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I Mostri

Roma borghese e Roma violenta, britpop e provocazioni giovanili: tutto filtrato attraverso una band (romana)

I Mostri sono una band romana, hanno pubblicato nel 2011 il disco La gente muore di fame. La canzone di cui voglio parlare si chiama “Cento lame” e potrei faticare a parlarne perché mi viene prima da voler stabilire se i Mostri sono fascisti. Al minuto 2.28 secondo me il cantante fa un saluto romano col braccio non inquadrato. Lo vedo dalla faccetta romana, dalla smorfietta che associo istintivamente al saluto romano. Conosco quelle smorfie perché a Roma Nord, dove sono cresciuto, si sono sempre fatte.

Questo video parla in modo ordinato e suggestivo non tanto della violenza ma dell’uscire la sera in una città violenta e sentirsi ammantati dal fascino indiretto delle coltellate altrui. Quindi il dibattito noioso da fare su questo video è se sia giusto fare l’apologia della violenza, come quando Frankie Hi-Nrg disse al Truceklan che la roba che facevano loro non era il vero rap (e loro risposero con un video in cui gli promettevano la morte; d’altra parte l’argomento di Frankie Hi-Nrg era debole e il suo è meno rap di quello del Truceklan).

Quando cominciai ad ascoltare il britpop a metà degli anni novanta venivo dal grunge, e il grunge era un fantastico modo di vivere scazzati e entusiasti allo stesso tempo, poco pretenzioso, senza farsi giudicare da nessuno, nel proprio mondo di flanella. La scoperta del britpop mi fece scoprire Roma: i miei nuovi amici che lo ascoltavano, a differenza degli amici che ascoltavano il grunge, avevano un rapporto intimo con la città e il suo centro storico. Per qualche ragione ben espressa dai capelli da mod, che andavano sulla fronte come quelli di Giulio Cesare e non si scomponevano sotto il casco, il britpop dava un atteggiamento da spaccone che si poteva interpretare al meglio, a Roma, girando per le vie del centro con la faccia da stronzi guardando male la gente, vestendosi ben più asciutti che in flanella e jeans, vestendosi con scarpette Adidas, camicia o polo, pantaloni più stretti, e capelli corti pettinati in modo da non rovinarsi portando il casco. E il motorino è centrale nell’esperienza romana, e la grandeur dei vicoli del centro che si spalancano di colpo su piazze e fontane e statue, l’orgoglio da bocciatura all’esame di diritto privato, mi fece scoprire la bellezza delle passeggiate intorno al Pantheon e i progetti di scrivere canzoni pop letali.

All’epoca però il britpop era in mano agli interpreti sbagliati, in Italia. “Daisy” di Daniele Groff. Qualche sfumatura delle Paola e Chiara periodo Sham Rock. Un gruppo di cui ho scordato il nome si era fatto produrre il disco dal produttore di Definitely Maybe. Quello era britpop per il suono di chitarre e le melodie basate su terze e quinte, ma mancava quella sensazione che avevamo ascoltandolo, quella sensazione cui non riuscivo a dare un nome e di cui tuttavia ero certo.

Vedendo il video dei Mostri si realizza così per me un sogno estetico avuto quindici anni fa (lasciamo perdere che la canzone è una cover dei Fratellis. Se ascoltate l’originale, quella sembra la cover, ha meno mordente, meno urgenza): Il sogno di scrivere un pezzo per imbruttire alla gente, girando a piedi per Roma, con questo orgoglio romano che è l’unica cosa che può unire coatti e pariolini oltre al tifo calcistico. Il sogno di tenere la schiena dritta cantanto cose schiette.

Nel video troviamo cose fondamentali di Roma: il mercato di Campo de’ fiori, tatuaggi “Made in Italy”, il Sorchettaro, basette, Ben Sherman, il sole, labbra strette, nasi grossi, la ricevitoria del lotto, Montgomery, Via Giulia?, il benzinaio, la risata, le coatte fuori dal Mc Donald’s, l’Apetto scassato, le studentesse di Legge, il prato dell’università, il meccanico, “troppi Vodka Redbull”, lo zozzone.

Ma l’ingrediente che mancava nei miei tentativi di esprimere quanto avevo ricevuto da Oasis, Ocean Colour Scene, Modern Life is Rubbish dei Blur, il padrinaggio di Paul Weller in tempo reale con Stanley Road, era la violenza.

Il testo di Cento Lame: “Questa è Roma, benvenuto ma… domani certamente Studio Aperto dirà che sono tornati i coltelli in città. Questa è Roma, benvenuto ma… non passare mai per il centro perché cento lame ti aspettano, aspettano te. Oggi sul giornale ho letto che di stranieri a Campo [de’ Fiori] ne hanno lamati tre. E questa storia quando finirà?, che figura facciamo con l’America? Quante vite rovinate, tante troppe coltellate, l’ambulanza stasera suonerà”. “Ho paura dentro ai vicoli, ma tu stammi vicino, abbracciami”.

