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I libri del mese

Cosa abbiamo letto a ottobre e cosa stiamo leggendo in redazione.

Lauren Groff – Fato e furia (Bompiani) trad. T. Pincio

Stabilmente in ogni lista di “libri che leggeremo nel 2016″ del lontano 2015, «il romanzo più discusso dell’anno» per il Guardian, apprezzato e consigliato da Barack Obama su PeopleFato e furia è il titolo di rilievo della narrativa straniera di Bompiani di quest’anno. Racconta la storia di Lotto e Mathilde Satterwhite, coppia newyorkese unita da ventiquattro anni di convivenza, un’unione indubbiamente felice se vista dall’esterno e inopinatamente dolente quando viene raccontata dai suoi protagonisti. shadow_image_102882Nella prima parte del libro a parlare è il solare Lotto, ex rampollo ed ex bambino prodigio, che snocciola la sua carriera e le tappe principali della sua storia d’amore; ma i toni rasentano il gotico nella seconda parte, quando la prospettiva diventa quella della signora Satterwhite, che come la Amy Dunne di Gone Girl ha saputo ottenere ciò che voleva dalle nozze manipolando il marito secondo necessità. Lauren Groff ha dichiarato che in origine aveva pensato di pubblicare due libri distinti: che avevano ancora da dirsi il signor e la signora Satterwhite, dopotutto? Ciò che a Fato e furia riesce particolarmente bene è portare in superficie l’assurdo rituale della quotidianità, dell’evoluzione di un amore, di tutti quei segreti inconfessabili e forse necessari, l’ingenuità fisiologicamente affrettata dei sogni di giovinezza e i lacci della società. In una parola, il matrimonio. (Davide Piacenza)

 

T.H. White – L’astore (Adelphi) trad. G. Ferrara degli Uberti

shadow_image_103709Camminavo per il Museo di storia naturale di Firenze, vagamente infastidito per le urla dei bambini che picchiavano con le mani le teche centenarie, urlando i versi degli animali tassidermizzati al di là dei vetri. Mostravano entusiasmo soprattutto verso i grandi felini, i pesci, la salamandra gigante giapponese. Ci fu ancora un po’ di confusione nella sala degli uccelli, poi sparirono oltre. Ai bambini non piacciono gli uccelli. I bambini sbagliano quasi sempre. Gli uccelli vengono tassidermizzati molto meglio degli altri animali, innanzitutto. Soprattutto, però, gli uccelli sono tra le creature vertebrate più distanti dagli esseri umani, più aliene nella loro natura rispetto alla nostra. Mi sono trovato, in una teca posta in un angolo, di fronte a un astore. Avevo letto da pochi mesi Io e Mabel (Einaudi), il bellissimo racconto di espiazione attraverso l’addestramento di uno di questi uccelli da caccia. Nei giorni successivi avevo perso un sacco di tempo su Youtube guardando video di caccia con gli astori in Gran Bretagna, eppure le parole, molto più delle immagini, riuscivano a comunicare l’intensità di questo tentativo di entrare in contatto emotivo con un uccello, uno dei più grandi, rapidi, crudeli rapaci in natura. Ora è uscito L’astore di T.H. White, un libro centrale proprio in Io e Mabel, recuperato e ripubblicato da Adelphi: un diario di sei settimane di addestramento fallito, un libro quasi di orrore, in cui lo scrittore-addestratore lotta, sbaglia, fallisce, si tormenta, e alla fine rimane chiuso fuori dal mondo di sangue del rapace. L’astore nella teca era grande ed elegante, con le cosce muscolose, gli artigli spaventosamente forti, gli stessi occhi gialli e agghiaccianti descritti da White. Sarei rimasto in quella sala tutta la giornata. (Davide Coppo)

 

