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Il buffet come strumento narrativo

Reportage in prima persona nel mondo dei wedding writers, componitori su commissione di libri a metà tra romanzi e libretti d'opera. Da Emma Woodhouse alla bergamasca Heidi Busetti, quando il libro diventa un souvenir da regalare dopo le nozze, come una bomboniera qualsiasi.

Qualche tempo fa ho deciso di dare una mano a Francesca con il suo nuovo progetto. Si chiama Wedding Dogs, e fondamentalmente si tratta di passare del tempo con uno o più cani mentre i loro padroni si sposano. Non è semplice dog-sitting, gli animali vengono con noi alla cerimonia, talvolta anche in chiesa. A volte gli sposi vogliono che siano vestiti, e allora la nipote di Francesca, che conosco da anni perché mi vendeva il fumo quando ero al liceo, fa dei tailleur o degli abitini deliziosi su misura. Chi conosce il colorato e apotropaico mondo dei matrimoni (soprattutto dei matrimoni meridionali) con la sua involontaria estetica post-kitsch, o chi solamente ha visto il seminale Oreste Pipolo fotografo di matrimoni di Matteo Garrone, non dovrebbe stupirsi che, dopo i fisiologici stenti iniziali, la «Wedding Dogs: dog-sitter per eventi» ha un bel giro di clienti e un fatturato più che decente (nel senso che almeno permette alla famiglia di Francesca di viverci). Questo mi ha portato a immergermi in lunghe catabasi diciamo dal beneventano fino al basso Lazio, e a interessarmi alla fenomenologia degli sposalizi molto prima che un altro capolavoro assoluto come Il boss delle cerimonie la sdoganasse su ampia scala. Ma non è specificamente di questo che voglio parlare.

Pochi giorni fa mi sono trovato a una cerimonia in provincia di Salerno. Gli sposi ci avevano affidato quattro cani, tutti di taglia media, che io e Francesca ci siamo divisi e abbiamo portato a spasso. A un certo punto (era quasi l’una del mattino e la cena prevedeva ancora un numero mortificante di portate) dopo aver passeggiato per ore nel giardino del resort camorristico che ci ospitava (in uno stile neoclassico ma dopo un’esperienza lisergica, con un edificio adibito a non so cosa che sembrava una riproduzione della casina pompeiana, situato alle spalle di un laghetto artificiale pieno di ninfee e pesci di varie dimensioni, illuminato da un chiarore adamantino proveniente dai tre applique posizionati sul dorso del ponte in vetroresina che lo sormonta) ho deciso di portarmi i cani in macchina per un veloce pisolino. Dopo averli piazzati sul sedile posteriore, mi sono messo avanti e ho iniziato a rovistare nei cassetti. In realtà cercavo un cartina dell’Italia, o di qualche altro paese, o una guida stradale, perché mi piace tantissimo sfogliarle per passare il tempo, seguire le linee delle autostrade e delle statali con il dito, immaginarmi le loro uscite e gli svincoli e i raccordi, quando ero piccolo mi ricordo che ce n’erano sempre un sacco nelle auto di tutti. Ma ora, nell’era dei navigatori satellitari, nel cruscotto di Francesca ho trovato (insieme ad un astuccio con i documenti della macchina, il raccordo per il GPL e un pacchetto di Tempo mezzo usato) Io che amo solo te, l’ultimo libro di Luca Bianchini, uscito nel 2013 per Mondadori. Dopo averne letto un paio di capitoli a caso, mi è venuta in mente l’idea che mi avrebbe cambiato la vita.

Si tratta di offrire ai clienti un servizio molto semplice: la rivisitazione letteraria del giorno del loro matrimonio, un fedele reportage della cerimonia nuziale che parli abbondantemente degli sposi.

Il caso ha però voluto che quest’idea si fosse già materializzata nella mente di Emma Woodhouse, a detta delle mie fonti la damigella d’onore e la maieuta di tutti i wedding writers, o semplicemente il primo nome che ti esce su Google se digiti weeding writers. Si tratta di offrire ai clienti un servizio molto semplice: la rivisitazione letteraria del giorno del loro matrimonio, un fedele reportage della cerimonia nuziale che parli abbondantemente degli sposi, del loro amore, dei loro parenti e cari, di quello che mangiano, della loro canzone preferita e, perché no, magari anche dei loro cani. Percorrendo a notte fonda le cicatrici dell’A3 con alla radio “Acqua dalla luna” di Claudio Baglioni, mi ero appunto chiesto: non è in fondo il sogno di tutti essere il centro di una forma significante teleologicamente organizzata, essere, anche per un giorno soltanto, il protagonista di un epilogo di un romanzo della Austen, se non di tutti, non è il sogno – magari non in questi termini – delle persone che ti trovi a frequentare per via di Francesca?