Il britpop parlava di un paese imperiale, Cool Britannia, però abbastanza incasinato e sporco, con problemi da postcolonialismo che noi non avevamo o non vedevamo. Le band inglesi avevano capito il paese. Noi non avevamo capito l’Italia, e non potevamo dire la nostra con dei pezzi pop. Per noi intendo gli aspiranti songwriter di singoli spietati per un pubblico che ancora non c’era e che sapevamo non esserci.

Noi contraddizioni non ne vedevamo. La nostra voglia di essere metropolitani in Vespa non trovava quindi spigoli su cui farsi ferite, calli, cicatrici, e le canzoni britpop scritte in tempo reale negli anni Novanta non avevano senso, tranne forse quando a farlo erano gli Statuto.

Evidentemente a Roma questi spigoli sono arrivati e sono la violenza della criminalità, l’alcolismo dei pischelli, il tutto reso intellegibile non da canzoni italiane ma da una nobile forma espressiva italiana: il racconto del crimine organizzato, Romanzo Criminale nella sua trinità di libro poi film poi serie tv.

Grazie al racconto della Roma violenta – a cui mai mi sono interessato fino a questo momento – magari è scattato qualcosa nelle cose che si chiedono alla musica, e per vivere a Roma e considerarti un appassionato di musica sei costretto ad ascoltare il Truceklan pena il ricovero in un ospizio ideologico e affettivo. Quanto al pop, sembra che gente che non ha avuto la mia stessa storia ma viene dai miei stessi quartieri abbia abbracciato il fascino della violenza un po’ come si abbraccia di solito il fascino del sesso estremo: in una maniera che ne fa materia narrativa senza il bisogno della cautionary tale. Il fascino dei Mostri per le coltellate sembra davvero sincero. Io sono troppo piccoloborghese per subirlo, anche se ovviamente a vent’anni, come tutti, una volta a carnevale mi sono vestito da Alex di Arancia Meccanica e mi sono aggirato per Roma con una catena in mano, il parapalle e la calzamaglia. Ma veramente ascolto “Cento lame” dieci volte al giorno e mi fa venire i brividi (ed è la prima volta che esprimo una mia preferenza per un’opera dicendo che mi fa venire i brividi).

Tornando al saluto romano che sono sicuro aver visto fare al cantante, direi che l’indifferenza, il rapporto disinvolto col fascismo come contributo al proprio amalgama estetico, al proprio rapporto con la monumentalità di Roma, sembra il “prezzo da pagare”.

Di fascio in “Cento lame” c’è l’ironia con cui si dice “che figura ci facciamo con l’America”. Per i fasci che ho frequentato nella mia vita, la violenza non è una cosa di cui aver paura, non è una cosa da condannare, è parte della vita. Va pur detto che non è parte della mia vita. Che neanche nei miei momenti più nietzschiani ho mai avuto la minima sensazione che un mio problema con qualcuno potesse finire tra le lame, né che il problema di nessuno che conoscevo potesse finire tra le lame. In sostanza non mi sono mai sentito in pericolo. Né ho mai bazzicato Campo de’ Fiori.

Quindi, dato per scontato il fascismo come ingrediente estetico, emotivo, affettivo del pezzo dei Mostri e della loro estetica, come unico modo, forse, per potersi vestire Fred Perry con lo spirito giusto, devo solo dire che questa canzone, scritta probabilmente da gente che non porterà mai un coltello nel giubbotto (che sarebbe l’argomento di uno che volesse prenderli per il culo come Frankie Hi-Nrg con il Truceklan), è la canzone (è il video) che più mi fa sentire romano, mi fa capire di conoscere Roma e di amarla.

Siamo liberali e aperti, liberati. Il monologo di Molly Bloom, Idioti di Von Trier, i Sex Pistols, dovevano stupire altri borghesi, non noi, scandalizzare gente già stramorta, non noi, e svegliarla dal proprio sonno percettivo. Quando sei fatto come me ti costa molta fatica ammettere che qualcuno più giovane di te ti ha dato qualcosa, tramite l’arte, che ti ha scandalizzato ma ti ha parlato, cacciandoti in doppi fondi della tua memoria che nemmeno pensavi di avere. Si diventa vecchi quando si inizia a dire: sì, ma questi qui non sono veri artisti, sono solo dei paraculi, sono derivativi, sono scarsi, non fanno roba buona, la roba buona è altra e te lo dico io che so riconoscere le cose potenti. In verità io ho avuto una reazione da piccoloborghese scandalizzato nel sentire questi fasci di merda e sono costretto ad ammettere che mi hanno fatto emozionare.

 

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