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Il codice bordello

In Cina e in Thailandia non è insolito concludere le cene di lavoro in una sala massaggi. Punti di vista e differenze culturali sul sesso in Estremo Oriente.

«Le tre cose più importanti per un uomo sono il sesso, il denaro e il potere».

Parola di Chuwit Kamolvisit, fondatore del partito ultrapopulista Phak Rak Prathet Thai, “Amare la Thailandia”, ma noto anche come “il re delle sale da massaggio” perché è l’ideatore dei bordelli di lusso thai. «Ho applicato lo stile della lounge alla sala da massaggio per creare un ambiente rilassante», spiega, «le ragazze sono free-lance, vanno e vengono quando vogliono e possono rifiutare un cliente. In questo modo ho reclutato quelle che non sarebbero state disponibili». Ed è nelle salette vip dei suoi locali che si ritrovano, senza cercare di nascondersi, i rappresentanti politici ed economici dell’ammart, l’élite thailandese. «In parlamento ho incontrato molti vecchi clienti», dice Chuwit.

«La nostra società ha sempre accettato il concubinaggio e la prostituzione. Perdere la verginità in un bordello è un rito di passaggio per i giovani thai», dice la professoressa Pasuk Phongpaichit della Chulalongkorn University di Bangkok, autrice di Guns, Girls, Gambling, Ganja, saggio sull’economia illegale. «Frequentare i bordelli è una forma di socializzazione, un’occasione d’incontro tra colleghi, un modo informale di fare affari. Alcuni sono un vero status symbol riservati ai rappresentanti delle élite».

In questa prospettiva i bordelli sono anche i luoghi dove si dimostra la tipica “ospitalità sessuale” asiatica. Così la definisce Richard Bernstein nel saggio The East, The West, and Sex: a History. In quel libro di qualche anno fa, un classico del politicamente scorretto, Bernstein racconta e analizza gli “incontri erotici” tra due culture. Quella occidentale, della monogamia, «della colpa e della repressione», e quella orientale, «la cultura dell’harem, dei molteplici partner sessuali». Quest’ultima «può definire l’uomo in forma meno nobile, ma è più realistica e più in sintonia con la vera natura dell’essere umano. Ameno di quello di sesso maschile». La separazione del concetto del peccato da quella del sesso e la rimozione della combattuta dicotomia tra sesso e amore, caratteristica della cultura occidentale, ribadisce Bernstein, sono gli elementi su cui si fonda la cultura dell’harem, secondo la quale un uomo ricco e potente può godere dell’attenzione di altre donne al di fuori del matrimonio purché non ne sia emotivamente coinvolto. Ed è così che il sesso diviene una componente profonda dello stile di vita.

«Per la nostra concezione del sesso, così intrecciata alla religione, non riusciamo a comprendere gli orientali», dice John Burdett, ex avvocato inglese espatriato in Thailandia, autore di thriller che hanno per protagonista un detective buddhista, «per loro è più importante assolvere i propri obblighi nei confronti della famiglia, del villaggio, non “perdere la faccia” con comportamenti che possano danneggiarli. E il sesso non rientra tra questi. Personalmente mi sento molto più libero qui». Tanta libertà può essere motivo d’imbarazzo per gli occidentali in cui sia più radicata la cultura della colpa. Tanto che una guida per businessman in Thailandia mette in guardia contro gli inviti alle cene di lavoro avvertendo che spesso si concludono in un bordello. Una volta là, non ci si può limitare a bere un whiskey. Rifiutare la compagnia sarebbe considerato scortese, significherebbe davvero far perdere la faccia al proprio ospite.

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Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui sarebbe stata l’influenza occidentale a corrompere l’originaria innocenza orientale, quindi, sono gli occidentali, in particolare gli anglosassoni, a sentirsi minacciati dalla disinvoltura sessuale asiatica. Lo dimostrano i numerosi articoli apparsi recentemente sul sito China File dedicati al Bro Code, il “codice del bordello”. Secondo James Palmer, giornalista residente a Pechino, è alla base della «oscura arte della trattativa d’affari in Cina»: una serata in compagnia è una prova di carattere, lo scopo non è tanto il divertimento, quanto rinsaldare i rapporti personali. E cosa può farlo meglio che superare i propri tabù, rivelarsi vicendevolmente le proprie debolezze? In senso più ampio è stato paragonato a ciò che il criminologo Diego Gambetta definisce “hostage-information”, ossia lo scambio d’informazioni compromettenti a garanzia che nessuno violerà gli accordi. In realtà, una serata in un bordello, secondo i canoni asiatici, non è così compromettente da rivelarsi possibile arma di ricatto. Piuttosto è il modo per acquisire un diverso status: passare da “pengyou”, semplice conoscente, a “xiongdi”, fratello, qualcuno di cui ci si può fidare.

Rispetto alla Thailandia, dove il codice del bordello si basa comunque su due concetti cardine della cultura nazionale, il sanuk, il divertimento, e il sabai, il benessere, in Cina, forse per le influenze confuciane, appare molto meno allegro. È un obbligo sociale che comprende anche troppi brindisi col baijiu, un distillato di sorgo (o riso glutinoso), tanto alcolico quanto sgradevole. Né ci si può sottrarre alla fase che segue i brindisi, adducendo come scusa che si è sposati o innamorati: sarebbe interpretato come un segno di debolezza, una mancanza di virilità. Come suggerisce Zheng Tiantian, antropologa che ha preparato la sua tesi di dottorato lavorando in un locale della Ktv (catena di karaoke-club), la scusa migliore resta proprio il baijiu: dichiararsi troppo ubriachi e voler solo dormire.

