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Il giornale di Dio

Può la nuova proprietà del settimanale americano per eccellenza essere in combutta con una setta evangelica che mira a controllare il mondo? Un'inchiesta di Mother Jones svela i legami tra la Comunità di David Jang e Newsweek.

Anche i migliori alla fine se ne vanno. Dalla sua fondazione, datata 1933, Newsweek è stato per decenni una colonna portante del giornalismo americano. Il 31 dicembre del 2012 uscì con quella che doveva essere la sua ultima copia cartacea – un tributo all’età d’oro delle notizie e delle inchieste, delle sue dozzine di corrispondenti sparsi per il globo, dei reportage sulla guerra del Vietnam e delle recensioni dei film di Jane Fonda (i «glory days», come li ha ribattezzati Hendrik Hertzberg sul New Yorker). Lo strillo di copertina recitava soltanto «#lastprintissue».

Già nel 2009 il giornale perdeva 30 milioni di dollari l’anno, anche pagando il suo formato settimanale ai tempi dell’istantaneità del web, e per The Washington Post Co., il suo proprietario dal 1961, era diventato poco più che un peso. Nell’agosto del 2010 Newsweek venne venduto per un dollaro (più 50 milioni di debiti) al magnate degli apparecchi audio Sidney Harman. Poco dopo, la nuova proprietà – divisa tra Harman e Barry Diller, proprietario del colosso mediatico IAC – decise di tentare di rilanciarlo unendo le sue forze con quelle di The Daily Beast, ben più giovane testata online fondata da Tina Brown. Le cose andarono male, e la direzione della stessa Brown non riuscì a invertire la rotta. Alla fine del 2012 la testata cartacea era giunta al capolinea, soppiantata da una pubblicazione digitale dagli scopi sensibilmente ridefiniti.

Senonché a bussare alla porta di Newsweek arrivò un’azienda di nome IBT Media. Nell’agosto 2013 comprò ciò che rimaneva di Newsweek, lasciando da parte Brown e il suo Daily Beast. Dei suoi due cofondatori, Etienne Uzac e Johnathan Davis, si sapeva piuttosto poco. E nell’ordine: che avevano trent’anni, che uno (Uzac) aveva origini francesi e sudafricane e si era laureato alla London School of Economics e l’altro (Davis) era californiano e aveva studiato elettrotecnica, e che nel 2006 per fondare il loro giornale online, l’International Business Times, avevano (come hanno dichiarato al New York Times) «raccattato denaro dalla famiglia e dagli amici». Quando la coppia annunciò l’acquisto, gli articoli dell’Ibt erano letti da 13 milioni di persone nel mondo, grazie a un network di siti localizzati che operava in 10 paesi e 7 lingue diverse.

Il mese scorso Uzac e Davis hanno riportato Newsweek nelle edicole con un numero controverso e ampiamente dibattuto che vantava di aver svelato l’identità dell’«uomo dietro Bitcoin», la celebre valuta digitale criptata. L’attenzione riservata al ritorno del decano dei settimanali statunitensi ha aumentato anche quella per i suoi nuovi proprietari e qualche particolare enigmatico riguardante il loro passato. Alcuni report suggerivano che Uzac e Davis si erano conosciuti in una setta cristiano-evangelica, e molti altri – tra cui un lungo report datato agosto 2012 del sito di divulgazione religiosa Christianity Today – indicavano un’ombra silenziosa stagliarsi sui protagonisti di questa storia: quella di David Jang, predicatore sudcoreano a capo di una complessa comunità evangelica internazionale, organizzata sul modello di una setta à la Scientology.

Le ramificate connessioni tra la Comunità di Jang e una serie di attività comprendente imprese, campus universitari e pubblicazioni media – per anni incerte o confinate a inchieste al di fuori dell’orbita mainstream – hanno trovato una solida conferma in un recente articolo di Ben Dooley su Mother Jones. Dooley ha ascoltato decine di ex membri del culto del pastore, studenti dell’università Olivet – un centro studi privato di ispirazione cristiana fondato dallo stesso Jang nel 2004 a San Francisco – e persone impiegate dall’International Business Times, nonché passato al setaccio anni di documenti pubblici e scambi di email private. Alle sue quasi incredibili scoperte, ça va sans dire, questo articolo deve molto.

