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Il lusso di avere Eto’o

Era irascibile, una testa calda, troppo istintivo e viziato. Ora è alla fine della carriera ed è cambiato, anche se non troppo. Continua a segnare, a farsi pagare, ad avere avuto ragione (quasi) sempre.

Samuel Eto’o ha segnato la metà dei gol fatti nel Chelsea in una sola partita. A dirla tutta non c’è uno solo dei tre segnati al Manchester United che sia veramente bello. In ciascuno c’è una quantità di errori della difesa avversaria che Eto’o stesso non saprebbe spiegare, figuratevi come stanno messi i tifosi dello United. Però tutto ciò conta il giusto. Perché i gol ci sono, valgono punti e gloria, raccontano la storia di un giocatore che ha sempre saputo cosa volere, come volerlo e onestamente come ottenerlo. Eto’o prende 6 milioni netti a stagione a Londra, ha giocato 12 partite, aveva segnato tre gol fino a ieri, poi José Mourinho l’ha messo titolare ieri contro il Manchester e lui ha approfittato di una difesa imbarazzante di una squadra imbarazzante con un allenatore imbarazzante. Ha fatto l’attaccante. Che poi è ciò è e che va oltre la banalità di questa frase. Essere attaccante significa essere determinante. Puoi non partecipare, puoi non giocare, puoi non farti coinvolgere nel gioco. Però devi segnare. Capiamoci: si può anche essere altro, persino il contrario, cioè l’attaccante che fa segnare gli altri, che partecipa, che si fa coinvolgere, che si mette di sponda, prende le botte, tiene il pallone tra i piedi e fa salire i centrocampisti. Però se non sei questo non hai altra alternativa che segnare. Ecco: Eto’o è stato altro e poi ha scelto di essere questo. E ieri lo è stato perfettamente.

Eto’o avrà il merito perenne di aver mostrato l’ipocrisia che c’era dietro al falso mito della rivoluzione catalana nella costruzione di una rosa che potesse vincere tutto.

Tre gol facili per ricordarci chi è. Un giocatore forte, uno che in Italia arrivò come ruota di scorta del Barcellona e che invece dimostrò in quelle stagioni di essere più decisivo e utile del calciatore di cui prese il posto: Zlatan Ibrahimovic. Per quell’operazione Samuel avrà benedizione eterna: dai tifosi dell’Inter e dalla storia. Perché svelò ciò che prima di quel momento pareva impossibile da dire: che il Barça non era (e non è) quella società che alleva i suoi in casa e basta, non era (e non è) un club che valorizza i giovani, che non spende cifre assurde per comprare giocatori tra i più cari del mercato. Cinquanta milioni di euro in contanti più l’intero cartellino di Eto’o fu la cifra spesa dal Barcellona per prendere Ibra. Per il valore che Sam avrebbe avuto nei due anni successivi, l’operazione complessiva (senza contare l’ingaggio di Ibrahimovic) costò al Laporta e Guardiola quasi 80 milioni. Buttati via ben più di quanto il Real abbia fatto in passato con i suoi acquisti multimilionari. Eto’o avrà il merito perenne di aver mostrato l’ipocrisia che c’era dietro al falso mito della rivoluzione catalana nella costruzione di una rosa che potesse vincere tutto. L’acquisto di Fabregas (che dalla celebre cantera del Barcellona si fecero scippare dall’Arsenal perché non ne capirono il talento), alla follia milionaria dell’acquisto di Neymar e il prossimo di Van Persie hanno definitivamente smentito la teoria della superiorità morale blaugrana sul Real e sul resto del mondo pallonaro, tenuta ormai in vita solo dai fondamentalisti del barcelonismo. Ma è stato Eto’o a cambiare tutto, probabilmente senza volerlo, ma certamente senza osteggiarlo.

Samuel di oggi è diversamente Eto’o rispetto a quello che arrivò a Milano e anche a quello che andò in Daghestan per onorare l’ingaggio calcistico più ricco della storia. A fine corsa, o quasi, è un giocatore che ha addolcito il carattere e molte altre cose. Prima tenevi su niente: evidente, indiscreto, sfacciato. Quando decise che Milano non sarebbe stata una città di passaggio si comprò una casa da mille metri quadrati in via Turati, di fronte alla sede del Milan. Alla firma dell’atto di acquisto, il Corriere della Sera scrisse così: «Affacciandosi dal terrazzo, là sotto, l’attaccante dell’Inter si troverà davanti gli uffici in cui Galliani e Braida gestiscono il Milan. Dall’alto di quello stabile si vede mezza Milano e pare che il capitano della nazionale del Camerun intenda godersi lo spazioso terrazzo: il primo lavoro che ha ordinato, si dice, è la costruzione di una grande piscina». Il si dice diventò poi una certezza. Nuota, Sam. Nuota e si specchia nel suo lusso. Oggi a Londra, ieri a Milano. Perché tutto quello che fa si deve vedere. Ricordate la foto con la vigilessa che lo multa in via Montenapoleone e lui che implora di togliergli la contravvenzione? 38 euro per divieto di sosta. Due secondi e mezzo di lavoro e se la ripagava, eppure faceva casino, si disperava, si faceva immortalare come l’ultimo degli uomini qualunque alle prese con un satrapo in divisa.

