il Portogallo è lui, l’abbiamo visto nello spareggio di qualificazione al Mondiale contro la Svezia. Lo vediamo ogni settimana nella Liga o in Champions: Cristiano caratterizza il Real più di quanto Messi caratterizzi il Barcellona. Cioè: il Barça ha vinto tutto con lui e però anche con Xavi, Iniesta, Piqué, Fabregas. Messi è il campione di un gruppo, Cristiano è un campione dei campioni. Se lo vedi giocare dal vivo, ti accorgi subito di quanto sia autenticamente il padrone del Real. Tocca palla lui e lo stadio si ferma: metà comincia a insultarlo per paura, metà sa che ogni volta che tocca il pallone a una distanza dalla porta che va dai trentacinque metri in giù, può segnare. Una potenza fisica che si somma a un carisma che viene fuori anche senza parole. Basta il fisico, la postura, il modo di stare in campo. Io sto qui, dice quando segna. Si ferma, punta i piedi, e con l’indice destro indica il punto esatto in cui s’è piantato. Faccia alta e sfida a tutti. Io sto qui, ripete, e non mi muovo.

Allora come fa un tifoso del Real a fischiarlo? Uno sano di mente, dico. O uno sano di passione sportiva, almeno. Perché non esiste che quello stesso stadio che ha applaudito Messi quando l’ha zittito da solo, fischi il suo idolo perché non ha passato la palla a un compagno. Chissenefrega del compagno. Lui è Cristiano Ronaldo e fa ciò che vuole perché se il Real è lì, secondo in campionato e ai quarti di Champions, è soprattutto grazie a Ronaldo. Quindi che ti fischi?

È il calciatore europeo con il maggior numero di tiri. È anche il giocatore col record stagionale di pali colpiti: 4. In Champions è pure quello che corre di più tra i finalisti del Pallone d’Oro.

Il problema di Ronaldo è che ispira antipatia. Altro anello di congiunzione con Maradona che in questo e molte altre cose ha come erede proprio il portoghese e non l’argentino. Messi piace a tutti, Ronaldo divide proprio come faceva Maradona. Gioca contro tutto il mondo, ogni volta. Leo ammirato, lui fischiato, dagli avversari e a questo punto pure da qualcuno dei suoi. Real-Barcellona è un contenitore che alimenta il confronto. Lo stile personale del calciatore viene associato a quello della squadra d’appartenenza così da rafforzare l’idea di uno scontro che non riguarda solo il pallone. Perché è così ogni volta che c’è un clasico, figurati adesso che ci sono loro due. Messi diventa l’icona della mentalità Barça: prendo un ragazzino, lo allevo, ci credo, lo butto, lo trasformo in eroe multitasking e multimediale. Ronaldo, invece, è l’ultimo emblema dell’imperialismo Real: il giocatore più pagato della storia del calcio con i suoi 97 milioni di euro, il galactico più galactico che ci sia. Non è vero che il Barcellona non lo avrebbe mai preso. Non è vero e infatti lo voleva. È finito al Real perché quando è stato messo in vendita, il Madrid era la squadra che poteva pagarlo di più. E adesso ne è l’anima, il cuore, la testa, le gambe. L’odio nei suoi confronti in quanto anti-barcelonista e ultra capitalista fa dimenticare che è il giocatore di pallone più decisivo di quest’era. Sicuramente di quest’anno. Detto del numero dei gol – addirittura superiore al numero di partite giocate – c’è un altro dato impressionante: è il calciatore europeo con il maggior numero di tiri. In Champions finora ha tirato 32 volte in porta e 16 fuori. Più di tutti. Per dirne un’altra, è anche il giocatore col record stagionale di pali colpiti: 4. In Champions è pure quello che corre di più tra i finalisti del Pallone d’Oro: 69947 metri percorsi contro i 64974 di Ribery, i 41133 metri di Messi.

