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Hitchcock dopo Hitchcock

Libri e film sulla vita e il "lato oscuro" del regista. Tra antichi vizi del cinema moderno e tentativi poco riusciti, cosa resta dell'autore de Gli Uccelli.

Ti piace Hitchcock?
Non tutti voi forse avete avuto la fortuna di dover rispondere a questa domanda. Parliamo in realtà del titolo di un film per la TV di Dario Argento con Elio Germano come protagonista. Si tratta in teoria dell’episodio pilota di una serie di sette film a metà strada tra il giallo e il thriller per la Rai che però poi non fu mai realizzata. Il film fu girato nel 2005 e dall’anno successivo cominciò a circolare in Dvd. Nel 2007 lo proiettò la Rai e poi se ne persero le tracce ma, come potete immaginare se avete visto i prodotti del nostro buon Dario dal 1985 ad oggi, non è di certo un dramma. Lo dico da fan sfegatato di Dario Argento, da spettatore che ancora oggi ogni volta che esce un suo film in sala è tra i primi ad accorrere al cinema: Ti Piace Hitchcock? è piuttosto bruttino. Soprattutto se pensiamo che l’occasione era più che ghiotta. Quando Argento sconvolse con i suoi primi film il cinema italiano, i paragoni con il regista di Intrigo Internazionale erano all’ordine del giorno; erano quasi sempre fuori luogo e immotivati, ma erano molto frequenti. Questo piccolo film dunque era l’occasione per mettere le cose in chiaro, per farsi gioco di una serie di pregiudizi che l’hanno inseguito per una vita e per sollazzarsi magari con una serie di citazioni o rimandi. E invece cosa ci rimane del posticcio binomio Hitchcock–Argento? La pubblicità dei Quattro Salti in Padella girata da quest’ultimo, con sua figlia Fiore come protagonista, che citava La Finestra su Cortile. Scusate, mi ritiro un attimo nelle mie stanze a piangere e a pensare a com’era bella un tempo la vita. Ti Piace Hitchcock? cita più che dichiaratamente Delitto per Delitto (nel senso che lo si enuncia proprio nella trama del film), ma non va più in là di così. Veramente un peccato. Però ci torna utile citare questo film per fare il punto della situazione sulla figura di Alfred Hitchcock. Un tempo, neanche troppo lontano, lo si citava con una certa ammirazione; lo si elevava a modello tecnico e lo si considerava come il massimo esponente di un certo cinema ormai inesistente. Oggi invece lo sport nazionale sembra essere quello di scoprirne le debolezze e il lato oscuro.

Il procedimento che s’è innescato oggi con Hitchcock è molto simile. Film che raccontano la sua vita, le sue opere, ma che al tempo stesso ne sottolineano gli aspetti personali più morbosi e inaspettati.

