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I portieri del Mondiale dei portieri

Discussione a otto mani sui numeri 1 visti fino a ora nel Mondiale brasiliano. Dagli spettacolari Ochoa e Navas all'innovatore Neuer, dal nuovo Courtois all'eroe americano Tim Howard.

Quello in Brasile è un Mondiale fatto di tre Mondiali, almeno secondo alcune non troppo originali definizioni giornalistiche: il Mondiale dei Mondiali (e ci può stare, per un motivo o per l’altro); il Mondiale dei numeri 10 (e il fatto che molti giocatori con il numero 10 abbiano fatto gol non giustifica l’affermazione: il numero 10 è un numero, non più un ruolo); il Mondiale dei portieri (perché molti portieri hanno giocato delle buone partite). Tra tutte queste definizioni, forse quella che traballa meno è l’ultima: da Júlio César a Courtois fino a inaspettate scoperte centro o sudamericane, il Mondiale 2014 ha fatto vedere non solo moltissimi gol, ma anche moltissime belle parate, senza che le due cose siano in contraddizione.

L’idea per questa discussione, un po’ come in un bar a quattro voci o a otto mani, sul tema dei portieri, è nata da Fulvio Paglialunga (giornalista, conduttore radiofonico, scrittore), che per primo ha proposto l’idea di un pezzo sulle storie di Júlio César e Guillermo Ochoa. Il pezzo, Fulvio, l’aveva proprio scritto, ed è l’incipit di tutto. Quasi contemporaneamente, mi trovavo a discutere con Giovanni Fontana (tra le altre cose, blogger de Il Post) e Saverio Verini (curatore d’arte, organizzatore del festival letterario Calibro) proprio delle parate di Ochoa, delle uscite di Neuer, dell’esempio di Van Der Sar e del mito di Higuita: di portieri, insomma. Il collegamento è stato facile e felice ed è nata questa conversazione, composta in due giorni. Avvertenze: tre di queste quattro persone giocano, effettivamente e nelle loro partite amatoriali, in porta. (Davide Coppo)

*

Fulvio Paglialunga
Júlio César piange prima dei rigori contro il Cile, quando l’ansia di un anno difficile si mette tra lui e il momento di protagonismo involontario, quando Julio ha tra i guanti la possibilità di mandare avanti il Brasile o far finire la corsa. Non lo decide, a freddo. Lo decide perché è in porta, perché i lunghi attimi di solitudine di un portiere durante una partita adesso non sono tali. Ora è al centro della scena: gli mancava, quindi si sfoga. Piange epperò non dimentica quello che è in grado di fare, nemmeno ora che per la nazione che vive un psicodramma e che convive da più di sessant’anni con lo spettro di un eterno Maracanaço, lui è l’eroe o il marchio della sconfitta. Aveva appena finito di tremare per la traversa di Pinilla, dove non poteva arrivare ma che comunque avrebbe vissuto come una colpa. Può riscattarsi, può prendere a calci un’intera stagione, poi chissà che accade se il Brasile va avanti. Sa parare, dunque pure promettere: a Thiago Silva dice che ne para tre e più o meno va così. È che i portieri, quando si va ai rigori, sono diversi dai portieri dei novanta o centoventi minuti: serve un’altra tecnica, nuove doti, maggiore freddezza. Tifavo Cile, per quella maledetta vocazione a scegliere i più deboli, a sfidare i pronostici, a stare con gli sfavoriti. E penso di essere stato in quel momento in nutrita compagnia. Ma quando Júlio César ha pianto un po’ ho tifato anche per lui, almeno perché nulla dipendesse da un portiere di sentimenti. Primo: a mani unite sul destro di Pinilla, il tuffo sulla destra al tiro di Sanchez, i denti digrignati di chi, sì ce la sta facendo. Sta buttando alle spalle l’incubo e si sta facendo spazio nell’elenco dei portieri che parando i rigori avanzano nella leggenda.

