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I libri del mese

Cosa abbiamo letto a febbraio e cosa stiamo leggendo adesso in redazione.

Clarice Lispector – Acqua viva (Adelphi) trad. Roberto Francavilla

Ossessionata dal significato dell’esistenza, Clarice Lispector ha passato la vita a porsi domande a cui non poteva avere risposta; meno risposte riusciva a trovare, più scriveva frasi smarrite o inebriate. Quando la paragonavano a Virginia Woolf disapprovava, finché una volta rispose esplicitando la differenza tra lei e la scrittrice inglese cui tanto somigliava: «Il compito terribile è andare fino in fondo», disse, intendendo in fondo alla vita. La bellezza di Acqua viva, considerato da molti critici il capolavoro dell’autrice brasiliana, si fonda su un equilibrio precario, che lo rende il compendio perfetto di un’esistenza affaticata, sempre in bilico tra lo stupore e il misticismo, incapace di conoscere le mezze misure e di tradurle in una scrittura “normale”. shadow_image_110622Tra le sue pagine Clarice Lispector, cinquantenne all’epoca della prima pubblicazione del libro, diventa la medusa – água-viva, in portoghese – che gli dà il titolo (e che permette ad Adelphi di comporre una delle più belle copertine degli ultimi anni, per inciso): come l’animale marino è sospesa, incantata, immersa in un’eternità immobile. Osserva rapita la natura. Dice: «Scrivo perché voglio profondamente parlare», e parla in un flusso magmatico di personale e universale, di amore, di senso, di armonia e di sofferenza, di mattine d’estate e di silenzi, di giubili immotivati e di sconforti. Acqua viva si legge come un lungo discorso allucinato, e più che un libro a tratti sembra una sinestesia rivelatoria di un santone orientale. Però di certo non è un testo né mistico né filosofico. Si può definire con precisione soltanto ciò che non è, per poi abbandonarsi alle sue descrizioni degli istanti, l’altra grande ossessione che ha segnato la vita e la scrittura di Lispector: «Adesso silenzio e un leggero spavento. Perché alle 5 del mattino di oggi, 25 luglio, sono caduta in stato di grazia. […] Non ero affatto in meditazione, non c’era in me alcuna religiosità. Avevo finito di bere caffè e stavo semplicemente vivendo lì seduta con una sigaretta che si consumava nel posacenere». (Davide Piacenza)

 

Amy Liptrot – Nelle isole estreme (Guanda) trad. Stefania De Franco

shadow_image_102723Ogni uomo è un’isola. Nessun uomo è un’isola. Non ricordo mai qual è la versione originale della frase, ogni volta devo aprire Google per sincerarmene. Lo faccio anche adesso, il primo risultato della ricerca è effettivamente quella poesia di John Donne, “No Man Is an Island”. Ma mi trovo in disaccordo. Anche all’università, al corso di Letteratura Inglese Uno, sono stato spesso in disaccordo con John Donne. Nelle isole estreme di Amy Liptrot parla di questo, in fondo: di essere un’isola, e insieme di essere nati su un’isola. Nelle Orcadi ventose, per la precisione, che sono parte, politicamente parlando, della Scozia, ma con un’identità indipendente e precisa. Ogni isola è un’isola, d’altronde. Nelle isole estreme è un memoir fondato su due momenti, come spesso capita con i memoir: uno di sottomissione e uno di redenzione. Amy Liptrot nasce nelle isole estreme ma si trasferisce, ragazza quasi adulta, a Londra, dove incontra marosi più potenti di quelli a cui è abituata, e in cui non sa nuotare: le descrizioni delle settimane passate trascorse tra alcol e droga, e dei vortici di depressione conseguenti, sono così definite che più volte ho pensato di abbandonare il libro prima della metà, destabilizzato da un frammento di specchio in cui riconoscevo la vergogna e la paura di strade che ricordavo. Arriva, tuttavia, il ritorno alle Orcadi, la vita solitaria, la riabilitazione a contatto con la natura. La redenzione è un percorso lento e cauto, e Amy Liptrot è straordinaria a trasformare pagina dopo pagina il disgusto in un’estasi di tranquillità, fatta di natura, cieli stellati, passeggiate all’alba. Nelle isole estreme è l’ennesimo esempio di come quello che chiamiamo nature writing sia un contenitore di storie fortunato e ricchissimo: tra flora e fauna è uno dei migliori posti per la natura umana. (Davide Coppo)