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Il profilo Twitter della Olivet University, l’università fondata da Jang, recita in maniera ispirata: «Dove gli studiosi del futuro sono preparati per cambiare il mondo per Gesù Cristo». In un profilo pubblicato da BuzzFeed, Etienne Uzac e Johnathan Davis hanno paragonato il rapporto dell’International Business Times con la Olivet a quello tra la Silicon Valley e Stanford: gli studenti dell’università possono candidarsi a tirocini presso il giornale e arricchire il loro percorso formativo, Ibt può “pescare” dai serbatoi di talento dell’ateneo. «That’s as far as it goes», sostengono. Dooley, tuttavia, ha scoperchiato il vaso di Pandora di un modus operandi dai contorni più opachi. «Olivet e Ibt sono collegati a una ragnatela di dozzine di chiese, associazioni no-profit e corporation mondiali che Jang ha fondato, influenzato o controllato, e il denaro dei membri della Comunità e delle attività remunerative coprono regolarmente quelle in perdita e le spese di Jang», scrive l’autore di Mother Jones.

«Olivet e Ibt sono collegati a una ragnatela di dozzine di chiese, associazioni no-profit e corporation che Jang ha fondato, influenzato o controllato».

La presidente di Olivet, Tracy Davis, è la moglie di Johnathan Davis. Fino all’anno scorso anche Uzac faceva parte del consiglio di amministrazione dell’università. E la sua compagna, Marion Kim, è stata l’addetto stampa della World Evangelical Alliance, l’organismo sovranazionale portavoce delle Chiese evangeliche, e ora svolge lavori di traduzione per il pastore David Jang. La Olivet stessa è membro dell’organizzazione. Jang, invece, fa parte del suo consiglio nordamericano.

Nonostante Davis e Uzac abbiano cercato di far perdere le tracce che portavano dal sentiero del loro giornale online a quello della comunità di Jang, alcune impronte sono difficili da cancellare. Nel dicembre del 2005, pochi mesi prima della fondazione di International Business Times, a registrare il marchio commerciale della nascitura testata fu Verecom, una compagnia di web design legata alla Comunità. L’indirizzo specificato per la procedura – 631 Howard St., San Francisco, CA – era lo stesso della sede principale della Olivet, poi usato anche per intestarsi il dominio ibtimes.com.

Un anonimo membro della confraternita del predicatore, coinvolto nelle fasi primordiali del giornale, racconta a Dooley una storia diversa rispetto a quella ufficiale del duo di fondatori: «È stato Jang a fondarlo, praticamente scegliendo i membri della sua Chiesa che avevano dimostrato di essere esperti di business. Hanno parlato, e Jang gli ha esposto l’intera visione della compagnia». Questa teoria trova un riscontro nel fatto che nel gennaio 2006, come riporta un documento di un network riservato ai membri della Comunità, Uzac ricevette dal predicatore l’incarico di condurre un non meglio precisato «e-business».

Un aspetto particolarmente controverso della matassa di questa storia è l’alone di santità che permea la figura di Jang. Nei resoconti delle persone intervistate da Dooley si parla di sermoni (come quello che a Pasqua del 2006 a New York benedì l’avvento di Ibt), coppie unite in matrimonio in riti collettivi e bambini portati al sacrale cospetto del sessantaquattrenne predicatore.

Nel 2002 Jang, in occasione del lancio di una prima testata media a sfondo religioso, parlò dal suo pulpito di una nuova missione: «costruire l’Arca» votata al salvataggio dell’umanità e divisa in «spirito, anima e corpo» della sua Chiesa. I ministeri spirituali sarebbero diventati un vasto network di confraternite evangeliche con nomi quali “Apostolos” e “Giovani discepoli”, che tra le altre cose si sarebbero occupati di reclutare nuovi fedeli. Il salvataggio dell’«anima» sarebbe venuto dai banchi dell’università Olivet, o perlomeno dai suoi insegnamenti. Il «corpo» dell’operazione di redenzione avrebbe poggiato su attività commerciali di ogni tipo: piccoli giornali, studi di web design, persino un negozio di scarpe. Poi, anni dopo, una delle testate storiche d’America.

Anne racconta che spesso l’attività quotidiana era scandita da riferimenti alla santità del maestro sudcoreano. «Sai chi è il Secondo Messia?», le venne chiesto un giorno.

Citata da Mother Jones, Anne, una ragazza cinese ex membro della confraternita degli Apostolos – a cui si unì da ragazza, abbandonando la scuola e chiedendo fondi a parenti e amici (nonché persino un prestito bancario) per sostentarla – racconta che spesso l’attività quotidiana era scandita da riferimenti alla santità del maestro sudcoreano. «Sai chi è il Secondo Messia?», le venne chiesto un giorno dal suo precettore. In un’altra occasione qualcuno accennò alla necessità di proteggere la vera identità di Jang, «altrimenti i miscredenti lo uccideranno come hanno ucciso il primo Messia».