A spulciare il sito della Woodhouse questo sembra essere il compito di uno scrittore di matrimoni, lasciare agli sposi, delle loro 24 h più importanti, qualcosa di più di un’istantanea da spolverare sul comodino o su un’etagere, cioè un libro, un libro vero e proprio con i loro nomi stampati sopra in corpo 18. Il WW segue le diverse fasi del matrimonio con in mano un bel taccuino di pelle morbida, ha un vestito elegante, durante l’aperitivo va a parlare con gli invitati più espansivi per rimediare qualche detto memorabile, è sempre attento e ipericettivo verso tutto ciò che lo circonda; in sintesi fa tutto quello che dovrebbe fare un vero romanziere: osserva, tocca, ascolta, gira fra i tavoli. Alla fine della cerimonia torna a casa e trascrive la propria esperienza su un file rtf o odt in una forma graziosa, diabetica e frizzante. Poi va da un tipografo e trasforma il file in un libro le cui caratteristiche paratestuali sono discusse in precedenza e che consegnerà nel minor tempo possibile agli sposi per poi incassare il compenso. No, non vi ricordate male. Emma Woodhouse è proprio il nome della protagonista dell’eponimo romanzo di Jane Austen. Nella sua biografia la WW assicura che si tratta di un incredibile caso di omonimia e non di una trovata per rimediare più $.

Non so se quello che emerge di più da questo fenomeno sia l’importanza maniacale che ognuno, in questo preciso momento storico, dà al racconto della propria “storia”, o il fatto che il giorno del matrimonio consenta agli sposi di realizzare le più perverse fantasie egotiche (il matrimonio come festa dell’io, come una sorta di compleanno, Natale, pasquetta, 25 aprile, 1° maggio e ferragosto messi insieme, per certi versi un momento più brutto addirittura della propria nascita), o che il libro sia divenuto un oggetto così kitsch da poter essere regalato come bomboniera alla fine di una cerimonia nuziale; sta di fatto che il format WW sembra funzionare, e anche in Italia, almeno se consideriamo la parabola di Heidi Busetti, bergamasca classe 1975.

Il WW segue le diverse fasi del matrimonio con in mano un bel taccuino di pelle morbida, ha un vestito elegante, durante l’aperitivo va a parlare con gli invitati più espansivi.

Heidi inizia la propria attività nel 2010, e insiste ossessivamente sul fatto di essere «the first wedding-reporter ® in the world» (EC, per cui cf. sotto, mi dirà che in effetti «il sito della Busetti è registrato quasi un anno prima di quello di Emma Woodhouse», ma la sua idea è quella di «un’origine poligenetica: magari prima di loro due c’erano altre persone che già lo facevano e noi non ne sappiamo niente»). È sposata con Devid Rotasperti, fotografo di matrimoni che spesso collabora alla parte visiva dei reportage. Il suo lavoro sembra mosso da ragioni profondamente etiche («Ormai da anni, sono convinta che il mio ruolo sia quello di narrare storie. Non per piacere personale, o per diletto, quanto per vocazione. Mi interessa raccontare la parte buona, quella che i giornalisti dimenticano perché non fa notizia. Mi interessa portare alla luce frammenti di una vita che, intrecciata con un’altra, è chiamata a dar credito all’Amore») e parte così bene, che già dopo pochi mesi inizia una prolifica collaborazione con la ARPENet, una società editoriale milanese, che le stampa i libri e li distribuisce in rete e nelle librerie Feltrinelli. Del 2010 è Un matrimonio incantato; sono del 2011 Un matrimonio sulla spiaggia, Un matrimonio al profumo di caffè e Un matrimonio al profumo di lavanda; del 2012, invece, Un matrimonio al castello, Un matrimonio con la neve e Un matrimonio… in musica. Tutti reportage di cerimonie nuziali realmente svoltesi. Ancora nel 2012, Heidi e la sua vocazione etica sono state mandate da Donna Moderna a Londra per seguire il matrimonio di William e Kate. Nel 2013, dopo una citazione nel manuale Personal branding: promuovere se stessi online per creare nuove opportunità edito da Hoepli, decide finalmente di parlarci di sé e pubblica, sempre per ARPANet, quello che è il suo libro più sentito, Le regole del gioco, dove si cala la maschera e concede al lettore appassionato la storia del suo matrimonio.