Parlo intenzionalmente di dark side, per citare il bel libro di Donald Spoto Il Lato Oscuro del Genio: La Vita di Alfred Hitchcock, edito nel 2006 per i tipi di Lindau (e, a dire il vero, oggi non facilissimamente reperibile). Spoto, teologo e biografo di personaggi del calibro di Tennessee Williams, Grace Kelly, Laurence Olivier e molti altri, ha dato il via a una visione inedita di Hitch. Non più quel simpatico e bizzarro inglese dal corpo paffuto che ci terrorizzava con i suoi splendidi film, ma un uomo inquietante e ossessivo che riversava nei suoi film tutte le sue perversioni. E il cinema moderno non ha perso tempo. Se vi ricordate qualche tempo fa ci fu la passeggera moda dei biopic musicali: Ray, Quando l’Amore Brucia l’Anima, Dreamgirls. Tutti film che raccontavano il lato maledetto dell’artista. Per tutti noi che eravamo abituati a pensare a Ray Charles solo come un “simpatico compositore”, ci veniva fornito il ritratto di un uomo segnato da orribili vizi. Il procedimento che s’è innescato oggi con Hitchcock è molto simile. Film che raccontano la sua vita, le sue opere (meglio: la genesi delle sue opere), ma che al tempo stesso ne sottolineano gli aspetti personali più morbosi e inaspettati. Il primo a provarci è stato il regista del bel documentario Anvil! The Story of Anvil Sasha Gervasi, tratto dallo scritto del 1990 di Stephen Rebello Come Hitchcock Ha Realizzato Psycho. Il libro di Rebello è un approfondito saggio che, grazie a interviste a tutto il cast (ancora in vita all’epoca, ca va sans dire) e a un maniacale lavoro di ricerca fatto da parte dell’autore, ricostruisce ogni aspetto tecnico della lavorazione di uno dei titoli più famosi della filmografia di Hitchcock. Il film di Gervasi però prende solamente spunto dal libro di Rebello per mettere insieme un film che tratta sì del making of di Psycho, ma che soprattutto parla del rapporto tra Alfred Hitchcock (interpretato da Anthony Hopkins. Wow! Le stesse iniziali!) e sua moglie Alma Reville (Helen Mirren). Viene messo in chiaro che la povera Alma, sceneggiatrice, montatrice e assistente regista, ha dovuto affrontare una vita lavorativa frustrante, passata costantemente all’ombra del marito. Si mostra come la donna, non solo abbia dovuto lavorare in “profondità di campo”, ma come anche la sua vita sentimentale sia stata messa in secondo piano. Gervasi e lo sceneggiatore John J. McLaughlin fanno intuire la passione di Hitch per le belle donne, per le regali bionde protagoniste dei suoi film (qui c’è Scarlett Johansson nella parte di Janet Leigh e Jessica Biel in quella di Vera Miles) e mostrano come la povera Alma, sia dovuta scenderne a compromessi. Addirittura si passa quasi metà del film a parlare di una probabile love story tra Alma e lo sceneggiatore Whitfield Cook (Danny Huston), di cui non frega assolutamente nulla a nessuno. Insomma, Hitchcock racconta la storia di un uomo geniale, colto da una Visione, ma egoista, eccentrico e ossessivo. Racconta di questo e della donna che ha dovuto sempre far da spalla al suo uomo, nel bene e nel male. Interessante? Sì, anche se mi avevate raccontato che si parlava della realizzazione di Psycho. Ah, già: c’è anche quella, ma è relegata a piccoli spazi messi in testa e in coda al film. Rimane però in mente (e nel cuore) una sequenza del film di Gervasi: quella in cui alla prima mondiale del suo film Alfred Hitchcock, rimane fuori dalla sala e, basandosi sulle urla del suo pubblico, riesce a dirigere a memoria l’intera sequenza della doccia come un direttore d’orchestra. Tutto il resto, come direbbe il Califfo, è noia. Sfortunatamente.

Hitchcock è evidentemente attratto dalla ragazza e, una volta che questa rifiuta le sue avances, fa di tutto per rovinarle la vita. La sottopone a una pressione psicologica e anche fisica assolutamente inaudita.

Ci va molto più pesante il film per la televisione inglese The Girl, diretto da Julian Jarrold e curiosamente uscito a ridosso di Hitchcock. Qui la sceneggiatrice Gwyneth Hughes prende come spunto proprio un testo del già citato Donald Spoto, Spellbound by Beauty: Alfred Hitchcok And His Leading Ladies del 2009. Il gioco di parole del titolo è piuttosto complicato, ma merita un piccolo approfondimento. Letterariamente Spellbound by Beauty si traduce con “Stregato dalla Bella” o “Ammaliato dalla Bellezza”, ma Spellbound è anche il titolo originale di Io Ti Salverò, film diretto Hitch del 1945 con Ingrid Bergman e Gregory Peck. Spoto dunque, citando un vecchio film del regista, parla dell’insana passione che Hitchcock provava spesso nei confronti delle attrici scelte per recitare nei suoi film e nello specifico del difficile rapporto che ebbe con la bellissima Tippi Hedren (la madre di Melanie Griffith). Curiosamente il film di Jarrold inizia proprio dove finisce quello di Gervasi: Psycho è uscito nelle sale, è diventato il successo che tutti noi conosciamo e il regista si appresta a lavorare al suo nuovo film: Gli Uccelli. Per la parte della protagonista Melanie Daniels, Hitch (qui interpretato da Toby Jones) e la moglie Alma (la bravissima Imelda Staunton) scelgono la allora sconosciuta modella di origini svedesi Tippi Hedren, portata sul piccolo schermo da Sienna Miller. Inizialmente la ragazza è affascinata dal suo mentore, dalla bellezza e dalla ricchezza del mondo del cinema, ma l’incanto dura poco. Hitchcock è evidentemente attratto dalla ragazza e, una volta che questa rifiuta le sue avances (che fondamentalmente equivalgono a un tentato stupro in macchina dopo il primo giorno di riprese), fa di tutto per rovinarle la vita. La sottopone a una pressione psicologica e anche fisica assolutamente inaudita: sul set del film la umilia mettendo a repentaglio la sua saluta fisica (la famosa scena dell’attacco degli uccelli in solaio, girata per cinque giorni di seguito con uccelli veri) e, distanti dal lavoro la ossessiona con telefonate nel cuore della notte, pedinamenti e pesanti approcci fisici.

