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Ice cream Roma

Dopo il carretto di Grom a Palazzo Chigi, un'analisi politica delle più famose gelaterie di Roma, un gioco di gusti e decorazioni: quali sono quelle di area renziana, quali le cuperliane, quali le civatiane? E quelle Pdl, e quelle ex-An?

Si era andati per fare il pezzo su “Fortunato al Pantheon”; in cerca di metafore politiche, naturalmente, perché venerdì 5 settembre, dopo un grande restauro, lo storico ristorante di via del Pantheon riapre; è famoso per essere stato il ritrovo di tutti i politici della prima e della seconda repubblica. Dunque in epoca renziana, di poca socialità culinaria, cosa succederà, come sarà.

Un’amica aveva segnalato i lavori, e dunque subito a via del Pantheon, in un palazzone rinascimentale sotto una targa severa «qui abitò Thomas Mann nel suo soggiorno romano, 1896-1897», un operaio sulla scaletta sta lustrando la celebre insegna della trattoria dove dal 1975 i politici mangiano guardandosi in foto: appese, infatti, tra le boiserie, le foto di illustri e meno illustri, anche esteri come Kissinger e Clinton e perfino Obama; ma le foto son state staccate, dice un architetto, le stanno «ri-incorniciando», e poi torneranno a splendere; qui però nuove boiserie, nuovi punti luce, un caminetto nuovo (ma finto antico, o forse antico veramente) nella sala del caminetto, la più ambita. E poi la novità di quest’anno, una nuova cucina super tecnologica e un «bistrot» dove – viene spiegato – si consumeranno pasti più leggeri e meno costosi. La metafora della sobrietà però è debole, la rinascita del ristorante della prima repubblica in epoche di premier mangiatori di pizze a domicilio non funziona tanto.

Meglio le memorie, allora: Spadolini che pretendeva la bufala (specialità del locale) con i lamponi (mah); Cossiga vi prediligeva le prugne cotte, Prodi il pane tostato con ricotta e miele, Casini le verdure grigliate; Schifani una pasta alle vongole sgusciate, per non schizzarsi. Silvio Berlusconi vi era stato portato da uno dei massimi frequentatori del locale, Lino Jannuzzi, socialista tendenza Barney Panofsky. E forse Fellini si era ispirato a banchetti Dc qui non sobri per il suo sfortunato Satyricon.

Ma non sarà che il famigerato Tridente del Fritto, crocevia culinario in grado di corrompere nella palude romana i nuovi arrivati nella capitale almeno quanto i salotti, è stato sostituito dal Rettangolo del Cono?

Con la terza repubblica a cinque stelle, Fortunato pur con tutte le sue simbologie consociativiste aveva naturalmente contaminato i nuovi arrivati duri e puri, che qui erano stati scoperti; il povero Fortunato Baldassarri, fondatore, era morto a marzo scorso facendo in tempo però ad assistere alla ibridazione. Adesso il ristorante è passato al figlio Jason, e mentre lo si aspetta (ma non arriverà) ci si guarda attorno, e si notano tanti passanti. Tutti col gelato. Del resto in questa strada, nel raggio di duecento metri, ci sono nomi tutelari della gelateria romana: San Crispino, Giolitti, e poi naturalmente Grom.

Sono i giorni fatali in cui ancora alberga la polemica sul cono col carrettino fatto arrivare a piazza Chigi. E l’estate, anche se fredda, ha consolidato appartenenze: ognuno ha il suo gelato preferito, a Roma, e non scende a compromessi, in una città normalmente restia a prendere posizione, e remissiva sulla ristorazione.

Un dubbio, un’illuminazione? Ma non sarà che il famigerato Tridente del Fritto (il cui apice era costituito proprio da Fortunato), crocevia culinario in grado di corrompere nella palude romana i nuovi arrivati nella capitale almeno quanto i salotti, è stato sostituito dal Rettangolo del Cono? Rottamando dunque anche l’Asse del Crudo, che passa qui vicino per la celebre Rosetta, dove Lusi spendeva i denari della Margherita, e il minaccioso Quinzi & Gabrieli, con pesci Xxl agonizzanti in vetrina, già immortalato da Walter Siti nel suo Resistere non serve a niente, dove alcune antagoniste pro-Occupy fanno la pipì davanti?

Tutto questo rimestare il gelato, secondo i malpensanti, serve solo a perder tempo, creando così file artificiose e un’illusoria immagine di successo, dunque invitante per altri avventori (metafora del renzismo?)

Nell’età della pizza al taglio e del premier autosegregato, siamo dunque alla gelateria come prosecuzione della politica con altri mezzi? Conferme? Per andare da Grom si passa davanti a un celebre macellaio Feroci, con abbacchi e polpettoni aspirazionali, con prezzi da fondi sovrani; e turisti che fotografano le carni, e nessuno dentro; finalmente, eccoci dal gelataio più mediatico che c’è, 23 gusti, con qualche concessione a isterie e hipsterie, c’è un «caramello al sale rosa dell’Himalaya», e il ghiacciolo «con acqua di sorgente e zucchero di canna». Parquet finti, banco finto-vecchio, macchinari a vista, tanta tecnologia (si cerca anche personale: mandare cv via mail, avverte un cartello); soprattutto, il paiolo è invisibile agli occhi, perché come vuole la nuova temperie gastro-culturale il gelato non va mostrato; e soprattutto c’è questo infinito rimestare dei commessi nel paiolo; quando scegli un gusto, non si limitano a porgerlo sul cono o coppetta, con l’apposita spatola, bensì rimestano, rimestano; ufficialmente, per mantecare il gelato che essendo naturale necessita del moto rotatorio. Secondo molti malpensanti, tutto questo menare il torrone serve in realtà solo a perder tempo, creando così file artificiose e un’illusoria immagine di successo, dunque invitante per altri avventori (finalmente, metafora del renzismo?).