 

Kate Summerscale – Il ragazzo cattivo (Einaudi) trad. Ada Arduini

shadow_image_101808Sono drogato di true crime. Ho passato anni a seguire Chi l’ha visto? E adesso su Netflix faccio fatica a iniziare le serie sulla bocca di tutti, più facile che finisca per cliccare su una puntata di una cosa rozza come Real Detective. Neanche lo so bene perché. Me lo chiedo, ma non lo so. Di libri in Italia non ce ne sono tanti, nonostante la passione molto italiana per la cronaca nera, non abbiamo una grande tradizione. Abbiamo gialli e noir e molti commissari ma non è la stessa cosa. Non si capisce per esempio perché nessuno abbia mai pensato di tradurre un classico contemporaneo del genere come Homicide di David Simon (il creatore di The Wire e Show Me a Hero); un true crime che è un vero e proprio resoconto, qualcosa che per stile (la presa diretta) e punto di vista potrebbe essere definito un reportage. Poi esiste un’altra tipologia di true crime, con una grande tradizione in Inghilterra, che pratica invece la via della ricostruzione storica. Un libro di qualche anno fa che ho molto amato e consigliato tantissimo è Mezzanotte a Pechino di Paul French, storia dell’omicidio irrisolto di una giovane inglese nella Pechino degli anni Trenta, pubblicato da Einaudi. Sempre Einaudi ha portato di recente in libreria Il ragazzo cattivo di Kate Summerscale, che con il primo rivela molte affinità: enorme lavoro di ricerca sulle fonti documentali che si trasforma però in una ricostruzione di grande potenza narrativa; punto di vista onnisciente sostenuto da uno stile limpido e controllatissimo; in entrambi casi un curatissimo apparato iconografico. “Il ragazzo cattivo” è Robert Coombes, un tredicenne che nella Londra del 1895 uccide la madre a coltellate e insieme al fratello minore trascorre dieci giorni di libertà e abbandono. È una storia sulle malattie della psiche, ma anche sulla riabilitazione e la redenzione. Ci fa capire come ancora oggi, esattamente come alla fine dell’Ottocento, siamo portati ad attribuire alle influenze culturali – i videogiochi, i film violenti, le canne oggi così come i romanzetti pulp di fine Ottocento – lo scarico delle responsabilità educative. Ma soprattutto, come sempre succede in questo genere di storie – ed è così che parzialmente mi rispondo alla domanda sul perché mi piacciano tanto i true crime – lo scenario, il contesto finisce per diventare sempre l’oggetto di maggiore seduzione. Nel libro di French era un’ambigua e decadente Pechino semi-occupata e sull’orlo della guerra, nel libro di Summerscale la Londra pre-moderna di fine Ottocento, quella sui cui «moli galleggiava una bruma fatta di polvere di carbone e fumo». Quella in cui «l’odore acido, come di orina, che proveniva dalla fabbrica di fiammiferi Bryant & May si mescolava a quello di caramello muffoso delle raffinerie di zucchero Tate e Lyle; alla puzza delle carcasse di vacca putrefatte dal saponificio John Knight; al profumo di arance e fragole cotte della fabbrica di marmellate e gelatine James Keiller; all’odore di frattaglie e ossa bollite della fabbrica di fertilizzanti chimici Odam; a quello di escrementi d’uccello della Guano Works e ai vapori acri e pungenti delle fabbriche da cui uscivano gomma, soda caustica, acido solforico, fili telegrafici, tinture, creosoto, disinfettanti, cavi, esplosivi, veleni e vernici». (Cristiano de Majo)

 

