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I giorni del Dragone

Romanzi, saggi e narrative non-fiction: i libri e gli e-book per capire dove sta andando la Cina. Tra crescita economica, intrighi politici, e una nuova rivoluzione culturale.

«In groppa a una tigre non puoi stare e non puoi scendere», recita un proverbio popolare cinese. È citato ne L’importanza di capire, classica antologia della letteratura e della filosofia cinese curata da Lin Yutang (Tea).
La tigre, in questo caso, è la politica cinese. Anzi, il tentativo di comprenderla. Chi è riuscito a restare in groppa alla tigre è Antonio Talia, corrispondente in Cina per Agichina24, autore dell’e-book I giorni del Dragone (InformAnt). Il libro, come la sua introduzione – curata da Aldo Giannuli, docente presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Milano – e ancor più questo tentativo di recensione, dimostrano soprattutto quanto sia difficile scendere dalla tigre. Ogni storia, ogni analisi ne richiama un’altra: è come se, una volta in groppa, si fosse catapultati in un mondo in cui le leggi della logica lineare occidentale sono infrante, un mondo regolato dall’organico caos de I Ching (eccellente l’edizione Adelphi), il primo dei testi classici cinesi, manuale di divinazione e strumento di filosofia quantistica. È in questa prospettiva, paradossalmente, che conduce la sua analisi il profeta della Realpolitick occidentale, Henry Kissinger, nel suo recente saggio Cina (Mondadori), analisi solida e approfondita dell’universo politico cinese.

La Tigre, a questo punto, ci ha condotto lontano dal Dragone. Solo in apparenza: perché questi due esseri-simbolo sono destinati a incontrarsi per unire il segno della forza a quello del cambiamento. Come accade nell’instant e-book di Talia. Il libro, infatti, è la cronaca di quest’ultimo anno, l’anno del Dragone nella cosmologia cinese.

Suggellato dal diciottesimo Congresso del Partito Comunista, che ha incoronato i nuovi oligarchi dopo una stagione d’intrighi e veleni, scontri di potere, depistaggi, gravi tensioni Pechino-Washington, ed enigmatiche rivelazioni. È una storia, quella raccontata ne I giorni del Dragone, che ricorda le trame dei thriller geopolitici occidentali o dei wuxiapan, il genere di epica fantasy cinese. In questo caso, poi, la realtà supera la fantasia: «Il poliziotto più famoso di tutta la Cina viene braccato dai suoi ex colleghi e si rifugia in un consolato americano.
Un alto funzionario del governo cinese sta per scalare i vertici del Partito comunista, ma un enorme scandalo stronca la sua controversa carriera politica.
Un uomo d’affari britannico muore in circostanze misteriose. La moglie del leader politico è sotto accusa per omicidio.
 Intanto un celebre attivista politico sfugge agli arresti domiciliari e dall’Ambasciata Usa di Pechino lancia la sua sfida al governo dei mandarini…». Tutto questo, racconta Talia, è accaduto davvero e gli offre spunto per un ottimo esempio di “narrative non-fiction”. Tutto questo, soprattutto, aiuta a comprendere i meccanismi del potere in quella che nel 2030 dovrebbe diventare la prima potenza economica mondiale.

La previsione del National Intelligence Council (NIC), un think-tank che elabora le analisi di diversi istituti d’intelligence per fornire al governo statunitense elementi su cui fondare strategie a lungo termine, fa parte del rapporto “Global Trends 2030”, secondo cui entro due decenni si assisterà a un ineluttabile spostamento di potere dall’Occidente all’Asia. La stessa tesi è sostenuta da Bertil Lintner, un giornalista svedese basato in Thailandia considerato uno dei maggiori esperti in “affari sporchi”. Lintner, maestro della “narrative non fiction”, questa volta ha focalizzato la sua attenzione sull’espansione cinese nell’area pacifica. In “World.Wide.Web: Chinese Migration in the 21st Century – And How it will Change the World” (Orchid Press) descrive la sinizzazione dell’Asia e poi del pianeta come una “juggernaut”, una forza inarrestabile, epocale. Che si diffonde con un mix di migrazioni, incentivi economici, diplomazia, per mezzo delle triadi o del gioco d’azzardo.
In un modo o nell’altro sembra materializzarsi il “China Dream”, il sogno cinese, espressione sempre più ricorrente nella pubblicistica della Repubblica Popolare e canonizzata dal suo nuovo leader Xi Jinping. «Credo che la rinascita della Cina sia il più grande sogno del nostro paese nell’era contemporanea», ha dichiarato. Xi Jinping e il suo sogno ci riportano ai giorni del Dragone: il libro di Talia, infatti, si apre e si chiude con la salita al soglio del neo segretario generale del Partito nonché comandante supremo del Pla, il People Liberation Army, le forze armate. E nel suo racconto questo passaggio mette in luce le lotte per il potere, soprattutto economico, e le divergenze sul futuro del paese. Quello che per molti è sogno, per molti altri è un incubo.


