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Il calcio longevo di Gorgonzola

Ogni benedetta domenica — Il senso di Cesare Albé per la maglia del Giana Erminio: storia dell'allenatore che è da vent'anni sulla stessa panchina del paese lombardo, e che quest'anno ha raggiunto la storica Lega Pro.

“Ogni Benedetta Domenica” è un progetto nato nel 2011: è stato una trasmissione radiofonica, è un libro, ora è una rubrica. È un modo di raccontare storie di un calcio bello, quello spesso nascosto negli scrigni di periferia. Di squadre, tifosi, personaggi, uomini. Non il calcio che manca, ma il calcio che c’è. E bisogna andare a trovare.

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Un giorno Maurizio Zamparini si troverà, di passaggio, da Gorgonzola e vedrà una squadra di Lega Pro in un paese di ventimila anime spesso alle prese con il freddo epperò assai fiero di un nome legato a una leccornia (poi, son gusti). Profondo Nord, nella Martesana: anche lì ci sono professionisti del pallone, come quelli che sfama l’imprenditore che mangia allenatori, in una sorta di corto circuito bulimico e un po’ sul mito del coccodrillo e i suoi figli. Solo che hanno una storia diversa. Ostinata. Contraria.

Zamparini è stato, in meno di trent’anni, patron del Pordenone, salvatore, presidente del Venezia e proprietario del Palermo. Oreste Bamonte è presidente della Giana Erminio da trent’anni. Zamparini in venticinque anni ha visto passare quarantaquattro allenatori, Cesare Albé è sulla panchina della Giana da vent’anni senza interruzioni. E, visto che la longevità professionale e la fedeltà paraziendale sono un marchio di fabbrica, anche il direttore generale è praticamente da quarant’anni in squadra (partendo da giocatore e passando da segretario). Sarà l’aria, saranno i cento giorni di gelo all’anno, ma meglio stare vicini da quelle parti, stretti, essere bandiere spontanee anche se questa sorta di record è nascosto dal dilettantismo – che invece è scrigno bello di storie d’amore o affetto o semplicemente di legami professionali.

Non è familiarità, né la traslazione di un’amicizia nel pallone che, in ogni caso, si presta a un racconto amicale, crea rapporti che altrimenti non esisterebbero, in giro per campi o per stadi, partita dopo partita, pure da avversari. Non c’è tutto questo anche se è facile immaginarlo. E difficile da smentire. Invece «io al presidente, dopo vent’anni insieme, do ancora del lei», racconta Cesare Albé, tecnico che quando aveva quarant’anni non poteva immaginare tutto questo, nemmeno il professionismo di questa stagione (otto punti in sei partite, vittorie, pareggi e sconfitte equamente suddivisi in avvio), con la Lega Pro che non sembra nemmeno un vestito largo, per una squadra cresciuta prima piano e poi esplosa in fretta. In tre anni la Giana Erminio ha vinto Promozione, Eccellenza e Serie D facendo forse troppo in fretta per cambiare o forse non aveva alcuna intenzione di farlo. Infatti una dozzina di giocatori vengono da lontano, dai campi confusi e irregolari del pallone piccolo: sono rimasti al loro posto, ancora schierati dalla stessa parte. Tutti artefici del salto triplo; la retorica consiglierebbe di spolverare il concetto di famiglia ma non è questo il caso. «Il segreto per stare vent’anni sulla stessa panchina è il buonsenso. Il resto, almeno in questo caso, è il contrario di quello che può apparire di facile lettura dall’esterno: il rapporto tra me e il presidente – dice Albé, che per eccesso di familiarità con la panchina vede alla guida della juniores il fratello Enrico – a volte non è nemmeno facile. C’è rispetto, ci sono confronti, a volte aspri, a volte litigi. Credo che i presidenti siano necessari, ma vadano anche allenati».

Il prezzo da pagare per il salto è dover rinunciare a qualcuno dei protagonisti dell’arrampicata al professionismo, come è capitato ad Andrea Chiappella, che in Lega Pro non è potuto arrivare nonostante fosse il capitano delle tre promozioni.