Giovanni Fontana
Sì, Júlio sembra essere lì proprio per entrare nella leggenda, è il redentore (e la finale si giocherà a Rio) della colpa che i portieri brasiliani portano da quell’unica Coppa del Mondo giocata in Brasile e persa per l’errore di Moacir Barbosa. Il portiere, in Brasile, è un ruolo umiliato: una cosa che noi, che abbiamo una grande tradizione di portieri, proprio non possiamo a capire. Júlio sembra il perfetto completamento di quel percorso di emancipazione. Mette insieme le cose che quel giorno al Maracanã mancarono a Barbosa, e che tutti i portieri della storia del Brasile hanno cercato di riguadagnare, tassello dopo tassello, in una sorta di esorcismo collettivo: la sicurezza e il senso della posizione di Gilmar, la personalità e l’abilità fuori dai pali di Leão, il riconoscimento internazionale negato al portiere del Brasile prima di Taffarel e poi di Dida. Lui ha tutto questo. Quattro anni fa era il più forte del mondo ma non vinse il Mondiale: ora non lo è più, chissà che le cose non s’invertano.

Saverio Verini
E invece per me è ancora il più forte. Magari non reattivo come nelle stagioni all’Inter, ma rimane sempre il più completo: convinto nelle uscite alte, bravo coi piedi, sicuro tra i pali, ottima presa, capace di leggere in anticipo le giocate offensive intervenendo – quando serve – nella zona franca tra ultimo difensore e area di rigore. Non c’è un portiere che riunisca tutte queste caratteristiche, nemmeno tra quelli che si sono distinti al Mondiale. Inoltre, nell’ideale scala evolutiva dei “numeri uno” brasiliani, Júlio César aggiunge anche un altro elemento: l’ammissione di colpa. Si è sempre preso le sue responsabilità, senza mai sbraitare col primo difensore o scaricare colpe. Prendiamo l’autogol di Felipe Melo, che di fatto spianò la strada all’Olanda nel Mondiale 2010: a fine partita, il Melo, se la prese con le vuvuzelas e il loro rumore urticante, mentre Júlio ammise senza problemi d’aver fatto una papera. E pianse, anche quella volta là.

Davide Coppo —
Io non ho mai avuto una cotta per Júlio César – ce l’ho avuta per altri portieri, come Dida – e credo di poter dire senza il pericolo dell’influenza del tifo che Júlio sia stato uno dei migliori portieri del mondo e che lo sia ancora oggi, ma non il migliore. Ho l’impressione che di portieri quasi eccellenti, nel mondo, ce ne siano davvero molti, ma che dopo un primo periodo di hype vengano abbandonati dalla stampa e dal chiacchiericcio dei tifosi, dall’ammirazione, dal supporto. Júlio César è davvero decaduto, ad esempio, negli ultimi due anni? No, è soltanto andato al Qpr, ma non è diventato più scarso: era il Qpr che faceva schifo. I portieri vengono percepiti come una specie di band indie: dopo il primo o il secondo disco possono essere dimenticati, e questo forse influisce anche sul loro mercato, sulla loro carriera. Non lo so, forse sto andando troppo oltre. È che ho l’impressione che sia ancora un ruolo poco analizzato e molto, troppo influenzato da determinate valutazioni non di insieme ma strettamente legate alla partita singola. Mi viene in mente l’esempio di Neto, un portiere fortissimo e giovane e con un grande potenziale eppure criticato da tutti per due o tre indecisioni isolate nel girone di andata della Serie A 2013/14. Allo stesso modo, in questo Mondiale molti si sono innamorati di portieri spettacolari e poco conosciuti dal grande pubblico in precedenza. Penso a Raïs M’Bolhi, a Enyeama, soprattutto a Guillermo Ochoa, sulle cui qualità tecniche, al di là delle capriole molto fotografiche, nutro molti dubbi.