L’ambivalenza del futuro è il tema di un altro saggio: The End of the Chinese Dream: Why Chinese People Fear the Future di Gerard Lemos
(Yale University Press). E anche qui, nel susseguirsi di coincidenze in cui ci trascina la tigre nei suoi balzi, si ritrovano luoghi e personaggi descritti da Talia: Chongqing, la più grande città del mondo, feudo di Bo Xilai e sua moglie Gu Kailai, travolti da scandali e intrighi di cui sono al tempo stesso artefici e vittime. In questo caso, poi, la “coppia diabolica” serve soprattutto da esempio della fine del sogno cinese, infranto da un’opinione pubblica che riesce a sfuggire alle maglie del controllo grazie ai social media (anch’essi protagonisti del libro di Talia): “Changing weather in Chongqing”, il clima mutevole di Chongquing, è un’espressione ormai diffusa, una metafora.

In questo nuovo clima, forse non è una coincidenza la pubblicazione anche in inglese di un libro che mette in discussione l’azione stessa di Mao (cui si richiamava la politica di Bo Xilai). S’intitola Tombstone: The Untold Story of Mao’s Great Famine (Allen Lane) e ne è autore Yang Jisheng, ex giornalista dell’agenzia di stato Xinhua. Definito «uno dei più importanti testi di storia apparsi in questo secolo», racconta le vicende che, tra il 1958 e il 1961, provocarono la morte di 36 milioni di cinesi, uccisi dalle carestie provocate dagli errori del sistema.

Ma per calarsi nello scenario in cui si muovono la tigre e il dragone e scivolerà il serpente (animale simbolo di saggezza che segnerà il 2013), bisogna spostarsi nelle dimensione più letteraria. Come quella rappresentata da Mo Yan, premiato con il Nobel nel 2012. Accusato di servilismo nei confronti del potere di cui sarebbe il “cantore”, Mo Yan appare tale agli occhi della critica occidentale, più che esserlo davvero. È un “cantore”, sì, ma di una tradizione culturale che, ancora una volta, non corrisponde alle classiche categorie dell’etica cristiana o dei cosiddetti “valori universali”. Per comprenderlo e capire la Cina basta leggere “Sorgo rosso” o, meglio, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi).

Se poi si vuole avere un’immagine più attuale e polemica basta rivolgersi a un altro autore: Han Han, archetipo dell’intellettuale cinese del nuovo millennio (che per i cinesi non è il terzo, bensì il quinto, contando la storia dal 2200 a.C., epoca della prima dinastia imperiale). Trent’anni, ha al suo attivo quattro romanzi, raccolte di articoli e saggi, gare in automobile, talk show, fan club, manifesti giganti in metropolitana, canzoni incise e copertine patinate e soprattutto un blog che, con i suoi oltre cinquecento milioni di accessi può tranquillamente essere annoverato tra i più letti al mondo. Il suo ultimo romanzo “Verso Nord. Unonoveottootto” (Metropoli d’Asia) è un on the road nel Regno di Mezzo con personaggi che ricordano più i Blues Brothers che quelli di Kerouac.
La grande rivoluzione culturale, ora, è sintetizzata in un’affermazione di Han Han prima di raggiungere il successo: «Camperò vendendo libri e mi comprerò una macchina da corsa».

 

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