Tutti gorgonzolesi. D’adozione, s’intende. Persino il presidente, che ha messo su il suo gioiellino un pezzo per volta in trent’anni senza nemmeno essere del posto. È salernitano e lo si legge anche nella ragione sociale della sua azienda: “Caseificio Salernitano di Bamonte Oreste”, sede a Gorgonzola e spazio fisso sulle maglie. Sponsor, casa, società, finanziatore: tutto da sempre. Anche costruttore, all’occorrenza, visto che la Giana è cresciuta troppo in fretta e lo stadio no e adesso dunque si gioca a Monza fino a quando il comunale non è a posto. Anche a spese di Bamonte, ovviamente. Questo è il paese in cui non si rottama: si costruisce. E in cui il prezzo da pagare è dover rinunciare a qualcuno dei protagonisti dell’arrampicata al professionismo, come è capitato ad Andrea Chiappella, che in Lega Pro non è potuto arrivare nonostante fosse il capitano delle tre promozioni. Colpa del balzo, il che è paradossale: fino all’anno scorso la Giana Erminio si allenava di sera, quando tutti avevano finito di lavorare. Invece con la Lega Pro il campo si vede di pomeriggio e Chiappella ha un posto di banca da difendere, meglio il Crema in Eccellenza nonostante il dolore dell’abbandono. Funziona così, è ancora sottile il confine tra dilettantismo e vita da pro: Albé è da vent’anni su questa panchina e continua a vivere a Cassano d’Adda, da pendolare: «Faccio il nonno. Il marito. Prima lavoravo: trentotto anni in un’azienda di telecomunicazioni. Sembro portato per i rapporti longevi».

Finisci per credere che tutto sia possibile solo mentre ascolti. È il racconto, la forza. La normalità del colloquio. Gli anni che scorrono come grani del rosario delle nonne. Vent’anni di fila, la parola esonero cancellata da ogni dizionario del luogo, per non cadere in tentazioni che appartengono al calcio degli altri e non a questo, quello invece di allenatori che stanno in panchina più di una moglie in una casa da italiano medio. «Forse io avrei potuto provare qualche altra esperienza, forse la società avrebbe potuto trovare un allenatore più bravo. Chissà», dice teorizzando scenari nei quali nemmeno lui crede, perché guida la squadra senza rimorsi e, anzi, guida è un verbo da leggere nella sua completezza, perché Albé fa anche il mercato, sceglie i giocatori, si confronta con il presidente e agisce. E tutte queste panchine. Un Ferguson dell’estrema provincia («Ma io sono sempre convinto che quando dicono “alla Ferguson” parlando di me mi stiano prendendo in giro»), ammiratore di Nereo Rocco («Mi piaceva la sua gestione dello spogliatoio»), innamorato del 4-2-3-1 senza però una cieca fedeltà («Ora giochiamo con il 4-3-3, per una questione di risorse a disposizione»), senza grossi problemi di scelta perché, Berretti a parte, ha diciotto giocatori in rosa e quindi il tempo che non impiega per decidere i convocati lo spende per creare un mix dell’allenatore che vorrebbe essere: «Mi piace la capacità di tirare fuori il meglio da ognuno di Antonio Conte, la capacità comunicativa di José Mourinho, la pacatezza di Carlo Ancelotti, l’intuito di Roberto Mancini»). Il resto, poi, è di Cesare Albé, 34 anni su 60 spesi da allenatore, senza un esonero. Che ha lasciato la Pierino Ghezzi di Cassano d’Adda, la squadra dell’oratorio portata dalla terza alla prima categoria, perché il prete non voleva che di pomeriggio ci si allenasse all’oratorio, poi il Cassano d’Adda (arrivato fino alla D) perché fu il club a sparire e poi ha deciso di maritarsi con la Giana Erminio, nella gioia e nel dolore (perché ci sono anche retrocessioni nel curriculum, prima del record). E sta sempre al solito posto, in un paese di ventimila anime che quasi rotolando al contrario è arrivato tra i professionisti, senza che Zamparini se ne accorgesse. Per prendere spunto, o almeno pensare.

 

Nell’immagine, i giocatori del giana esultano dopo la vittoria contro il Lumezzane, Lega Pro 2014/15

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