Fulvio Paglialunga —
Io invece sono per le capriole fotografiche, anche perché sulla tecnica non sono sicuro di potermi esprimere. Mi piaceva Gatta, per dire, ai tempi del Pescara. E sono stato innamorato di Spagnulo quando giocava nel mio Taranto. Dunque mi piace Ochoa, che se Júlio è quasi disoccupato invece lui lo è davvero perché attualmente svincolato dall’Ajaccio, in Francia. Aveva un accordo che prevedeva lo scioglimento del contratto in caso di retrocessione, e retrocessione è stata. Se il Messico ha fatto la sua figura nel Mondiale è per questo guardasigilli con fascetta e ricci che, ad esempio, ha fermato il Brasile quasi da solo, ma che prima così dimenticato da essersi proposto un mese fa al Barcellona come secondo portiere per sentirsi persino rispondere con un rifiuto. Già si era dovuto accontentare dell’Ajaccio (con Ravanelli allenatore, nella prima fase della stagione), forse anche per il suo passato burrascoso e comunque condonato, visto che nel 2011 è stato trovato positivo al doping con altri cinque compagni alla Gold Cup, sospeso dalla manifestazione e poi riabilitato dalla Federazione che sosteneva, con lui, la tesi del contagio attraverso carne avariata. Poi per i portieri si può tifare e allora se un fan dell’Ajaccio su un sito di vendite francese ha messo all’asta casa e familiari per far rinnovare il contratto a “Memo”, io tifo per lui, per un ragazzo che ha sempre voglia di crescere, che ha 28 anni e nessuna squadra, che – racconta Ravanelli – «si allena anche durante i giorni di riposo». Ha parato tutto, tanto da far diffondere la leggenda che avesse sei dita. Ha reso bello il Mondiale del Messico. Poi, se viene pure bene in fotografia a me basta.

Giovanni Fontana —
Ti dirò, secondo me quella partita che ha portato Ochoa alla ribalta, Brasile-Messico 0-0, l’aveva giocata meglio Júlio. Ochoa fa una buona parata, negli altri casi ha il merito di essere nel posto giusto, ma non sembra anticipare l’azione, solamente fare la cosa più ovvia per coprire lo specchio. Per me la domanda che ci si deve fare per valutare una parata è: ci fosse stato un altro portiere sarebbe stato gol? Non si può sapere, ma la mia risposta è no. Ochoa è un portiere molto rapido, sia con le gambe che con le mani (la sua miglior parata è probabilmente questa), ma, mi sembra, non ha lo stesso valore in ciò che i portieri chiamano “tecnica di base”: la capacità di presa (le parate più spettacolari sono respinte, ma le più difficili sono quelle in cui provi a bloccare il pallone), o – se non la si può bloccare – l’abilità nel deviare la palla nella direzione prestabilita, la capacità di scegliere qual è il miglior modo per rendere inoffensivo un pallone (e non di recuperarlo all’ultimo con un grande intervento). Sono dei limiti che Ochoa condivide con il grande portiere della storia messicana, Jorge Campos, che era un Ochoa all’ennesima potenza. Campos non è mai stato il mio ideale, non posso impazzire per un Campos minore.

Saverio Verini —
C’è un’altra cosa da dire su Campos: il portiere è, più d’ogni altro, il ruolo legato all’estetica. Ha la maglia diversa dal resto della squadra (anche se, negli ultimi 15-20 anni, pure lui ha adottato divise a maniche corte, per dire), può permettersi colori sgargianti, indossa i guanti. Ecco, a mio avviso anche Ochoa è rimasto particolarmente impresso grazie alla sua immagine, non tanto legata alla mise, quanto alla faccia appuntita – col naso da beccuto – e quella chioma da dancehall salentina. Ovviamente ci sono anche le parate, la maggior parte delle quali istintive, quelle per cui chi si fa impressionare facilmente esclama «non è possibile! Non è possibile!», come questa. In qualche modo Ochoa è esponente di una certa “messicanità”, che, da Campos in poi, vuole i portieri non troppo alti (Guillermo è 1.83, la media dei portieri titolari agli Ottavi di finale era 1.88) e iperreattivi, meno supereroi Marvel e più personaggi Walt Disney: forse è per questo che Ochoa s’è fatto subito voler bene.

