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Il Barletta è la squadra degli ultrà

La squadra pugliese, acquistata e poi finanziariamente tradita da un imprenditore ligure, è senza soldi e in disfacimento ma, dopo essere stata rilevata dai suoi stessi tifosi, ha inanellato risultati utili. Ce la farà a salvarsi?

Il calcio in mano agli ultrà a Barletta non è una metafora che racconta di violenza e stadi blindati, ma è proprio un atto formale dinanzi a un notaio. Donato Fanelli, capo ultrà biancorosso, da qualche giorno ha la procura per vendere la società: durerà sei mesi e in questo periodo dovrà trovare un acquirente prima che tutto vada a fondo irrimediabilmente. Ha firmato il presidente Giuseppe Perpignano, come segno di resa e epilogo di una vicenda che non fosse tragica (perché attira nel fosso del fallimento una società con la sua storia densa) sarebbe buffa.

Tutto quello che viene prima è la storia di un Parma di provincia, di soldi sventolati e mai visti davvero, di una inutile grandeur e di reali penalizzazioni per stipendi non onorati. Perpignano, ligure, professione immobiliarista, già presidente di un club di Seconda Categoria genovese, e del Rapallo Bogliasco in serie D (in sovrapposizione con il Barletta, persino), non è in sella da una vita: ha firmato il passaggio di quote il 19 giugno, dopo quaranta giorni di ostacoli burocratici, rilevandola dal proprietario precedente (Roberto Tatò) a costo zero. Da lì la costruzione di una squadra niente male, con contratti lunghi e onerosi, promesse da vertice, nomi grossi (come Raffaele Biancolino), evocativi (come Gianluca Rizzitelli, il figlio di Ruggero). Una Lega Pro, nelle intenzioni, da protagonisti e non suona nemmeno male se lo si accosta al Barletta, tanta C1, quattro campionati di B nella parte finale di gloriosi anni ’80 (con Pippo Marchioro in panchina e Di Cosola presidente), 95 mila abitanti e una voglia matta di tornare ai livelli di un tempo, dopo un fallimento del ’95, la ripartenza dall’Eccellenza, l’abisso fino a sfiorare la retrocessione in Prima Categoria e poi la risalita.

Una Lega Pro, nelle intenzioni, da protagonisti e non suona nemmeno male se lo si accosta al Barletta, tanta C1, quattro campionati di B nella parte finale di gloriosi anni ’80, 95 mila abitanti e una voglia matta di tornare ai livelli di un tempo.

Così Perpignano è arrivato in una piazza affamata, non ha pagato il passaggio di società e, soprattutto, non ha pagato molto altro. A cominciare dagli stipendi di ottobre, quasi i primi che gli sarebbero spettati, considerato che la stagione parte ad agosto: a dicembre, termine ultimo stabilito dalla Lega per saldare, non ci sono già soldi, dunque arrivano due punti di penalizzazione. E nei giorni scorsi è scaduto l’ultimo termine per gli arretrati: in arrivo altri quattro punti di penalizzazione. Una certezza, come quella che il presidente Perpignano non ha risorse da investire, nonostante il suo continuo negare problemi economici. L’incertezza è in quello che resta, in un campionato che il Barletta non sa nemmeno se riuscirà a finire.

Qui comincia la seconda parte della storia, quella che chissà come andrà ma che è già quasi letteratura: il presidente non paga nemmeno il 16 febbraio, qualche settimana prima ha venduto uno dei pezzi pregiati, pare una smobilitazione, di quelle che inquietano i tifosi. Al punto che, quasi spontaneamente, la gente che tifa si raduna sotto casa del patron e, dopo, chiede le dimissioni e la cessione del club. Qui il calcio torna fisicamente in mano ai tifosi: Perpignano va dal notaio e firma la procura a vendere, per il suo 80 per cento di quote, e la affida a Donato Fanelli, riconosciuto come capo degli ultrà, componente di un gruppo storico della tifoseria (il Gruppo Erotico 1987) barlettana. Unico vincolo, l’opzione di gradimento da parte di Perpignano: l’acquirente lo deve trovare Fanelli, ma deve piacere al presidente uscente, che nel frattempo un mese fa ha pure lasciato il Rapallo Bugliasco, passando così dal lusso della multiproprietà alla miseria di una crisi e di una società lasciata senza quattrini.