Il codice del bordello, tuttavia, appare complesso solo agli occidentali. Per gli asiatici è naturale. Tanto che il sesso è divenuto il più diffuso mezzo di corruzione del continente. Soprattutto perché è il più vantaggioso. Beni materiali come un’auto, orologi di lusso o contanti sono tracciabili, mentre influenzare un pubblico ufficiale invitandolo in un bordello non crea alcuna connessione tra il favore concesso e il “pagamento”. Senza contare che in Paesi come la Cina o il Vietnam non è illegale. La stessa Indonesia, pure sotto l’influenza del conservatorismo islamico, è reticente a perseguire la corruzione esercitata con il sesso. L’unica nazione a farlo con estrema severità è Singapore.

Sembra che in Cina le cose stiano per cambiare, soprattutto se la corruzione coinvolge funzionari del Partito comunista. Il vero obiettivo della campagna moralizzatrice, tuttavia, non è il sesso come mezzo di corruzione bensì come prova della corruzione. La Commissione centrale del Partito per la disciplina, ha lanciato una campagna contro le xiao-nai, le concubine (letteralmente, mogli minori), avvertendo i propri ufficiali di tenersi alla larga dalle «belle donne” e precisando che avere un’amante (molte, in molti casi) è quasi come ammettere d’essere corrotti: il loro mantenimento è tanto costoso da renderlo inevitabile (secondo una recente indagine il 95% degli ufficiali corrotti aveva un’amante). Come ha dichiarato un funzionario condannato: «Avere le amanti non è solo per il piacere fisico. sono di più di uno status symbol. Se non hai molte amanti, gli altri pensano che vali poco».

Si compie così l’ennesima rivoluzione culturale cinese. Come scrive Bernstein, la cultura dell’harem deriva dalla visione confuciana del sesso per cui la donna è subordinata all’uomo, cui deve totale obbedienza. Ma questa, a sua volta, s’innesta sulle concezioni taoiste secondo cui l’energia maschile, lo yang, deve essere costantemente alimentata da quella femminile, lo yin, in particolare lo yin shui, ossia i fluidi delle donne più giovani. Una teoria, scrive nelle sue memorie Li Zishui, il medico personale di Mao Zedong, che questi metteva in pratica con un harem costantemente rifornito di giovani donne. Ma fu proprio il Grande Timoniere a condannare la prostituzione come «diavolo sociale» e furono le sue Guardie rosse adottare la visione occidentale del sesso associato al peccato come rifiuto della cultura tradizionale. Solo con la svolta capitalista, dopo che Deng Xiao Ping ebbe dichiarato che «arricchirsi è glorioso», tornarono in auge le concubine, oggi simbolo di corruzione. «Nessun’altra società è passata in modo più drammatico da un’estrema apertura sessuale a un’ortodossia puritana e quindi all’atmosfera ambiguamente sessuale che vediamo oggi», ha scritto il blogger Richard Burger, in Behind the Red Door: Sex in China.

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Una sessualità ambigua è anche quella che l’occidentale respira in tutta l’Asia: ne è attratto e respinto, non riesce a comprenderla ma pretende di giudicarla. «Siedi e goditi lo spettacolo della condition humaine», dice Eric, un francese espatriato in Thailandia. Il suo palco è il bancone di un pub all’ingresso del Nep, il Nana Entertainment Plaza, una delle zone a luci rosse di Bangkok. È una specie di corte occupata da una decina di locali identici: un tavolo da biliardo e un bar dove siedono ragazze in top e microshort. Nei palazzi attorno, sulle scale e sulle terrazze, si aprono altri bar, ristoranti, bordelli, sale massaggi. Ai piedi di una rampa di scale mobili è collocato un san phra phum, un tempietto dedicato ai Phi, gli Spiriti. Le ragazze s’inchinano, giungono le mani sulla fronte nel gesto del wai, bruciano un mazzetto d’incenso, depongono un mango o un dolcetto per propiziarsi una serata proficua. «I farang, gli stranieri, non capiscono che per queste ragazze loro sono soprattutto un mezzo di emancipazione sociale. Quando una cameriera comincia a prostituirsi vuole tornare nel ristorante dove lavorava per far vedere che ce l’ha fatta. Magari ci va con un fidanzato che lei mantiene. E le sue colleghe la osservano con invidia». Per molte giovani, poi, la prostituzione è un obbligo determinato dal vincolo del debito morale contratto con i genitori. In Thailandia, poiché non è loro concesso di far parte della comunità monastica e quindi estinguerlo in tal modo – guadagnando meriti per la famiglia – spesso sono costrette a prostituirsi per compensarli in denaro.

Tutto questo ha fatto sì che il viaggio in Thailandia venga sempre identificato come un pretesto per uomini in cerca di sesso facile. Spesso è così, ma ce ne sono molti altri che cercano l’ultima occasione della vita: realizzare un sogno romantico. Lo dimostra il costante aumento delle “mia farang”, le mogli di stranieri. «Le donne thai hanno meno pretese e sono più disponibili a comportarsi secondo il ruolo tradizionale femminile», dice l’ineffabile Eric. Una delle parole inglesi più ripetute da queste donne è handsome: bello, prestante. L’aggettivo, applicato indiscriminatamente, alimenta le illusioni degli occidentali che pensano di avere uno speciale charme o speciali attributi.

Commenta Christopher G. Moore, scrittore di noir ambientati in Thailandia: «All’interno di un universo in cui i debiti si saldano in una prossima incarnazione, tutte le buone e le cattive azioni di una vita passata si pagano per le strade, nei bar e nei vicoli di questa vita».

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