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I premiati dimenticati

Brignetti, Petroni, Gorresio e gli altri scrittori che hanno vinto lo Strega per poi non lasciare alcun segno sulla letteratura del periodo. Una riflessione sull'importanza del premio letterario italiano per eccellenza a pochi giorni dalla "cinquina".

Si avvicina il Premio Strega 2014, l’undici giugno verrà ufficializzata la cinquina. Come ogni anno siamo pronti a polemiche, insinuazioni, recriminazioni. A chi dice che il premio è soltanto una giostra politico-commerciale. A chi, invece, eccepisce che nel corso della sua storia il premio ha dimostrato la capacità di segnalare alcune delle fondamentali pietre miliari della letteratura italiana del Novecento.

Ho fatto un esperimento. Sono andato a guardare l’albo dei vincitori dal 1947 a oggi. Buzzati, Flaiano, Soldati, Morante, La Capria, Arpino, Volponi, Ginzburg, Landolfi, Eco, Parise, Piovene, Levi,  Bufalino, Pontiggia, Vassalli, Maraini, Moravia, per dire. Il che dovrebbe far pensare che i vari Giordano, Piperno, Mazzantini, Veronesi, Ammaniti, Pennacchi, Scarpa, Mazzucco, Maggiani, Siti saranno altrettante pietre miliari nella storia della letteratura italiana di questo secolo. Un’altra cosa però mi ha fatto pensare. Scorrendo la lista, ho trovato almeno cinque libri di cui non avevo mai sentito parlare. Libri di autori di cui neanche  avevo sentito parlare. Ho provato a leggerli per vedere che effetto mi avrebbe fatto.

Nel 1949, alla sua terza edizione, il Premio incoronava Giambattista Angioletti con un libro pubblicato da Bompiani intitolato La memoria. In una biblioteca scolastica ho ritrovato una copia pubblicata in una collana del Club degli editori dedicata al Premio. Angioletti su Wikipedia viene definito scrittore-giornalista-poeta, fondatore della rivista Trifalco e direttore dell’Italia letteraria; uno degli iniziatori del “Terzo programma” della Rai. Esponente, sempre secondo Wikipedia, dell’Aura lirica, «sostenitore di umanesimo europeo come nobile richiamo morale da opporre all’orrore della società contemporanea». Ecco, prima di proseguire fissare bene il concetto: «Orrore per la società contemporanea». Il libro è fuori catalogo.

Più Whitman che Proust, tento di andare avanti. Il libro non ha praticamente trama, è una lunghissima successione di descrizioni della provincia lombarda. Desisto dopo una trentina di pagine.

Devo dire che la prefazione, firmata da Giancarlo Vigorelli, non mi aiuta: «Quel che di italiano vi affiora e risplende, è scopertamente quasi retoricamente lombardo: ed era una legittima e necessaria retorica correttiva, anzi redentiva, delle spurie depassionalizzanti ed impotenze anteriori. Addirittura un lombardismo un po’ austriaco, da Maria Teresa». Mi sembra di essere tornato a scuola. Incomincio a leggere: «All’arrivo della bella stagione in tutte le case del viale si spalancavano le finestre. Le ultime tracce di neve fuligginosa si scioglievano sotto gli immensi serbatoi rossi del gasometro, nel macello muggivano buoi, nitrivano cavalli, belavano agnelli, e al vento si alzavano frusciando gli aquiloni inghirlandati fra i campanili e le ciminiere». Più Whitman che Proust, tento di andare avanti. Il libro non ha praticamente trama, è una lunghissima successione di descrizioni della provincia lombarda. Desisto dopo una trentina di pagine per dare un’occhiata al Premio del 1971.

Il decennio 1970-1980 è uno strano periodo per lo Strega perché include tre vincitori che nessuno o quasi ricorda. Nel 1971, Raffaello Brignetti vinceva con La spiaggia d’oro (Rizzoli). Nel 1974, Guglielmo Petroni con La morte del fiume (Mondadori). Nel 1980, Vittorio Gorresio con La vita ingenua (Rizzoli). Avete mai sentito parlare di questi tre libri? Sono tutti fuori catalogo, il che dovrebbe dimostrare una incapacità di superare il proprio tempo. Tenete conto che negli stessi anni in America (1971-1974-1980), il National Book Award, che si può considerare equivalente allo Strega almeno in quanto premio delle lettere più importante a livello nazionale, assegnava la vittoria rispettivamente a: Saul Bellow con Il pianeta di Mr. Sammler, Thomas Pynchon con L’arcobaleno della gravità, William Styron con La scelta di Sophie. Tre libri o tre autori di cui come minimo abbiamo sentito parlare.