Fanelli, che nella vita fa altro, ora si trova per un attimo giù dalla curva. Deve trovare qualcuno che salvi la società: «Non è facile. Serve almeno un milione di euro. Ci stiamo muovendo, lo stiamo facendo in tutti i modi possibili e battendo ogni pista. A qualcosa arriveremo». Poche parole perché il capo ultrà dice di aver da fare. I tifosi ora hanno urgenze vere, perché domenica c’è una partita di campionato e non ci sono risorse nemmeno per l’indispensabile: dalla società stanno andando via tutti (si sono dimessi il direttore generale e il segretario), i giocatori devono provvedere a vitto e alloggio e in più c’è da giocare. Hanno aperto un conto corrente, stanno cercando sostegno dagli imprenditori: «Vogliamo chiamarla colletta? Una specie, diciamo».

I biancorossi hanno trovato spinta in campo quando hanno capito che non c’erano soldi e che era rimasto solo l’orgoglio: undici risultati utili consecutivi fino all’ultima partita giocata, domenica ha perso dopo tre mesi di imbattibilità.

L’appello è affidato a un comunicato: «Aiutiamo i Calciatori e lo Staff Tecnico del Barletta Calcio, per permettere che sia svolta regolarmente l’attività agonistica in casa e in trasferta, in questo momento di enorme difficoltà nella ultranovantennale storia calcistica biancorossa. (…) Specifichiamo che questi contributi saranno consegnati solo al verificarsi di determinate condizioni, imprescindibili per la sopravvivenza della nostra amata Squadra del Cuore. Dobbiamo essere sicuri che questi soldi vadano in mani sicure e non favoriscono in alcun modo Perpignano e i suoi più stretti collaboratori che hanno permesso questo scempio.  Quotidianamente faremo un punto della situazione sui soldi arrivati e su quelli distribuiti, specificando nel dettaglio la destinazione». Laddove nessuno si fida più di nessuno è sempre meglio specificare. O andarci cauti. Dice Fanelli che «Il presidente ha detto di voler cedere a zero euro, chi arriva dovrà però accollarsi la situazione debitoria. Se cede davvero a zero euro? Qual è la situazione debitoria? Non lo so, dobbiamo stare a quello che ha dichiarato pur avendo dimostrato di non dire quasi mai la verità».

Barletta è la città della Disfida: gli italiani, quattrocentododici anni fa (compiuti poco prima del 16 febbraio fatale a Perpignano), risposero all’accusa di codardia dei francesi sfidandoli, in una sfida tredici contro tredici, e vinsero. A calcio ne bastano due in meno e, come un paradosso oppure no, i biancorossi hanno trovato spinta in campo quando hanno capito che non c’erano soldi e che era rimasto solo l’orgoglio: undici risultati utili consecutivi fino all’ultima partita giocata, domenica ha perso dopo tre mesi di imbattibilità. Senza un soldo, ma appesi a ogni speranza pur di rendere omaggio alla città che hanno scelto, certo con altre promesse. I calciatori sanno anche essere galantuomini e hanno garantito l’impegno, sperano di farcela a denti stretti, perché più penalizzazioni arriveranno più sarà difficile salvarsi, e soprattutto giocare con l’ombra del fallimento e quindi dell’addio al mondo dei professionisti non è facile. Ma è rimasta solo questa opportunità e la mobilitazione cittadina, ora anche del sindaco Pasquale Cascella, consigliere di Giorgio Napolitano nel primo mandato da presidente della Repubblica. Di questa mobilitazione Fanelli, il capo ultrà con le quote societarie tra le mani, si fa portavoce: «Salvare il Barletta è salvare la nostra vita, la storia che abbiamo alle spalle. Abbiamo fatto tanti sacrifici, tutti, in questi anni, abbiamo superato un fallimento doloroso, vorremmo tornare dove ci compete. Sono ottimista, lo sono per natura. Non abbiamo nessuna intenzione di mollare». C’è una società senza padrone e una squadra che fa risultati senza soldi e quando non li ottiene comunque combatte: sembra il Bari di un anno fa. Accade sessanta chilometri più a nord.

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