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Il curioso caso del governo del cambiamento

Lo scorso 19 aprile la sinistra italiana ha vissuto uno dei momenti più bassi della sua storia. Viaggio nei libri che riaprono la ferita del "parricidio" di Romano Prodi e il tramonto dell'era Bersani.

«Le salsicce alle feste ve le cucinate voi!». Volendo trovare una frase-simbolo del cataclisma abbattutosi sul Partito democratico tra il febbraio e l’aprile scorsi – una calamità che si è concretizzata nella “non vittoria” di elezioni già vinte e nel sacrificio del suo primo presidente, Romano Prodi – queste parole a metà tra il caustico e l’indignato farebbero al caso nostro. A pronunciarle, il 17 aprile scorso, è un iscritto al circolo di un paesino in zona Castelli Romani che si trova – con tanti altri –  all’esterno del teatro Capranica, quartier generale democratico a Roma nei giorni culminati con l’avvio del secondo settennato di Giorgio Napolitano.

Come racconta il giornalista Marco Damilano nel suo ultimo libro Chi ha sbagliato più forte, l’omonima piazza adiacente – sede anche di uno storico seminario – quella sera ospita una contestazione popolata da militanti, ex girotondini, semplici iscritti e persone comuni. Tutti con un umore a metà strada tra la rabbia e lo sdegno, scandiscono un nome in coro: «Ro-do-tà» – l’insolito simbolo del Nuovo, della democrazia dal basso, del cambiamento – che diventa subito l’antitesi di Franco Marini, il sindacalista abruzzese decano dei popolari, rigido uomo di partito e, nella fattispecie, candidato del segretario Pier Luigi Bersani alla Presidenza della Repubblica. Il giurista Stefano Rodotà, invece, è il nome scelto dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

Per dovizia di particolari, va detto che a Roma il teatro Capranica – sede imprevista del direttorio Pd – sorge al civico 101 della piazza che porta il suo stesso nome.  E quel numero, centouno, ricorre spesso in questa storia, tanto da diventare, col passare dei mesi, l’emblema nefasto di una formazione politica che ha clamorosamente fallito il suo appuntamento con la Storia, con l’ineludibile sconfitta del centrodestra («e va bene, vorrà dire che a cosa fatta verremo qui a festeggiare», si era lasciato scappare Bersani in campagna elettorale davanti a una platea festante a Crotone, non immaginando che la cosa sarebbe rimasta da fare), con la fatale “smacchiatura” del giaguaro Silvio. Centouno, rimanendo nel perimetro della cronaca politica di quella settimana primaverile di freddo inusuale, è il numero minimo di grandi elettori della coalizione di centrosinistra che il 19 aprile 2013 hanno scelto di non votare Prodi al Quirinale; è stato tradito il padre nobile, il candidato che avrebbe dovuto ricompattare il fronte democratico.

Prodi, ex premier e cavallo di razza (nonché unico vincente) dell’alternativa Dem al berlusconismo degli ultimi vent’anni, in quelle ore si trovava a Bamako, capitale del Mali, per conto delle Nazioni Unite. All’opinionista dell’Espresso racconta il suo punto di vista soggettivo sui fatti, minimizzando l’accaduto: «nella storia delle elezioni presidenziali questo non è nemmeno un evento straordinario». Eppure, tutto tranne che ordinaria sarebbe parsa a un osservatore l’uscita dello squadrone democratico dal civico 101 di quel venerdì sera: giovani deputate in lacrime, sguardi bassi o allibiti, accuse reciproche (molto sentito, specie nelle prime ore, il mantra «è stato Renzi», nonostante il sindaco di Firenze fosse stato fra i primi a sostenere Prodi) e Pier Luigi Bersani che dal palco allestito nel teatro, alla fine dell’ennesima riunione convocata d’urgenza, chiama «traditori» i novelli Edipo neoeletti del PD. Poi si dimette, e con lui l’intera segreteria: il partito è ufficialmente allo sbando.

Da quell’istante, com’è noto, si è azionato un filone mitopoietico che sui 101 e il loro colpo perfetto ha costruito una narrazione, spesso ricalcolando l’equilibrio tra colpe e meriti della segreteria Bersani. In Giorni bugiardi, un altro instant book dedicato alla vicenda – scritto dai colonnelli di ferro del bersanismo Chiara Geloni (direttrice di YouDem) e Stefano Di Traglia (portavoce dell’ex candidato premier emiliano) e uscito ieri – gli autori sostengono che «in nessun modo è possibile» raggiungere la Cifra Maledetta senza calcolare i 41 parlamentari vicini al sindaco di Firenze – poco simpatico (per usare un eufemismo) al duo dai tempi delle ultime primarie.