Ronaldo è un torero. Spavaldo, deciso, sicuro: vieni avanti toro, perché non mi fai paura. Corre diversamente da Lionel: più lungo, più forte, più potente, più da velocista. Ronie è uno di quelli che se non avesse fatto il calciatore, avrebbe comunque sfondato nello sport. Rappresenta il potere e il denaro, la pubblicità, la parte patinata del pallone. Per dire: quando il Real ha comprato Gareth Bale ha dichiarato di averlo pagato 93 milioni, solo per lasciare a lui il privilegio di essere il calciatore più costoso della storia madridista. Non è così, ma è così che dev’essere. Idem per il suo stipendio: appena Messi ha avuto il rinnovo del suo contratto, il Real è stato costretto a rivedere il suo per farlo essere secondo a nessuno. Tutto questo non piace perché è scorretto. Tutto questo fa primadonna, oltre che primouomo. Così in molti lo identificano con la cattiveria del calcio moderno. Domina le città attraverso i suoi poster a torso nudo: è l’ultima icona dello sportivo da vendere al mercato etero e gay, modello e modellato, costruito fuori dal campo più che sul campo. Una specie di Beckham al cubo. Tutto immagine. In realtà ha molta sostanza, ma in troppi per troppo tempo hanno fatto finta di non vederla. Blatter l’ha pubblicamente offeso qualche tempo fa dicendo che spende tutti i suoi soldi in parrucchiere. Cristiano zitto. «Non devo rispondere a nessuno perché le mie risposte arrivano sempre in campo. E lo dimostro ogni anno: credo che segnare 50 gol a stagione non sia alla portata di tutti. Comunque non sono ossessionato dall’idea del Pallone d’Oro». Con quella gaffe, Blatter ha di fatto consegnato il trofeo a Cristiano, perché dopo la tripletta alla Svezia e dopo quella infelice battuta del presidente della Fifa, sono state riaperte le votazioni e il vincitore designato all’inizio (Ribery) è stato sconfitto da Ronaldo. Quel maldestro di Sepp involontariamente ha fatto una cosa buona, perché il premio a Ribery sarebbe stato un oggettivo fallimento dell’intero sistema Pallone d’Oro: che senso ha un premio al “giocatore più decisivo della squadra che ha vinto?”. È un trofeo individuale, se lo rendi in qualche modo collettivo lo stai di fatto annullando. E quindi Cristiano, giusto così perché il 2013 è stato il suo anno e per quanto visto finora lo è anche il 2014.

Quanto Diego c’è? C’è anche fuori, con quell’atteggiamento autenticamente tamarro che lo porta a essere un Diego moderno.

A Blatter non piace, d’accordo. Il più grande nemico di Maradona è anche un antipatizzante di Ronaldo, mentre è un fan di Messi. Dice niente questo? Dice che l’analogia non dipende mai dal fisico, ma dalla storia e dalle storie. Dice che per gli altri, i compagni e gli allenatori Ronaldo è il giocatore perfetto: il numero uno che s’impegna come un panchinaro che vuole arrivare, il campione che ci mette la faccia nelle sconfitte e vivaddio cerca la gloria nelle vittorie.

Quanto Diego c’è? C’è anche fuori, con quell’atteggiamento autenticamente tamarro che lo porta a essere un Diego moderno. Qualcuno ricorderà le foto di Diego alle feste, ai matrimoni, alle uscite pubbliche. Quel look da abito della domenica, molto simile a quello di Cristiano sul palco di Zurigo. Poi la presenza della famiglia, con un’immagine da matriarcato latino: madre in lacrime per il figliolo che s’è preso il mondo. Bravo ragazzo e sciupafemmine.

Ronaldo non si fischia, dai. Lo puoi prendere in giro per i vestiti, per le lacrime alla consegna del Pallone d’Oro, per tante altre banalità da calciatore-tamarro. Ma mai per come gioca. Ha uno stile suo, da sempre. Un modo di unire velocità, forza, tecnica, estro, idea. Non ha il tocco raffinato, ma una tecnica diversamente perfetta. Quella che videro i giocatori del Manchester United nell’estate del 2003: aveva 18 anni, giocava nello Sporting Lisbona e fece una amichevole contro lo United. Sull’aereo di ritorno, Giggs e Scholes andarono a parlare con Ferguson: «Quel ragazzino è un fenomeno». Il 13 agosto 2003 Cristiano Ronaldo firmò con il Manchester. Qualche tempo fa, dopo il ritiro, Ferguson ha detto: «È stato il giocatore più forte che abbia mai allenato». Gli altri tutti zitti, semplicemente perché è vero.

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