Poco più in là, ecco invece San Crispino, pioniere del gelato gourmet a Roma, il primo a proporre il sorbetto punitivo e il mastello oscuro, con «ingredienti 100% naturali», e un tempo il divieto e lo stigma del cono, con la sola coppetta consentita, e gusti leggendari e estremi come la «crema al miele di corbezzolo della Sardegna» e «vaniglia Bourbon»; oggi undici gusti, più otto senza latte. Però massimo tre nella coppetta, e altre prescrizioni; questo San Crispino è però deserto, c’è una commessa solitaria e una pianta di ficus. Il gelato solitario prescrittivo sarà civatiano o cuperliano? O sarà il Barbara Spinelli Ice Cream?

Più su, girato l’angolo con via Uffici del Vicario, verso Cenci, spaccio di primari gessati per deputati sempre a posto, ecco Giolitti, tradizionale e storica gelateria romana, con 54 gusti più banco granite, code reali e non autoindotte, commessi con facce da commedia dell’arte che dirigono il traffico con «attention, please», in inglesi turistici, e stratagemmi come la doppia panna (sotto e anche sopra), esotismi anni Ottanta (il gelato all’amaretto di Saronno) e vetrinette molate con brandy e Cointreau e saletta da tè tipo British Museum con specchiere rococò e porte intarsiate: un’aria nostalgica. Dopo l’evento del carrettino presidenziale della concorrenza, Giolitti ha dichiarato ai giornali qualcosa tipo: «Non ci dispiace affatto che sia stato Grom a portare il gelato al premier. Noi non abbiamo un mezzo adatto. E non abbiamo certo bisogno di questa pubblicità». Sarà un gelato dalemiano?

Scendendo, su via della Maddalena, invece, ecco una gelateria «della Palma», con interni da casinò di Atlantic City, menu plurilingue e il vanto di «più di 150 gusti», tra cui Mars, Bounty e Bailey’s, e i gelati in bella vista, maggiorati, turgidi, forse pompati con anidride carbonica, contrariamente alle norme imperanti sul minimalismo gelatiero. Vabbè, è facile, è il gelato Pdl.

«Non ci dispiace affatto che sia stato Grom a portare il gelato al premier. Noi non abbiamo un mezzo adatto. E non abbiamo certo bisogno di questa pubblicità».

Le destre sociali invece avranno il loro tempio fuori dal Tridente; ecco il palazzo del Ghiaccio Fassi, fondato nell’anno del Signore 1880, con stucchi e alti soffitti d’epoca giù all’Esquilino, non lontano da Casa Pound. Iscrizioni d’epoca: «Se il gelato in Italia ha una storia l’abbiamo iniziata con lui»;  medaglie, testamento del fondatore esposto: «1)offrire sempre un prodotto di qualità, perché il cliente sa giudicare; 2) Ove possibile, locali e attrezzature per la produzione a vista. Perché il cliente possa vederli; 3) Prezzi giusti. Perché il cliente è solito confrontare». Tra marmi e colonne, riproduzioni in cartongesso o vetroresina dei semifreddi della casa: una «Coppa Fassi»; un ricoperto «Ninetto» (pasoliniano?); una «Girella»; un «Frulletto»; tutti esposti in vetroresina o cartongesso. E soprattutto poi ecco il «Sanpietrino», sorta di Bomboniera ma quadrata, vanto della casa. Fassi è stata da poco rilevata da un gruppo coreano e già campeggia la scritta Roma-Seoul, e naturalmente il pensiero corre alle delegazioni di Matteo Salvini e Antonio Razzi attorno al trentottesimo parallelo (anche i sampietrini veri ormai li fanno in Corea, e si importano).

Ancora più lontano, più in alto nelle classifiche di guide e blog, ecco Carla al Pigneto. Qui, tanti gusti naturalmente dop (pistacchio di Bronte e liquerizia Amarilli), accanto a un negozio di porte blindate, di fronte alla via Montecuccoli dove Anna Magnani veniva mitragliata in Roma città aperta, proprio al centro di attuali risse&retate. O FataMorgana a Monti, nella piazzetta dei Soliti Ignoti: integralista nella naturalità dei prodotti, ardimentosa nei gusti (ananas e zenzero, cioccolato al tabacco), non piace a tutti; amandolo molto, si era portato recentemente a una cena anche importante, da ceti medi assai riflessivi, molto gourmet e recentemente renziani. Si è stati derisi, il gelato è stato lasciato, non è stato capito. Si è stati trattati come dei Corradino Mineo qualsiasi. Si è rimasti molto male.

 

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