Ripescare adesso l’espressione: «Orrore per la società contemporanea», perché se questi tre libri hanno qualcosa in comune, ed è qualcosa che hanno in comune anche con La memoria, è esattamente questo. La spiaggia d’oro è un romanzo metafisico zeppo di tecnicismi marinari che vede un uomo, una bambina e una donna, apparentemente non legati da alcun vincolo di parentela, tentare di raggiungere su una barca a vela una fantomatica isola. Viene in mente subito l’idea che si tratti di un viaggio post-mortem e il libro non sarebbe illeggibile se non fosse per questa profusione di descrizioni marinaresche che farebbero annoiare pure Melville. La modernità sembrerebbe aver fatto danni irreparabili alla psicologia dello scrittore italiano. Perché tutti questi libri dimenticati sono paradossalmente, o forse no, volti al passato, al non dimenticare, a una forma di rifiuto del presente. E La morte del fiume di Guglielmo Petroni è proprio quello in cui l’orrore è tematizzato dichiaratamente, anche se forse anche  il migliore sul piano letterario tra i 5. Stefano Calzolari, il protagonista, vive a Roma ma per lavoro torna in Toscana, nei luoghi che gli hanno dato i natali, e la prima cosa che trova è una campagna trasformata, un fiume contaminato dai rifiuti, una modernità che sta per cancellare l’armonia naturale di quel mondo. Tutto il racconto alterna il passato – i ricordi di Stefano – con un presente in cui il protagonista cerca  i suoi fantasmi e, quando per la seconda volta Calzolari ritorna in Toscana con Sante, amico antiquario e critico d’arte anche lui nativo dello stesso paese e anche lui residente a Roma, il libro diventa un dialogo ininterrotto tra i due sul significato del passato e della memoria.

E ancora il passato nel libro di Vittorio Gorresio, La vita ingenua. Piuttosto conosciuto come giornalista (e come inventore del retroscena politico) e autore di un memoir sulla sua esperienza di malato di cancro intitolato Costellazione cancro, qui impegnato in una ricostruzione della sua infanzia militaresca, a cavallo della Prima guerra mondiale, con padre ufficiale e due fratelli più grandi dispersi in Russia. Dopo aver letto in quarta di copertina la rivendicazione di opera nonfiction – «È l’esperienza di una famiglia realmente esistita, rappresentata in queste pagine da personaggi tutti autentici» – il libro, anche se sprovvisto di grandi qualità stilistiche, si legge con più facilità dei precedenti, soprattutto perché privo di quei disgraziati tentativi di prosa poetica che hanno infestato e continuano a infestare la letteratura italiana. Ma, si chiede il lettore spregiudicato, perché dovrei leggere l’ennesima ricostruzione famigliare di inizio Novecento? E perché nel vicino 1980 si ritenne addirittura di premiare questo libro come meritevole di essere considerato il migliore dell’anno? Cos’ha di speciale?

Perché nel vicino 1980 si ritenne addirittura di premiare questo libro come meritevole di essere considerato il migliore dell’anno? Cos’ha di speciale?

Passano sette anni e tra le vittorie di due opere molto importanti per motivi diversi come quelle di Eco con Il nome della rosa e Parise con il secondo volume dei Sillabari, seguite dalle affermazioni meno fondamentali ma che non verrano completamente dimenticate di Pomilio, Citati, Sgorlon e Maria Bellonci, lo Strega 1987 viene assegnato a Stanislao Nievo. Questo nome può dirvi qualcosa. Discendente di Ippolito e anche lui come quasi tutti gli scrittori citati, soprattutto giornalista, autore televisivo, vince il premio con un romanzo storico intitolato Le isole del paradiso (unico tra i cinque a non essere ancora finito fuori catalogo). Il fatto vero che viene raccontato è interessante anche se poco battuto dalle cronache ufficiali: «È il racconto», si legge nel risvolto, «del ritorno alla natura di un gruppo di italiani e di francesi, alla ricerca d’una nuova patria in un paese selvaggio … a est della Nuova Guinea», e aggiungo io alla fine dell’Ottocento. Ma anche qui, poca tecnica letteraria, dubbia padronanza delle strutture narrative, nessun gusto per la sperimentazione. E dopo cento, centoventi pagine, la volontà combatte con la noia soccombendo miseramente.

Ora si può interpretare questa rassegna come una rassicurazione per tutti i polemisti anti-Strega, una raccomandazione a non scaldarsi troppo, perché sarà il tempo a decidere. Ma anche una specie di valutazione a campione sulla produzione letteraria italiana del Novecento. E se fosse veramente così, se da questi cinque libri dimenticati ci trovassimo ad avere un’idea dell’Italia degli anni che vanno dal 1949 al 1987, ci troveremmo davanti al grande problema che l’Italia dal 1949 al 1987 non è stata rappresentata e che, dal 1949 al 1987, gli scrittori italiani non hanno prodotto nessun esperimento letterario che abbia lasciato il segno.

 

Nell’immagine: l’edizione del premio Strega del 1952.

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