Non si tiene un pensiero dentro. Sbotta e chi s’è visto s’è visto. Lo fece al Real Madrid, dove giocò tre partite in tutto a 18 anni e si rifiutò di farsi spedire al Deportivo La Coruna: «Io non sono uno schiavo».

Una delle caratteritiche è sempre stata questa: Eto’o non ha sovrastrutture. Guadagnare tanto non gli impedisce di essere umanamente indignato e nervoso per la fregatura di aver ricevuto una multa. Allo stesso tempo si compra automobili uniche al mondo e non s’arrabbia quando gliele rubano: accadde proprio a Milano. Prestò la sua Bentley al compagno Marco Arnautovic. Sparita. Niente polemiche, niente dispiaceri. Semplicemente comprò un’altra automobile. Così è. Così, col suo carattere e la sua lingua che corre quanto le gambe. Perché è silenzioso, ma quando parla fa casino. Allora, per esempio, Mourinho li aveva letti tutti i giornali del dopo Chelsea-Barcellona del 2005: «Basta dare un’occhiata al loro allenatore per rendersi conto della mentalità che ha preso piede ai blues. È impresentabile, un povero disgraziato. Se il Chelsea vince la Champions è una vergogna per il calcio». Eto’o ce l’aveva con José per un finale di partita un po’ velenoso, con Mou agitato e con alcuni dello staff del Chelsea così su di giri da insultare Samuel. Colpa di Mourinho, colpa di qualcuno: Eto’o è un altro campione con un temperamento complicato, è un affare con una testa complicata, uno scambio nel quale non migliora il carattere. La storia di Mourinho è una parte del bouquet. Ed è vero che poi a quanto pare abbiano fatto la pace prima che il camerunense arrivasse all’Inter, ma è vero anche che Eto’o sarebbe stato capace di farlo ancora con l’allenatore portoghese o con qualcun altro.

Non si tiene un pensiero dentro. Sbotta e chi s’è visto s’è visto. Lo fece al Real Madrid, dove giocò tre partite in tutto a 18 anni e si rifiutò di farsi spedire al Deportivo La Coruña: «Io non sono uno schiavo». Decide lui, sempre. In quel momento decise di andare al Maiorca, che è sempre stato molto meno del Depor, poi decise di deciso di dire sì al Barcellona, il che pare ovvio adesso ma non quando ci arrivò lui. All’Inter avrebbe dovuto arrivare un anno prima per una lite con Guardiola. L’allenatore non riuscì a cacciarlo che e alla fine dovette metterlo in campo per vincere campionato, coppa del Re e Champions. Decisivo, ovviamente. Decisivo coi gol, perché è abituato a farne come pochi. Allora, per dirne una, nelle due finali di coppa dei Campioni vinte dal Barça nel suo periodo catalano, lui ha segnato. Guardiola l’ha fatto giocare, l’ha fatto divertire, l’ha fatto vincere. Solo che se provate a chiederlo a Samuel, potete scommettere che lui inverte il beneficiario delle ultime due: «Io ho fatto divertire, io ho fatto vincere». Presuntuoso come tutti quelli che sanno di essere determinanti, permaloso come chi sa di non voler essere messo in discussione. Poi gli altri aggettivi che la Spagna s’è divertita a usare a turno: irascibile, matto, orgoglioso. Convinto di essere sottostimato perché nero. «Devo correre come un nero, per riuscire a guadagnare come un bianco».

Adesso corre molto meno. Ad agosto scorso, quando Suleiman Kerimov ha smantellato l’Anzhi, la squadra che avrebbe dovuto portare la Champions League nella steppa, per qualcuno Eto’o avrebbe potuto anche tornare all’Inter. In realtà il Napoli è stato molto più vicino a lui di qualunque altra squadra a eccezione del Chelsea. Perché non piace solo a Mourinho, ma pure a Benitez. Da Valencia se ne andò quando aveva indicato i tre acquisti che servivano per pensare alla Champions. Uno l’aveva visto nel Maiorca. Era Samuel Eto’o: 17 gol in 32 partite, in una squadra che lottava per non retrocedere. Il direttore tecnico Jesùs Garcia Pitarch si presentò con in mano il contratto di un altro attaccante. Costava solo cinquecentomila euro in meno. Era l’uruguaiano Nestor Canobbio: in serie B l’anno dopo avrebbe fatto 10 gol in 31 partite. Benítez salutò: «Ho chiesto una scrivania usata ma in buono stato e due seggiole nuove. Mi hanno portato un puff e due lampadine».

Quest’anno, a Napoli, l’avrebbe preso, ma non aveva la forza di offrirgli sei milioni. Sotto quella cifra Eto’o non sarebbe sceso, considerando che in Russia ne prendeva 20,5. Non ha sbagliato, Benitez. E non ha sbagliato Mourinho a portarlo a Londra. I tre gol di ieri sono la vittoria di José e di Samuel. Per chi non ha problemi di cassa, l’interpretazione di un affare di mercato è diversa dagli altri. Tre gol allo United possono bastare a giustificare un investimento. Né giusto, né sbagliato: per il Chelsea, anche per questo Chelsea, è così.

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