Brian Turner – La mia vita è un paese straniero (NN Editore) trad. G. Calza

shadow_image_103045La guerra, da Tolstoj a Vollmann, passando per Hemingway e Michael Herr, è uno dei più classici tra gli apprendistati letterari. Abbiamo esperienza, documentata da eccellenti opere, di scrittori, spesso all’inizio della loro carriera, che cercano nella guerra una fonte di ispirazione per raccontare la vita. Da qualche anno, invece, escono libri che partono da un presupposto rovesciato: sono libri di militari che decidono di diventare scrittori dopo l’esperienza della guerra, cioè di persone che non vanno in guerra con l’intenzione di scriverne, ma a cui il combattimento attribuisce una forma di investitura. Così è stato per un libro di cui si è molto parlato l’anno scorso, Fine missione di Phil Klay, e così è per La mia vita è un paese straniero di Brian Turner, appena uscito per NN. Turner, più che un romanziere, dopo la guerra (in Bosnia, in Iraq) è diventato un poeta, mentre questo libro ha piuttosto una forma ibrida che sta tra memoir e diario. Ricorda i lyric essay di Anne Carson per la forma spezzettata e solo vagamente narrativa, fatta di flash, ragionamenti, descrizioni composte con uno stile limpidissimo, che incorpora precisione ed evocazione. Ma al di là della bellezza pura delle frasi e delle immagini, la cosa più forte di questo libro sorprendente e da leggere è la sua capacità di farci sentire come possibili le motivazioni di un ragazzo che sceglie di arruolarsi e di farle sembrare affascinanti anche. Una scena che non si toglie dalla testa: lo scrittore da giovane, a quattordici anni, che costruisce con suo padre una bomba al napalm in un bosco della California. (Cristiano de Majo)

 

Claudia Durastanti – Cleopatra va in prigione (minimum fax)

shadow_image_106119Se esistesse un termine che indica contemporaneamente la totale assenza e la totale presenza di uno stato d’animo, di un sentimento, di un’intenzione o di un’idea, lo utilizzerei senza dover aggiungere molto altro per descrivere il principale valore di Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti. Ho letto questo libro aspettandomi di trovare in ogni pagina la soluzione, mentre ricevevo in cambio solo indizi contraddittori: cosa stavo leggendo? Di una protagonista spietata o di una vittima? Di personaggi rassegnati e in balia degli eventi o la descrizione dell’evolversi denso di una vita di cui si può essere perfettamente padroni? La stessa città dove è ambientata la storia di Cleopatra, la detenzione del suo ragazzo e la relazione con il poliziotto che lo ha arrestato, è una Roma che non si prende in nessun momento più spazio del dovuto – personalmente vivo ormai nel terrore di finire nel triangolo della morte Sorrentino-Calligari-Mainetti ogni volta che si parla di Roma – ma che al tempo stesso è una metropoli presente, senza che per questo l’autrice debba ricorrere ai cliché più o meno recenti. Anzi, l’autrice non ricorre proprio a un bel niente per sorprendere, non esagera mai, non vuole insegnare nulla al lettore, tanto meno rassicurarlo, non lascia in nessun modo che i suoi personaggi suscitino pietà o disprezzo anche nei loro aspetti più intimi o nei sogni infranti. Eppure, reggendosi su un equilibrio che solo all’ultima pagina diventa davvero chiaro, non risulta una narrazione cinica e fredda. Lo dimostrano i pochi capitoli in cui si passa in prima persona, che emozionano al punto che mi è sembrato di ritrovarmi all’improvviso di fronte al corpo in carne ed ossa di qualcuno che mi ero rassegnato a non incontrare mai più, o peggio, di non riuscire a guardare con gli stessi occhi. Cleopatra va in prigione è un libro da leggere intensamente nelle sue centotrenta pagine, ricche di picchi di evidente talento, ma che mostrano soprattutto nella loro compattezza inattaccabile la cura e la maturità di chi le ha scritte senza lasciare nulla al caso. (Edoardo Vitale)

 

Aa. Vv. – La cultura in trasformazione (minimum fax) 