Alberto Ventura – L’esoterismo islamico (Adelphi)

shadow_image_108744Si racconta che, a chi gli domandava dove fosse Allah prima della creazione, il profeta Maometto rispondesse: «In una nube oscura, sopra la quale non vi è aria, sotto la quale non vi è aria». Nella tradizione musulmana, infatti, la trascendenza di Dio si esprime in molte negazioni: il non-visibile, il non-duale, il non-afferrabile dalla flebile mente umana. Capita però che, se sommate, le negazioni si tramutino in un’affermazione. Come notava René Guénon, l’impalpabile mistico francese convertito all’Islam che sfortunatamente ispirò tradizionalisti ben più beceri di lui: «La negazione di un limite è propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un’affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale in realtà all’affermazione totale e assoluta». In questi anni capita spesso di leggere testi che parlano di Islam, più o meno con cognizione di causa, in termini politici o tutt’al più culturali. È venuto a cadere, o così parrebbe, l’interesse per l’aspetto mistico di questa religione, che pure un tempo ha molto affascinato gli intellettuali europei. Nel suo breve saggio L’esoterismo islamico, uscito a inizio mese per Adelphi, l’orientalista romano Alberto Ventura esplora invece il pensiero sufi con il piglio del logico, dello storico, del filosofo e del matematico. E lo fa con un approccio comparatistico, ricco di riferimenti a taoismo, cristianesimo e altre scuole di pensiero. Così una celebre citazione attribuita ad Abu Bakr, il primo dei califfi ben guidati seguiti alla morte del profeta, richiama l’esortazione socratica: «L’incapacità di cogliere la conoscenza, quella è conoscenza». (Anna Momigliano)

 

In lettura

Estratti da libri che stiamo leggendo.

Edna O’Brien – Tante piccole sedie rosse (Einaudi Stile Libero) trad. Giovanna Granato

shadow_image_109465Dara, un giovanotto con una cresta di capelli impomatata di gel, s’illumina sentendo qualcuno smuovere esitando la maniglia della porta e pensa: «Un cliente, era ora». Quelle cacchio di leggi sulla guida in stato d’ebbrezza sono una iattura per gli affari, scapoli e ammogliati che abitano su in campagna si scolerebbero volentieri un paio di pinte, ma ci vanno cauti perché i vigili gli contano i sorsi, privando la vita delle gioie più elementari.
– Buonasera, – dice quando apre la porta e si affaccia fuori commentando il tempo da lupi, poi i due, simulando un abbozzo di cameratismo, restano sulla soglia a riempirsi i polmoni da veri uomini.
Dara sentì il bisogno di genuflettersi quando guardò meglio la figura, una specie di santone con la barba e i capelli bianchi e un lungo cappotto nero. Aveva guanti bianchi, che si sfilò lentamente, un dito per volta, guardandosi attorno a disagio, come se si sentisse osservato. Dara lo invitò ad accomodarsi sulla poltrona buona di cuoio vicino al fuoco, e lanciò un a pila di bricchette e una punta di zucchero per attizzare le fiamme. Era il minimo che potesse fare per uno straniero.

 

Vintage

Estratti da libri che stiamo rileggendo.

Predrag Matvejevic – Breviario mediterraneo (Garzanti) trad. Silvio Ferrari

shadow_image_108382Le immagini del mare e tutto ciò che si trova lungo la sua distesa, i suoi stati, i riflessi del cielo, del sole e delle nuvole su di esso, i colori che assume il fondo degli abissi e i luoghi dove invece l’acqua è bassa, la pietra, la sabbia e le alghe sul fondo, i punti scuri e trasparenti lungo la costa o lontano da essa, i passaggi intermedi, il mare del mattino e quello della sera, quello diurno e quello notturno, quotidiano ed eterno (si potrebbero aggiungere molti aggettivi che di solito vengono adoperati – ahimé – per simili descrizioni), ognuno ha la sensazione di aver qualcosa da dire del mare e del suo aspetto e che si tratti di una cosa effettivamente importante. Così almeno stanno le cose sul Mediterraneo. Si ripete spesso che i venti, le onde, le correnti (di cui non ho parlato abbastanza, ma che sono sottintese), i loro rapporti permanenti e passeggeri influiscono sul comportamento dei singoli e delle comunità. Molti fenomeni tuttavia non possono spiegarsi in questo modo. Ci domandiamo per esempio perché nei paesi del Mediterraneo che vantano la nascita della più antica democrazia, si sia tanto apertamente manifestata l’esigenza (o almeno il fantasma di questa necessità) di governi autoritari. L’ipotesi che i naviganti abbiano trasferito dal Mediterraneo la dialettica della dissolutezza e della costrizione, dell’anarchia e della tirannide nell’America Latina, dove essa sembra essersi introdotta nelle dimensioni e con i caratteri tipici di questo continente, nessuno è riuscito a dimostrare.

 Immagini Getty Images
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