Che Jang fosse santo o meno (e lui stesso, a onor di cronaca, ha sempre negato di essersi mai connotato in questo senso agli occhi dei suoi fedeli), in ogni caso, una cosa è certa: quando Uzac venne investito della missione divina di «e-commerce», lo studioso di economia disse: «l’esito è già stato determinato da Dio, si tratta di capire quanto velocemente si può fondare la mia Fede».

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Una serie di email citate dall’inchiesta prova l’ascendente di David Jang sulle operazioni dell’International Business Times anche ad anni di distanza dalla fondazione. Nel sistema di posta elettronica interno al network viene indicato semplicemente con la sigla «PD» (Pastor David). In una trascrizione, Jang parla addirittura di cambiare la posizione del logo all’interno del sito, che giudica vada rifatto utilizzando il font Gothic.

Nel vasto archivio di missive analizzato da Dooley figurano anche diverse prove dell’interconnessione delle teste dell’idra creato da Jang. In un’email dell’ottobre 2007 Sophia Yu, responsabile contabilità di Veremedia, un’agenzia di pubblicità legata alla Comunità, scrive: «Per grazia di Dio, PD ci ha dato l’onore di aiutare Ibt e altri ministeri sacerdotali. Presto sapremo che tutto il denaro speso per gli altri ministeri era diretto al bene. È tutto usato per costruire il regno in cui vivremo». Altre provano il costante flusso di aiuti e donazioni scambiati tra società appartenenti alla Comunità (alla fine del 2008, mentre la redazione di Ibt era indietro coi pagamenti dell’affitto del suo stabile newyorkese, secondo i dati del bilancio la società donò più di 10.000 dollari alla Olivet).

Molti dei primi impiegati redazionali dell’International Business Times erano membri della Comunità, e spesso gli aiuti con l’affitto e le spese non gli permettevano di far fronte a salari bassi. Per risollevarsi, il giornale puntò a rafforzare la sua produzione di contenuti, spesso – riporta Dooley – costringendo i suoi dipendenti a raggiungere livelli proibitivi di visite/articolo. E per garantirsi un ricambio di forza lavoro, sostiene l’inchiesta, il giornale ha attinto a piene mani dagli altri «ministeri» della setta di David Jang: alcuni documenti dell’università Olivet stabiliscono che molti studenti sono finiti in forza a Ibt, Christian Post e altre attività legate al gruppo di culto. Nota a margine di importanza non secondaria: alcuni di essi, come la già citata Anne, non essendo provvisti di permesso di lavoro non potrebbero svolgere attività remunerate negli Stati Uniti. Tuttavia, una mail di inizio 2012 di una responsabile delle finanze di Olivet University sembrerebbe non considerare questa legge americana («Siamo giunti alla conclusione che gli studenti con visa F-2 devono concentrarsi di più sui ministeri»).

William Willis, diventato preside della facoltà di giornalismo del centro studi evangelico nel 2008, ha detto a Mother Jones di non essere riuscito a ottenere una lista completa dei corsi e degli alunni per un anno intero dalla sua nomina. «A volte» – scrisse in una mail l’anno seguente – «sembra quasi che questo posto sia controllato a distanza».

Per garantirsi un ricambio di forza lavoro, sostiene l’inchiesta, il giornale ha attinto a piene mani dagli altri «ministeri» della setta di David Jang.

Ad ogni modo, può essere che la versione ufficiale di Uzac e Davis sia la più vicina alla verità. Non va escluso a priori che il piccolo college privato di San Francisco sia effettivamente lo Stanford di IBT Media, e che storie come quella di Anne e degli altri ragazzi intervistati da Dooley – storie di povertà, costrizione, plagio e ossequiosa paura – siano casi isolati in un gruppo religioso che si sostenta in modo laico. Per ora l’unica cosa certa è che David Jang e la sua para-setta, stando alle ultime rivelazioni, sono riusciti in uno dei primi obiettivi della loro annunciata missione salvifica. Hanno preso una vecchia e prestigiosa testata caduta in disgrazia, quella che molti consideravano la più irredimibile d’America, e l’hanno resa il giornale di Dio.

 

Nella foto: un passante legge un’edizione speciale di Newsweek uscita in francese. Parigi, gennaio 2004.

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