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È il mercato dei media, bellezza

Gli ultimi progetti indipendenti di grandi firme dei giornaloni americani raccontano meglio di tutto i cambiamenti in atto nel settore. Un punto della situazione e una conferma: senza mercato, niente innovazione.

Esattamente come per gli altri settori, il mondo dei media è regolato da logiche di mercato e – perlomeno nelle sue espressioni più virtuose – risponde alle sue regole. Talvolta questo comporta soltanto cambi di testata da parte di firme più o meno conosciute e valzer di editorialisti e commentatori simili a quelli estivi degli allenatori di calcio, ma ci sono casi in cui il cambio di casacca di un giornalista dice più di un semplice trasferimento, assumendo i contorni di una storia capace di raccontare i cambiamenti in atto nell’intero settore. E la storia per antonomasia, in questo senso, è sicuramente quella di Nate Silver, a cui negli ultimi tempi se ne stanno aggiungendo diverse altre simili.

Nate Silver – aka @fivethirtyeight, il suo blog, brand nonché handle su Twitter – più che un giornalista, a trentacinque anni è già una leggenda. Silver è diventato famoso nel 2008, quando predisse i risultati delle primarie Democratiche sbagliando di un’inezia il numero di delegati che un certo Barack Obama avrebbe avuto con sé nella corsa verso le elezioni presidenziali di novembre. Poi, a novembre, si accontentò di indovinare il vincitore di 49 Stati su 50, sbagliando l’Indiana per un punto percentuale (volendo fare un paragone impietoso, da noi all’epoca si vedevano prime pagine recitanti «Futuro nero? Ma va»). A quel punto i network americani si erano accorti delle sue straordinarie capacità, lo invitavano ai dibattiti, lo intervistavano, lo cercavano; lui ad aprile del 2009, nel frattempo, era stato inserito da TIME tra le 100 persone più influenti del mondo.

Nel luglio scorso il blog di Nate Silver si è ritrasferito, questa volta su ESPN (gruppo Disney), che lo renderà prossimamente uno spazio indipendente in cui l’esperto di statistica tratterà non solo di politica, ma anche di sport.

La spuntò il New York Times, che ad agosto del 2010 riuscì a fargli mettere una firma su un contratto triennale e a spostare sui suoi server Five Thirty Eight, che nel 2012 confermò l’origine lunare del suo artefice, il pundit che seppe arrivare più vicino a prevedere il risultato esatto della sfida Obama-Romney (nello stesso anno proprio Obama scherzò, dicendo che Nate Silver avrebbe saputo anche indicare quale tacchino il Presidente avrebbe perdonato il giorno del Ringraziamento). La sua reputazione impareggiabile e la voce di mal di pancia nei confronti del Times nel tempo hanno dato il là a una serie di offerte esterne a Silver, che la storica direttrice Jill Abramson e il CEO Mark Thompson hanno cercato di fronteggiare per mesi. Nel luglio scorso, tuttavia, il blog di Nate Silver si è ritrasferito, questa volta su ESPN (gruppo Disney), che lo renderà prossimamente uno spazio indipendente in cui l’esperto di statistica tratterà non solo di politica, ma anche di sport – la sua passione originaria – declinando la scienza dei big data su uno spettro più ampio di argomenti.

Ma l’ammutinamento di Silver non è l’unico, né l’ultimo in ordine cronologico. A maggio del 2013 Anthony De Rosa, social media editor di Reuters, ha lasciato il suo ruolo per prendere il timone della startup mobile-only Circa, basata a San Francisco. Il 2 gennaio scorso Kara Swisher e Walt Mossberg, colonne dello scenario della divulgazione tech americana e fondatori di AllThingsD, hanno annunciato la nascita di Re/code, un sito indipendente voluto dal duo che segna la fine della loro collaborazione col Wall Street Journal. AllThingsD, detto per i profani, grazie a Swisher, Mossberg e relativi collaboratori negli anni era divenuta una delle fonti più autorevoli in ambito tecnologico, mantenendo peraltro una certa indipendenza di brand rispetto al giornale della Dow Jones & Company Inc. Eppure i due giornalisti (Mossberg scriveva sul WSJ dagli anni Settanta) hanno deciso di tentare la strada solitaria, anch’essi per espandere il loro campo di applicazione e, conseguentemente, la propria attività. Hanno messo in piedi una holding proprietaria di Re/code – Revere Digital – e portato con sé tutti e diciotto i membri della vecchia redazione.

Sempre in questi giorni dagli uffici del nuovo Washington Post a trazione Jeff Bezos arriva l’indiscrezione secondo cui Ezra Klein, celebrato analista e commentatore della testata, oltre che titolare di Wonkblog – propaggine web del giornale dedicata all’approfondimento dei temi del dibattito politico nazionale americano col supporto di dati e grafici – starebbe cercando un investitore disposto a firmargli un assegno con cui avviare la sua startup di «explanatory journalism».

Le grandi testate mainstream faticano – e, per l’appunto, non sempre riescono – a star dietro alle loro voci più rappresentative, motivandole e fornendo loro stimoli e piattaforme adatte al loro talento.

D’altra parte, però, se è acclarato il trend che vede firme di prestigio lasciare i media mainstream in cerca di nuove avventure indipendenti, sulla corsia parallela i nuovi media vogliono tenere il passo, e lo fanno acquistando startup promettenti, con ogni probabilità in cerca del nuovo Nate Silver che si nasconde là fuori.

A fine novembre è stata la volta di Paul Carr, ex del Guardian, e del suo NSFWCorp, ceduto in blocco a PandoDaily, medium con un occhio di riguardo per la Silicon Valley (nonché persino troppo insider, per alcuni: Sam Biddle, dalle colonne del suo blog ValleyWag, ha definito la sua fondatrice «la leccapiedi più leale della scena tech»), dove sta curando, insieme al suo team, una nuova unità di giornalismo d’inchiesta che indaga a fondo l’universo tech.

A settembre Politico – a sua volta una startup di due ex Washington Post, conquistatasi il rispetto dell’establishment di Washington negli ultimi anni – aveva acquistato Capital New York, con l’obiettivo dichiarato di «fare a New York ciò che abbiamo fatto a Washington» , per usare le parole del suo editore Robert Allbritton, ovvero creare un network dedicato al mondo della politica, dei media e della cultura che gravita intorno alla Grande Mela e dintorni.

Lo schema, in buona sostanza, sembra definito: le grandi testate mainstream faticano – e, per l’appunto, non sempre riescono – a star dietro alle loro voci più rappresentative, motivandole e fornendo loro stimoli e piattaforme adatte al loro talento – come Margaret Sullivan, editor del NYT, scrisse qualche mese fa, «non penso che Nate Silver sia mai stato a suo agio nella tradizione del Times, e credo che lui ne fosse consapevole». Nel mentre, le startup di ieri – i new media, direbbe qualcuno – cercano di tenere la barra dritta inglobando realtà più piccole, scommettendo sul loro impatto nell’agone dei media. Non si tratta quindi di semplici avvicendamenti di nomi e testate, ma di un trend rilevante per discutere e capire la direzione che sta prendendo il mondo delle news. E forse, come sostenuto da Kara Swisher in una recente intervista a Cnbc, lo scarto tra vecchi e nuovi media – di fronte a questo panorama di fioritura di nuovi progetti – si fa più labile che mai: «chiamiamoli soltanto media».

 

Nella foto: la sede del New York Times a Midtown, Manhattan, New York (Adam Kinney/Flickr)

 

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