Davide Coppo —
All’opposto di Ochoa c’è Courtois, secondo me il migliore del mondo in questo momento. In questi Mondiali finora non è stato costretto a fare miracoli, anzi me lo aspettavo più decisivo in certe occasioni, ma forse verrà fuori più avanti contro squadre più forti. Courtois ha una capacità incredibile di spostarsi sulla linea di porta per farsi trovare nella miglior posizione possibile per la traiettoria del pallone. Ci sono video come questo che lo mostrano benissimo. E infatti – anche perché è alto 1.99 cm – è poco spettacolare, ma molto incisivo. E dovremmo aprire un capitolo intero su Neuer contro l’Algeria, che credeva di giocare nell’Ajax di Cruijff e giocava da difensore e regista insieme, come dimostra la mappa dei passaggi e la heat map (e il video della sua scivolata, coraggio e incoscienza pura). Non lo adoro tra i pali (sbaglia più di quello che dovrebbe sbagliare un portiere della Germania e del Bayern) ma vorrei andare da quel pagliaccio sopravvalutato di Higuita, fargli vedere un po’ di questi Vine e dirgli: guarda e impara.

Giovanni Fontana —
Eh sì, al contrario di Ochoa, Courtois è proprio fatto a forma di portiere. Intendiamoci, non è che non si possa essere bravi senza essere alti due metri: ci sono un paio di grandi portieri nella storia del Belgio, Jean-Marie Pfaff e Michel Preud’homme, entrambi molto più bassi di Courtois. Preud’homme – di cui ero proprio innamorato, da bambino decisi di fare il portiere per lui – fu il miglior portiere del Mondiale del ’94, l’ultimo giocato in America. Non mi aspettavo di doverlo dire di un altro belga, ma Courtois li supererà facilmente. Fa sempre quel passo mentre l’avversario sta ancora calciando e ha una capacità di coprire la porta, di essere padrone di ogni angolo, che io ricordo in pochissimi. Non penso sia il migliore al mondo: non è ancora sicurissimo, e qualche volta respinge qualche pallone che potrebbe bloccare; ma è un ’92, secondo me neanche Buffon era così bravo alla sua età. Ah, vogliamo fare un attimo di riflessione per il povero Mignolet? Portiere dignitoso, che sarebbe titolare nei tre quarti delle nazionali arrivate agli ottavi, e che si è visto nascere davanti questo fenomeno: mi aspettavo che Wilmots facesse giocare lui all’ultima del girone. Lì Courtois ha fatto poco perché ha potuto fare poco: ha preso un gol in tre partite, e su rigore. È dopo il girone, obiettivamente facile, che ci si può aspettare qualcosa da Courtois: intanto, però, la partitona l’ha fatta Howard contro di lui, probabilmente la migliore di un portiere a questo Mondiale.

Fulvio Paglialunga —
Anche con un principio di incompetenza (è il caso mio), non si può negare che quella di Howard contro il Belgio sia la migliore prestazione del Mondiale. Perché ha parato tutto, tranne quando è diventato inevitabile. Perché ha parato ovunque, perché ha parato in ogni modo possibile. Questo, a occhio nudo. Poi il NY Times ha fatto il resto, riassumendo in quattro foto tutte le sedici (sedici!) parate.

