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I libri del mese

Cosa abbiamo letto ad aprile e cosa consigliamo di leggere.

Geoff Dyer – Sabbie bianche (Il Saggiatore) trad. Katia Bagnoli

Geoff Dyer è uno scrittore contemporaneo. Può sembrare una tautologia, ma non lo è. La sua voce e i suoi interessi gli danno una dimensione contemporanea non solo perché vive e lavora oggi, ma perché ha finito per essere più di altri un simbolo letterario di questo tempo. Specie, come è il caso di Sabbie bianche, quando la sua scrittura resta nei territori della realtà, del personal essay, della riflessione narrativa (non ho ancora smesso di citare e regalare L’infinito istante, il suo bellissimo saggio sulla fotografia). In shadow_image_100051verità questo è un caso ancora diverso. Perché si tratterebbe di una raccolta (di pezzi usciti su giornali, riviste) a cui però viene sovrapposta una struttura unitaria, con il tentativo di farne un unico lungo racconto, una storia di turismo e spaesamento intorno al mondo. Un tentativo che, a mio parere – mentre qua e là ho letto pareri di altro tenore– è perfettamente riuscito, e non solo grazie ai brevi raccordi autobiografici che inframezzano i testi lunghi e già pubblicati, ma soprattutto grazie al tono e allo sguardo, che restano lo stesso tono e lo stesso sguardo per tutto il tempo. Dalla Cina a Los Angeles, le pagine di Dyer regalano molte illuminazioni ma allo stesso tempo ci impigliano a un sentimento di esaurimento, a un senso di vuoto. Incrocio che trova un momento di perfezione rara nelle pagine dedicate alla Polinesia, sulle tracce di Gauguin. Su tutto questo, la voce ispiratrice di Sebald, maestro delle divagazioni in movimento. (Cristiano de Majo)

 

Walter Siti – Bruciare tutto (Rizzoli)

shadow_image_104387Ieri sera mi trovavo a pochi passi da Svetlana Aleksievič, Nobel per la Letteratura del 2015, quando ha sostenuto che l’arte deve far esprimere il diabolico senza timore, perché, almeno nell’alveo della rappresentazione artistica, «vittima e carnefice hanno pari dignità». Secondo Aleksievič si tratta del ruolo dello scrittore, «un ruolo che voglio svolgere in tutta onestà». Alla fine dell’incontro, comprensibilmente nessuno ha chiesto all’autrice di Tempo di seconda mano di parlare dell’ultimo libro di Walter Siti, oggetto di polemiche nelle scorse settimane, ma in quel momento non devo essere stato l’unico ad essere corso con la mente a Bruciare tutto. Michela Marzano – poi protagonista di un incontro “riparatorio” con lo stesso Siti organizzato da Rizzoli a Tempo di Libri – aveva scritto su Repubblica che il problema del romanzo non è tanto parlare in un certo modo di pedofilia, quanto «le conclusioni che se ne tirano». In sostanza, dice Marzano, perché prendere la storia di un prete pedofilo e non usarla per comunicare un messaggio positivo, per educare nell’accezione più civica e didattica? La domanda è talmente sbagliata, nei presupposti e nella finalità, da aver generato una discussione interessante su che cos’è – e cos’è tenuto a fare – un romanzo; una discussione che ha avuto il pregio di coinvolgere forse l’unico autore italiano che negli ultimi anni si è distinto per un’evoluzione stilistica e narrativa di una certa importanza, un percorso di cui Bruciare tutto può essere considerato il compimento. «La letteratura può sopportare questo?», si è chiesta retoricamente Michela Marzano. Certo, le si potrebbe rispondere: nel dna della letteratura c’è sopportare qualsiasi cosa. Nelle sue Lezioni di letteratura russa, Nabokov diceva: «La letteratura, la vera letteratura, non deve essere tracannata come una pozione che può far bene al cuore o al cervello – il cervello, lo stomaco dell’anima. Bisogna prenderla e farla a pezzetti, smontarla, spiaccicarla, e allora il suo amabile profumo si farà sentire nel cavo del palmo; […] allora, e solo allora, la sua squisita fragranza potrà essere apprezzata nel suo vero valore e le parti frantumate e schiacciate torneranno a unirsi nella vostra mente». (Davide Piacenza)

 