Il suo scopo non è quello di farci vedere all’opera un genio del cinema, ma al contrario è quello di distruggerlo dal punto di vista umano.

Lo script della Hughes non ha nessuna pietà nei confronti di Hitchcock, che viene presentato né più né meno come un maniaco impotente che spinge le sue ossessioni ben oltre i limiti della legalità. La moglie Alma non ne esce meglio visto che sa, sopporta e tace. The Girl è un film che non fa nemmeno finta, come l’antagonista Hitchcock, di raccontare la lavorazione de Gli Uccelli o di Marnie, secondo e ultimo film che il regista e la Hedren girarono in coppia. Il suo scopo non è quello di farci vedere all’opera un genio del cinema, ma al contrario è quello di distruggerlo dal punto di vista umano. Sicuramente un approccio forte e interessante ed è innegabile che spesso si riesca a fare centro, ma la confezione è evidentemente televisiva e la sceneggiatura è pesante e di grana grossa. Rimane una buona ricostruzione storica (soprattutto se confrontata con quella del film gemello e soprattutto se il paragone viene fatto con i budget a disposizione) e con il lavoro fatto dagli attori: se Jones e la Staunton sono ovviamente delle conferme, quella che forse stupisce e la Miller, ottima nel ricreare lo stereotipo dell’attrice bella ma non particolarmente dotata dal punto della recitazione.

Concludiamo la carrellata di “omaggi” ad Alfred Hitchcock con Bates Motel, serie televisiva americana ideata e scritta da Anthony Cipriano, Carlton Cuse e Kerry Ehrin per il canale A&E. Qui, con evidente sprezzo del pericolo, si sceglie di raccontare il prequel del film Psycho, ovvero di come il povero Norman Bates si sia trasformato in quel povero pazzo assassino schizofrenico che tutti noi conosciamo. Inutile dire che la sfida è ciclopica se non inaffrontabile: il Mito con cui si sceglie di confrontarsi è tra i più iconici e duraturi dell’intera Storia del Cinema, ma non si può non ammettere che la trama sia intrigante. Certo è che il pilot è stato tutto tranne che esaltante. Buoni gli attori (Vera Farmiga nella parte della madre e Tommy Highmore nella parte di un giovane Norman Bates) e azzeccata qualche intuizione, come quella di porsi cronologicamente in un non-tempo che si colloca a metà strada tra la fine dei Cinquanta e i giorni nostri, ma il resto fa acqua da tutte le parti. Non basta citare, come fece programmaticamente Gus Van Sant nel suo famoso remake, due o tre inquadrature dal film originale per essere degli emuli di Hitchcock. Ma soprattutto sembra molto semplicistica (sempre giudicando il solo pilota) la spiegazione psicologica che sta dietro a tutto. Certo, le puntate a disposizione sono ancora molte, ma per ora più che un omaggio sembra essere l’ennesimo sfruttamento fuori tempo massimo di un capolavoro ch forse dovrebbe rimanere intoccabile. Conviene, ancora una volta, rivedere i film originali.

 

Immagine: Peter Dunne / Hulton Archive / Getty Images

 

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