Di Howard colpisce certo il look, oltre che le parate, ma per una volta non scegliamo un giocatore statunitense per la barba che ha (visto che siamo capaci di far venire in Italia Alexi Lalas). Lo scegliamo perché è bravo, bravissimo. E prima di noi lo hanno scelto gli americani, mentre lui si faceva strada in Inghilterra (United prima, ora Everton). Per i profani Howard è una scoperta del momento, tanto che su Wikipedia la sua biografia è cortissima. E non c’è la parte in cui dimostra di essere davvero un supereroe come ora lo definiscono per le parate: Howard è affetto dalla sindrome di Tourette, malattia neurologica che porta a improvvisi attacchi d’ira e tic fisici e verbali (si può anche diventare improvvisamente volgare, ma non è il suo caso: in lui sono maggiormente presenti comportamenti consultivi). Lui non sa contare quanti tic ha in una partita, aumentano con la posta in gioco e non sa nemmeno come faccia a controllarsi (in verità non lo sanno neppure i medici). Pare che sia la concentrazione della partita a coprire tutto. Lo ha scoperto quando aveva otto anni, contava i passi mentre camminava, toccava oggetti senza logica, faceva cose strane. Secondo la madre, che ha parlato al Washington Post, il calcio lo ha aiutato assorbendo l’energia, Howard crede ormai di non poter più fare a meno della sindrome di Tourette, come fosse una compagnia. Crescendo è andata meglio, ma la sindrome sta lì. Come un avversario agguerrito. Che lui, ovviamente, para. Ecco, per me l’idea che l’eroe del momento sia una persona fragile vale quanto altre sedici parate.

Davide Coppo —
Di Tim Howard – al di là delle belle parate, ovviamente – mi è piaciuto molto il modo in cui è stato incoronato dai nordamericani, come una specie di messia del soccer che magari un giorno inizieranno a chiamare football, una specie di comandante ad honorem nella scoperta di questo nuovo mondo fatto di noia lunghissima ed eccitazione improvvisa ed effimera e paura e tensione che è il calcio. Lo adorano e durante Usa-Belgio qualcuno ha cambiato la voce Wikipedia dello US Secretary of Defense sostituendo al nome di Chuck Hagel proprio quello di Tim Howard, foto compresa.

Fulvio Paglialunga —
Il punto è che a lungo per me il portiere è stato il ruolo in cui si metteva quello scarso del gruppo di adolescenti che giocava a pallone, poi è diventato un aspetto interessante, perché letterario e curioso. Il portiere è sempre un potenziale pazzo ed è anche un uomo solo, ma questo lo hanno detto quelli bravi molto prima di me. Pure Tim Howard stesso (oh, a proposito: lui con l’Everton ha anche segnato un gol calciando dalla sua area) lo ha detto: «A me non piace la partita. Perché durante i novanta minuti non mi capita mai di divertirmi». Però ora forse perché il ruolo è cresciuto, forse perché si sono completati (e Blatter va maledetto per quasi tutto, tranne la regola del retropassaggio) o forse vedo tutto da un’altra ottica io e quindi in questo Mondiale c’è stata la somma di anni di fatica e lavoro e l’emersione è stata collettiva e imponente. Prima, spuntava il portiere curioso e si parlava di quello. Ora, spuntano quelli bravi. I brasiliani erano tabù e ora abbiamo cominciato da un brasiliano, gli Stati Uniti chissà che erano e stiamo ancora parlando del loro guardiano. Forse è l’anno della vera rivoluzione. In cui come sempre l’Italia partecipa in parte, non perché Sirigu abbia fatto una brutta figura (giocatelo voi l’esordio Mondiale buttati dentro all’improvviso), e tutto sommato nemmeno Buffon, quando era tra i pali. Poi però Buffon ha deciso di uscire a vuoto: lo so che rischio il fuori tema, ma quando ha parlato mi ha fatto dimenticare il fenomeno che è, il “santo subito” del 2006. Perché a me i portieri ormai appassionano e un portiere capitano quasi mi commuove. E lui no. Quindi tifo per Júlio César, per Howard, per Ochoa, per Neuer, per Raïs (che ho fortissimamente sperato non cadesse mai) e pure per Akinfeev, che ha fatto tutte le papere possibili con la Russia ma almeno mi pare non abbia detto cazzate.