shadow_image_106807Ho seguito il dibattito sul cialtronismo nel giornalismo italiano con finto disinteresse. Avevo deciso di non farmi prendere dal tema, un po’ perché non volevo entrare nella schiera di quelli “col ditino alzato,” specie in un un contesto dove quelli-col-ditino-alzato a volte sono essi stessi tacciabili di cialtronismo; e un po’ perché m’illudevo di fare parte della soluzione e non del problema. Vengo da una scuola americana dove la regola è keep it sweet and simple, e non avendo mai acquisito un altro modello, quando ho iniziato a scrivere in italiano l’ho semplicemente traslato in un’altra lingua. Mi dicevo: chi si dilunga in perifrasi e digressioni, oppure lanciando indizi nel non-detto, deve avere le idee confuse, poi per forza la gente non legge i giornali; l’unica è rimboccarci le maniche e scrivere tutti come se scrivessimo in inglese. La soluzione c’è, è sweet and simple, allora perché cincischiamo? Devo ammettere che un saggio di Vincenzo Latronico, pubblicato nella raccolta La cultura in trasformazione, appena uscita per minimum fax e curata dall’associazione culturale cheFare, m’ha costretto a rivedere la mia posizione. L’antologia include altri saggi interessanti (m’ha colpito la teoria sugli “ignoranti istruiti” di Gianfranco Marrone), che però m’hanno dato l’impressione di avere due pecche diffuse quando si tratta questi temi, cioè il dire quel che vogliamo sentirci dire e il trasudare un senso di superiorità umanista che, sinceramente, non capisco da dove arrivi. Al contrario, in poche pagine Latronico è riuscito a incrinare la mia convinzione granitica nella superiorità della prosa all’anglosassone. Non starò qui a ripetere le sue argomentazioni: non ne sarei capace e manca lo spazio. Il saggio si conclude con una citazione di un critico giapponese: «Adesso so come ci si sente ad aver perso una guerra». Ora invece io so come ci si sente a essere un collaborazionista. (Anna Momigliano)

 

In lettura

Estratti da libri che stiamo leggendo

Martin Amis – Futuro Anteriore (Einaudi)

amis-einaudiLucy Littlejohn viveva in un appartamento all’ultimo piano a Knightsbridge con altre tre ragazze. Era un ménage in nulla atipico e faremmo bene a osservarlo da vicino. Di norma si alzano tra l’una e le due del pomeriggio per lunghe abluzioni a base di Badedas nel lussuoso bagno o una ruvida doccia nel gabinetto al piano di sotto. Dopodiché, con la tv a colori che lampeggia e rumoreggia sullo sfondo, si stravaccano nel salotto in camicia da notte e vestaglia, angelicamente splendenti nell’attico con banco di nuvole, sorseggiando caffè da ciotole in stile francese e parlando delle loro rispettive serate. Alle quattro escono a fare shopping in Sloane Street e Beauchamp Place, tornando alle sei per qualche bicchiere di Tio Pepe e altre chiacchiere prima di volare sopra a cambiarsi. Fra una telefonata e l’altra fanno dentro e fuori dalle rispettive stanze per prendere in prestito un profumo, scambiarsi un paio di collant, implorare un parere. Le loro voci scivolano fuori dalle camere da letto allegramente illuminate per congiungersi sull’oscuro pianerottolo; la conversazione potrebbe indurre a credere che queste ragazze siano critiche gastronomiche, esperte di vita notturna, rubriciste di rotocalchi, agenti in incognito; non è così. Alle nove cominciano ad arrivare i taxi e le limousine. 

Vintage

Estratti da libri che stiamo rileggendo

Domenico Starnone – Via Gemito (Feltrinelli)

shadow_image_110261Ritornai per corso Garibaldi in via Casanova. Non ricordavo un solo racconto lieto di mio padre che avesse per protagonista il suo. Da ragazzino mi chiedevo se ai padri per loro natura fosse preclusa la possibilità di stare coi figli nelle ore felici. Forse – mi dicevo – i momenti di gioia sono prerogativa delle madri, spesso dei nonni, qualche volta di uno zio, ma dei padri no. Don Mimì certe volte aveva il ruolo di intervenire con le morte, per negare al figlio ciò che gli dava più gioia. Avevo mal di testa per il caldo, adesso, la stanchezza aveva cacciato via il buonumore. Sfioravo passanti distrattamente, lambivo brani di conversazione: troppo calore, ci sarà un terremoto; uno scippo in piazza Carlo III; forse domani piove; hanno quasi ammazzato due autisti dell’Atan; ‘a puzza che si sente a Porta Capuana. Poiché camminavo col naso per aria, a un certo punto andai a sbattere contro un tale che, al contatto, fece un salto di lato esclamando: «Mannaggiamarònn!». Mi scusai più volte, l’uomo fece un cenno per dire va bene, mi raccomandò in dialetto: «Però guardate dove andate».

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