Ayelet Gundar-Goshen – Svegliare i leoni (Giuntina) trad. Ofra Bannet

shadow_image_105389Solitamente, quando mi arriva il libro di un autore israeliano, la mia reazione non è delle più entusiaste: ma come, ancora? Non è qualcosa di cui vado fiera: semplicemente mi capita, non riesco a non domandarmi perché il solo fatto di potere leggere (e neppure troppo facilmente) un libro in lingua originale dovrebbe rendermelo più interessante. Così, quando ho ricevuto Svegliare i leoni di Ayelet Gundar-Goshen, uscito in Italia per Giuntina nella traduzione di Ofra Bannet, ci ho pensato un po’ prima di prenderlo in mano. Quando l’ho fatto, però, non mi sono pentita. Svegliare i leoni, da cui l’americana Nbc ha già annunciato di volere trarre una serie, è la parabola, tutt’altro che positiva, di un delitto e di un castigo, racconta di uomini tutti d’un pezzo capaci di vigliaccherie indicibili, di errori che portano a errori più gravi, e di ricatti che portano ad altri ricatti. Verrebbe quasi da pensare che sarebbe meglio chiudere un occhio e lasciare i delitti peggiori là dove stanno, senza sforzarsi di raddrizzare il mondo (spunto interessante, per una cultura dove l’idea di aggiustare il mondo, tikkun olam, è un precetto religioso), perché altrimenti si rischia di svegliare le belve peggiori. (Anna Momigliano)

 

Andrea Wulf – L’invenzione della natura (Luiss University Press) trad. Lapo Berti

shadow_image_109974Ho rinvasato le piante, quelle tropicali del salotto e quelle del balcone, i primi giorni di primavera. Poco dopo ho piantato in dei nuovi vasi i semi di protea che, alcuni mesi prima, avevo portato in Italia dal Sudafrica. Ho intenzione di piantare altri semi, della stessa pianta, nel giardino della casa di famiglia in Liguria. Il fiore della protea – un bocciolo colorato, selvaggio, inelegante e bellissimo – è il simbolo del Sudafrica; la sua pianta è simile a un cespuglio, richiede poca acqua, poco freddo, molto sole. Scritto sulla busta di semi, comprata nel giardino biologico di Kirstenbosch, c’era un avvertimento che ho trovato a suo modo “tenero”. Diceva qualcosa del tipo: la protea è una pianta selvatica, non bagnatela troppo. Mi è sembrato dire: trascurala, se la sa cavare bene da sola, non ha bisogno di te. Confido tiepidamente di riuscire a farla crescere a Milano, nei vasi appena comprati, ma sono più fiducioso per la salute dei semi che pianterò in Liguria: il clima della zona del Capo, d’altra parte, è molto simile a quello ligure, e per i miei continui paragoni tra la flora incontrata a Cape Town e quella italiana sono stato benevolmente preso in giro dall’amica sudafricana che mi ha fatto da cicerone – soprattutto botanico – durante il mio soggiorno al Capo. Questa semplice associazione di idee, che mi ha portato a trasportare un pacchetto di semi a diecimila chilometri di distanza dal loro habitat “naturale”, sembra scontata; eppure prima di Alexander von Humboldt non lo era, e non era nemmeno diffusa. Dopo aver scalato il Chimborazo (il monte più alto della Terra, se misurato dal suo centro) Humboldt lo raffigurò trasversalmente, distribuendo la flora incontrata nella scalata secondo le diverse altitudini, e di conseguenza le diverse temperature, pressioni atmosferiche, umidità. Humboldt aveva riassunto la natura andina in un’infografica, un concetto nuovissimo per l’epoca. Lo chiamò Naturgemälde. L’invenzione della natura ripercorre la vita e i meriti di quello che viene definito «l’eroe perduto della scienza», scienziato, esploratore, naturalista, probabilmente l’uomo che più cambiò il mondo tra quelli della sua epoca che non ebbero a che fare con le guerre. È a lui che dobbiamo il nostro modo di pensare la natura. È a lui che dobbiamo l’ecologismo, è a lui che dobbiamo Charles Darwin, in un certo senso. È a lui che dobbiamo, anche, la fiducia con cui piantiamo dei semi di protea su un balcone di Milano, sperando, con una buona dose di sicurezza, di poterli vedere crescere. (Davide Coppo)

 

In lettura

Estratti da libri che stiamo leggendo, novità o ristampe.

Max Frisch – Homo Faber (Feltrinelli) trad. Margherita Carbonaro

1051969396A Parigi cercai subito di chiamare Williams, per fargli almeno a voce il mio rapporto; lui disse buongiorno (hello) e non aveva tempo di ascoltare la mia spiegazione. Mi chiesi se fosse successo qualcosa… Parigi era come sempre, una settimana piena di riunioni, io alloggiavo come sempre sul Quai Voltaire, anche stavolta avevo la mia camera con vista sulla Senna e su quel Louvre che non avevo mai visitato, proprio di fronte. Williams era strano – “It’s okay,” diceva, “it’s okay,” continuò a ripetere mentre lo ragguagliavo sul mio breve viaggio in Guatemala che, come si era visto a Caracas, non aveva causato nessun ritardo perché le nostre turbine non erano ancora pronte per il montaggio, senza contare che ero arrivato puntuale per le riunioni a Parigi, che rappresentavano l’evento fondamentale del mese. “It’s okay,” disse lui mentre ero ancora preso dal mio racconto dell’orribile suicidio del mio amico di gioventù. “It’s okay”, e alla fine: “What about some holidays, Walter?”.

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