Davide Coppo —
Io finirò con una menzione speciale per Akinfeev, un grande portiere che becca spesso alcune papere, ma un portiere particolare: estremista, se così si può dire, ortodosso, in Russia è venerato come pochi altri prima di lui (sì, quasi come quell’altro degli anni ‘50), perché in Russia, dal bolscevismo in poi, hanno questo amore per il portiere in quanto eroe solitario a difesa della patria – ci hanno scritto anche delle pièce teatrali. E soprattutto parlerei di Keylor Navas, un altro centroamericano basso capace di decollare come pochi altri: ci sono video dei suoi allenamenti in cui para palline da tennis – e qui si capisce anche il fatto che è sì spettacolarissimo, ma in quanto a prese sicure non è il massimo. Visto che si parlava di Courtois, prima, sottolineo il fatto che in quanto a tiri subiti / tiri parati Navas è stato eletto miglior portiere della Liga 2013/14, avendo una ratio superiore al belga, a Valdes, a Lopez, a chiunque altro. Il Levante ha chiuso con la quinta miglior difesa del campionato. Lui è un tipo silenzioso che prima di ogni partita, quando mancano esattamente 60 secondi, si inginocchia sulla linea di porta e prega. Il rigore parato alla Grecia è una meraviglia di istinto, il braccio estratto all’improvviso verso il cielo è come un razzo o una coreografia. Sulla sicurezza nel parare che manca a Courtois direi che non è un problema: anche a Buffon, se ricordate le sue primissime partite con il Parma, mancava. Buffon era molto più coraggioso, era letteralmente fuori di testa (vedi Parma-Milan, il suo esordio assoluto), ma con un posizionamento non così eccezionale. Certo poi è diventato uno dei portieri più sicuri del mondo. Bisognerà vedere cosa, nel calcio futuro, conterà di più.

Saverio Verini —
Quello dei portieri che si realizzano, e di quelli che non ci riescono nonostante il talento, è sempre stato un tema misterioso e spietato. Forse, come dici, un portiere deve saper precorrere i tempi, capire come si evolverà il gioco e, di conseguenza, il ruolo. Ve lo ricordate Schmeichel? Ecco, secondo me lui ha anticipato anche gente tipo Neuer, specie nel modo di coprire lo specchio, allargando il più possibile braccia e gambe, quasi a formare una stella. Era talmente avanti che chiunque si sia avvicinato al suo posto nel Manchester United dopo di lui – Howard è tra questi – è sempre rimasto indietro. Prendiamo Massimo Taibi, autore di una cappella che potremmo definire “Sistina“, monito per tutti i giovani portieri a cavallo tra anni ’90 e 2000 (tra cui me: garantisco però di non aver mai fatto un errore simile); oppure Mark Bosnich, l’australiano del saluto nazista rivolto ai tifosi del Tottenham e della squalifica per cocaina, che allo United ha toppato alla grande. A differenza di Bosnich, Howard ha saputo riprendersi – lo vediamo ora al Mondiale –, superando anche la Tourette, ma non il crinale che separa un Buffon da un De Sanctis.

Giovanni Fontana —
Giusto per concludere, visto che abbiamo parlato di portieri e malattie, è giusto ricordare che il miglior coro della storia del calcio è stato indirizzato a un portiere, che aveva anche lui una malattia: Andy Goram, scozzese, giocò anche lui un paio di partite nel Manchester United, ma per gran parte della carriera fu il portiere dei Glasgow Rangers. Venne fuori che aveva una leggera forma di schizofrenia/bipolarismo, e i tifosi del Celtic gli dedicarono – sulle note di Guantanamera, come in Italia si fa per «un capitano, c’è solo un capitano» – il coro “two Andy Gorams, there’s only two Andy Gorams”.

 

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