Ma al centro di questo secondo libro c’è anche altro: la devozione nei confronti di un politico che è rappresentato innanzitutto come un uomo tradito da apparatchik che non l’hanno mai meritato, soprattutto, e i toni nostalgici di chi sa che l’Italia ha perso la sua occasione – rafforzati anche da curiosi stratagemmi manzoniani, come il ritrovamento accidentale di «200 schede dettagliatissime» che conterrebbero, secondo gli autori, le linee guida del «governo del cambiamento».

La prima comparsa ufficiale della formula è datata 2 dicembre 2012: Bersani ha sconfitto Renzi alle primarie e dice «È stata una bellissima avventura: la prossima avventura è il governo, il governo del cambiamento».

Anche l’espressione «governo del cambiamento» meriterebbe un capitolo a sé, nella trattazione della ormai leggendaria Waterloo del Partito democratico. La prima comparsa ufficiale della formula è datata 2 dicembre 2012, sempre al Capranica: Bersani ha sconfitto Renzi alle primarie e dice «È stata una bellissima avventura: la prossima avventura è il governo, il governo del cambiamento». Tornerà a cadenza regolare nella cronaca politica degli ultimi mesi, spesso per bocca dello stesso segretario: il 1 aprile 2013, a un mese dall’inglorioso epilogo delle elezioni politiche, in un’intervista rilasciata a Repubblica Bersani la rispolvera per partire all’assalto dei neo-parlamentari grillini – quelli che quattro giorni dopo all’Hotel Universo, vicinanze stazione Termini, si sarebbero presentati al Paese col famoso format in streaming, un po’ talent show e un po’ ultimo ritrovato di democrazia digitale.

L’obiettivo dichiarato di Bersani è, per l’appunto, chiedere a Napolitano l’incarico di formare un «governo del cambiamento» che proponga «sette o otto punti a chi ci sta». Beppe Grillo e i suoi, però – quelli che dovrebbero starci – non ci stanno: pochi giorni prima sul blog dell’ormai ex comico il segretario Dem era definito «un morto che parla» e col tempo – è noto – la situazione non migliora: seguiranno ripetute consultazioni in streaming, a tratti imbarazzanti («No, non siamo a Ballarò, è una roba seria», puntualizza Bersani davanti a un allibito Enrico Letta a Roberta Lombardi, la portavoce M5S che si era appena lasciata andare a un commento da parvenu) e poi diverse vicendevoli attribuzioni di colpa tra il fronte democratico e quello pentastellato.

«Colpa» perché, nel frattempo, anche l’ultimo, inossidabile tabù del PD è caduto: “con Berlusconi al governo mai”. E dire che il fronte dei fautori del no al Cavaliere era ben popolato: fra di essi c’era anche Enrico Letta, fido vice diviso tra la cabina di regia dello scouting e la buona volontà di metabolizzare le ingiurie grilline. Miguel Gotor, senatore, storico e bersaniano leale il 9 aprile – dieci giorni prima della telefonata in Mali che annuncia a Prodi che la sua candidatura non è più percorribile – era andato oltre: il governissimo «sarebbe la fine del PD». Poi, si sa, le cose sono andate diversamente.

La forza dell’assioma del «governo del cambiamento» e degli otto punti di Bersani – poi diventati protagonisti di accorate petizioni online, inviti alla ragionevolezza rivolti a una villa di Nervi diventata nel mentre il centro mediatico della politica italiana – sta proprio nel concetto di alternativa mancata, di presunta occasione bruciata per convolare a nozze con il più strano tra i compagni di letto: il partito di Silvio Berlusconi. «Perché non votare Rodotà?», chiedeva Grillo: il giurista ottantenne, laico e vicino ai movimenti, ad aprile è diventato il campione della rivoluzione copernicana degli schemi della politique politicienne, un sinonimo stesso di quel cambiamento entrato perentoriamente nel frasario comune. Lui, eletto deputato per la prima volta nel 1979.

