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Verso l’accettazione del bastone da selfie

Potrebbe essere il gadget dell'anno, che lo si voglia o no. Ed è utile, semplice, illegale in Corea del Sud e con una lunga storia che risale agli anni Venti. È ora di passare al lato oscuro del selfie.

Esiste una logica fantasma che regola la scelta dei gadget venduti dai venditori abusivi nelle piazza italiane: quattro anni fa passeggiando per Via Nazionale a Roma era impossibile non imbattersi in una di quelle palline colorate e melmose che venivano spiaccicate con forza su un precario piano di legno. Poi è stato il turno dei piccoli elicotteri fatti decollare verticalmente a elastico, una hit duratura e discutibile. Qualche mese fa a Milano ho scoperto il business delle cucitrici manuali. Poi è stato il turno del bastone da selfie e la cosa si è fatta emotiva.

Il bastone da selfie – selfie stick – è un oggetto talmente semplice e funzionale da aver diviso il pubblico tra chi lo detesta e chi lo ha già comprato o regalato a Natale. È difficile mantenere al riguardo un tono placido e obiettivo, il bastone ci offende o ci convince: per quanto sicuramente serva a una funzione (agevolare il selfie), non riesce a guadagnarsi l’accettazione che altri assurdi aggeggi hanno col tempo acquisito (le cover per cellulare con le orecchiette da coniglio. Lo Yo-yo). Secondo il Time è una delle 25 migliori invenzioni dello scorso anno ma tale riconoscimento non basta, anzi convince i detrattori del pessimo risultato raggiunto dall’Umanità nel corso degli scorsi 12 mesi. Eppure il bastone da selfie è una cosina semplice, a suo modo geniale, il cui incredibile successo non deve stupire perché ha dalla sua parte la Storia. Un attrezzo simile comparve per esempio nel 1995 in un libro giapponese sulle «invenzioni inutili», quando ancora la parola selfie era un refuso inglese. Al tempo l’oggetto era davvero un’invenzione inutile, visto che la maggior parte degli apparecchi erano a pellicola e il lusso del selfie (provare a farsi una foto per poi cancellarla senza problemi se non viene bene) è recente, figlio del digitale, ed è esploso solo con la diffusione degli smartphone.

Ma le radici del famigerato bastone scavano ancora più a fondo, raggiungendo il 1926. Lo ha scoperto il britannico Alan Cleaver ritrovando una vecchia foto dei suoi nonni in tenerà età in cui un giovanissimo Arnold Hogg (il nonno), ex pianista e intrattenitore, impugna un arnese che sembra collegato alla macchina fotografica che ha scattato la foto. Un gesto folle da compiere nel primo dopoguerra, forse ironico, come suggerisce lo sguardo dell’uomo; ma anche la prova, l’ennesima, dell’anima funzionalista di questo strumento tanto sbertucciato (in primo luogo dal sottoscritto) eppure così resistente. A che serve essere belli quando si è utili, dopotutto? Il famigerato bastone è così resistito per decenni fregandosene dello zeitgest, dell’effettiva offerta tecnologica del momento: è sopravvissuto finché non ha trovato noi, noi che fissiamo piccoli schermi dotati di fotocamera. E a quel punto è esploso.

Il bastone è così resistito per decenni fregandosene dello zeitgest, dell’effettiva offerta tecnologica del momento: a che serve essere belli quando si è utili, d’altronde?

Catene di negozi costrette a ordini continui per assecondare l’altissima domanda, siti di e-commerce presi d’assalto e l’hashtag #selfiestick che fa capolino tra gli argomenti più discussi su Twitter il 25 dicembre, il giorno di Natale, il giorno in cui migliaia di persone hanno aperto i loro regali trovandovi un bastone da selfie – idea-regalo andata fortissima soprattutto tra la categoria “padri di famiglia”. Ma questi bastoni non sono solo un problema estetico: al di là del loro impatto culturale (degno successore di quello della stessa parola selfie), si accompagnano ad alcuni problemi legali e di sicurezza, che per esempio hanno portato al sequestro di mille esemplari a Venezia e in altre città, oltre che alla loro messa a bando in Corea del Sud. Il problema è tecnico, come ha spiegato il comandante della Polizia Municipale veneziana Luciano Marini, e legato ai tasti di cui sono dotati per la comunicazione via bluetooth con lo smartphone e che spesso sono «privi di qualsiasi indicazione». È questo a rendere il bastone da selfie un vero e proprio gadget: la sua parte elettronica pensata per agire in simbiosi con i nostri dispositivi elettronici. Ed è anche questo il problema: l’assenza di norme di sicurezza – forse causata dall’apparente innocuità di un oggetto così normale – che il ministero sudcoreano della Scienza, tecnologia e pianificazione del futuro (che esiste) ha deciso di combattere con pene che prevedono il carcere o una multa da 30 milioni di won (23 mila euro). Il rischio è che i segnali bluetooth emessi dagli utenti possano interferire con quelli di altri dispositivi più, ehm, importanti.

Da oggetto discutibile a nuova necessità per l’Utente Instagram Medio, i bastoni da selfie potrebbero essere soltanto agli inizi della loro diffusione. Ora, perlomeno in Corea del Sud, hanno acquisito pure il fascino dell’oggetto proibito. Il bastone da selfie come simbolo di ribellione. Nel frattempo nell’ultimo video di Beyonce la si vede girare su se stessa impugnandone uno, felice e soddisfatta del suo acquisto. Forse è proprio questo lo scenario peggiore per i detrattori del gadget: il momento in cui diventeranno non solo utili ma persino cool. Tenetevi stretti.

 

Immagine: selfie su una spiaggia australiana (Don Arnold / Getty Images)

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