Dopo aver leggiucchiato uno dei libri della Busetti e contemporaneamente abbandonato l’idea di fare il WW, ho però deciso di contattarne uno. Si chiama EC, è nato nella mia stessa città e abbiamo un sacco di amici in comune anche se non ci conosciamo. È un dottorando in Filologia moderna, e si è laureato con una tesi sulla categoria dell’eroico baudelairiano nei romanzi di Flaubert e Stendhal. Qualcuno mi ha detto che scrive anche poesie. Al cellulare mi risponde con una voce profonda, cortese e perfettamente a fuoco. Mi dice che iniziato a fare il WW da poco meno di un anno insieme alla sua compagna (questo il sito), ma non è riuscito a ingranare subito. «Il problema della forma romanzo, ecco, è che… è che è difficile trovare gente che se lo legga. Anche se parla di loro. Le prime persone che ci hanno contattato non erano proprio persone che vedresti in una libreria. Così abbiamo pensato a qualcosa di più agile, dei librettini, tipo la collana “Segnalibro”, hai presente, da mettere nella pochette come segna posto». Quest’estate EC è stato ingaggiato per un matrimonio che si terrà in un castello medievale, e la sposa ha chiesto una sorta di plaquette in cui gli invitati potranno informarsi sulla storia del castello, ma anche leggere la descrizione dell’allestimento scelto dagli sposi per il ricevimento, o sapere quello che mangeranno. «È una sorta di libretto d’opera, di didascalia, la gente legge quello che sta vedendo intorno». Quando gli chiedo quanto guadagnerà con questo lavoro EC tentenna, ma mi fa intendere che non deve essere molto perché molti soldi se ne andranno per la tipografia e per la percentuale che chiede la wedding planner che gli ha trovato il contatto. Ma ha iniziato da poco, e dice che per il momento gli va bene così.

L’intreccio di Io che amo solo te è organizzato come un chiasmo: siamo a Polignano a Mare, nel barese, dove Ninella, una vedova di 50 anni considerata da tutti molto attraente, ama e sogna un sua vecchia fiamma, l’ormonale Don Mimì, vero capolavoro di piattezza e tipicità meridionale, già sposato con Matilde. Un bel giorno però sua figlia Chiara decide di sposarsi, guarda un po’, proprio con il figlio di quest’ultimo. L’azione del romanzo si svolge nel weekend del matrimonio (che si tiene di sabato), e si conclude con la scappatella domenicale fra i due amanti/consuoceri, dopo che un casuale ballo li aveva riavvicinati (ma non avevano mai smesso di amarsi!) nell’allegra cerimonia del giorno prima.

«Il problema della forma romanzo, ecco, è che… è che è difficile trovare gente che se lo legga. Anche se parla di loro. Le prime persone che ci hanno contattato non erano proprio persone che vedresti in una libreria.

È il perfetto prototipo di romanzo italiano mainstream: le 262 pagine del libro si leggono con piacere, sono ironiche ma sempre corrette, l’autore ha il pieno controllo della narrazione come dei personaggi e fa leva su una drammaturgia convenzionale, si parla di un’amore puro ma impossibile, un gay vive con difficoltà la sua omosessualità in famiglia, e, soprattutto, c’è il sottinteso di un tessuto metaforico pezzente («Lei avrebbe voluto che la sua vita fosse sempre così: seduta al fianco di un uomo che accelera in curva senza perdere mai il controllo dell’auto»). Ma non solo. Se andiamo a leggere i ringraziamenti alla fine del libro, Luca Bianchini ci dice che la storia (inventata) ha preso le mosse a partire da un matrimonio a cui è stato realmente invitato a Polignano. È naturale immaginare che molti degli elementi di quel matrimonio siano entrati (fictionalizzati) nel libro. Io che amo solo te è insomma il primo esempio che conosco di romanzo influenzato dalla pratica del wedding writing, la cui marca più riconoscibile è, nella scena del matrimonio, il buffet adoperato come strumento narrativo, vero topos del genere (il tempo del racconto segue e si modella sul tempo delle portate), ma anche una patina stilistica riconoscibilissima che, come nei libri della Busetti, di solito deflagra nell’ultima pagina: «Visti da lontano, sembravano due sposi che mimano le scena per un filmino prematrimoniale. Ma quello non era un film. Era la vita. Ninella accolse quel bacio senza più vergogna né titubanze, in un momento che sarebbe potuto durare per sempre […]. “Sono contento di averti ritrovato, Ninella. Ma sarò felice solo se ci rivedremo un’altra volta” “Chissà… adesso però riportami a Polignano”».

 

Nell’immagine, una classica brutta fotografia di matrimonio

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