Poco importa, quindi, che il Movimento 5 stelle non abbia mai fatto mancare il suo “no” secco  alle proposte del segretario di Bettola, screditandole sul blog del suo leader, rimarcando la sua distanza ontologica dall’agone politico tradizionale in diretta video e usando toni non esattamente votati all’apertura («mandiamoli tutti a casa»): il popolo del Ro-do-tà si oppone a coloro che inizia a vedere come congiurati: i 101 franchi tiratori, divenuti una sorta di setta operante su basi e con fini propri. Ed è convinto che il tandem PD-M5S non abbia dato neanche la prima pedalata perché sono stati i democratici a non volerlo davvero.

Matteo Orfini, giovane turco dimissionario della segreteria Bersani, sul suo blog il 21 aprile, in piena burrasca politica e mediatica, ha tentato di affrontare la rabbia della base elettorale, che nelle ore appena trascorse aveva rotto gli argini sui social network e nelle piazze romane – ponendo pressione, secondo una diffusa teoria, sui grandi elettori in Parlamento. La sua risposta a «perché non votare Rodotà?» è quella che molti non si sarebbero aspettati: perché, avendo taciuto sull’incontinenza verbale e gli eccessi simil-autoritari della compagine grillina, lo stimato giurista non era il candidato da votare. Che Orfini avesse ragione o torto, a fine maggio per Grillo Rodotà era già diventato un «ottantenne miracolato dal web».

Il fronte dell’occasione persa e dell’alternativa possibile-ma-non-percorsa, però, è ancora vivo, e fa sentire la sua voce a ogni nota stonata dal governo di Enrico Letta. Oggi è equamente diviso tra SEL – che Rodotà ad aprile l’ha votato fin dall’inizio, nonostante la Carta di intenti col Pd e la foto di Vasto – e la mozione di Pippo Civati, deputato monzese che in quei giorni è stato probabilmente il più vivace tramite con l’universo grillino. Per Civati – che del recupero dell’alleanza con Vendola è il maggior sostenitore – gli eventi di metà aprile sono il compendio degli errori e delle pecche della sinistra italiana. Sbagli non tanto imputabili a Bersani – la cui più grande colpa è quella di aver portato il PD al governo con Berlusconi, dopo averlo negato a più riprese – o a una mancanza di leadership, quanto al corpo estraneo dei 101, il parassita malefico che ha tolto di mezzo Prodi per creare i presupposti per l’inciucio. Civati del principio «101 free» ha fatto uno slogan che appare, sotto forma di simbolo o hashtag, pressoché ovunque nella sua campagna; vede con favore il programma dell’ex segretario alle scorse elezioni e predica un PD che vada «da Prodi a Rodotà», non a caso i due protagonisti dei fatti di aprile. Il “governissimo” per i civatiani è il parto scellerato di tatticismi e disegni pro-Berlusconi, di una sinistra «che rincorre la destra». Non ci sono prove, com’è ovvio, ma c’è molta epica.

Il “governissimo” per i civatiani è il parto scellerato di tatticismi e disegni pro-Berlusconi, di una sinistra «che rincorre la destra». Non ci sono prove, com’è ovvio, ma c’è molta epica.

Il 19 aprile – racconta Damilano nel suo libro – dopo che Bersani aveva giocato l’ultima carta del suo mazzo lanciando il nome del professore bolognese e la platea del Capranica aveva risposto con una standing ovation in parte artefatta, qualcuno era rimasto titubante. Arturo Parisi, deus ex machina dell’Ulivo, il più prodiano fra i prodiani, ha chiamato Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna, il più bersaniano fra i bersaniani: «Non sarebbe il caso di votare scheda bianca alla quarta votazione e lavorare sulla quinta?», chiede Parisi, subodorando la débâcle ventura e dovendo fare i conti con la mancanza di iniziativa e la credibilità infiacchita di Bersani. «Non preoccuparti, abbiamo controllato il voto banco per banco, filiera per filiera», risponde Errani. E il resto è Storia, nonché la storia di un governo del cambiamento che non è mai esistito, intrecciata a doppio filo con quella di 101 traditori senza nome, alternativamente parlamentari allo sbando o efferati cospiratori.

«Chi ha sbagliato più forte», tra l’altro, non è una citazione casuale: è un verso della “Canzone popolare” di Ivano Fossati, l’inno dell’Ulivo che si avviava entusiasta a vincere le elezioni del 1996 con Prodi sulla sua sella (Damilano aveva 28 anni, Chiara Geloni 27, Civati 21, io 7) e a governare fino all’ottobre del ’98. Ma quella è un’altra narrazione, un’altra serie di macchinazioni chiacchierate e smentite. Quel che conta di più, forse, è che fu l’ultima vittoria netta della sinistra italiana.

 

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