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Come riprendersi dalla sconfitta di Hillary

Una conversazione fra donne sulle elezioni americane e su quello che significano per le altre donne.

L’America non avrà il suo primo presidente donna, anche se in molti ci avevano sperato. Quello che segue è uno scambio di email tra Paola Peduzzi e Anna Momigliano sulla sconfitta di Hillary Clinton: quanto è contato il suo essere donna e quello che significa per le aspirazioni delle altre donne.

Cara Anna, ero a New York nella notte della festa mancata alla presidente donna e ti ho pensata. Parliamo spesso di mondo assieme, non abbiamo mai parlato delle donne nel mondo. Questa cosa che le donne (più anziane) non abbiano votato Hillary mi ha colpita molto: in queste occasioni ce la prendiamo sempre con i ragazzini sdraiati e indolenti, e invece le ragazze hanno votato Hillary e i ragazzi pure, ma nel complesso il voto femminile è stato il più tiepido. Non penso che le donne debbano votare una donna perché è donna, così come ho una certa insofferenza per le quote rosa, ma allo stesso tempo sento che è stata una grande occasione mancata. Perché mi piace Hillary, ovvio, ma anche perché penso che sarebbe stato un segnale potente della possibilità di piantarla con tutte queste elucubrazioni sul ruolo delle donne nel mondo – come se dovesse essercene uno preciso e non fosse uguale a quello di tutti gli altri.

Cara Paola, non so più cosa pensare. Sull’America, su Trump, su un sacco di cose. Non sono così certa che ci sia una questione di “donne che non hanno votato Hillary”. Le donne hanno votato Hillary più o meno quanto gli uomini, anzi, dati alla mano, un poco (ma solo un poco) di più. In queste ultime elezioni è successo quello che è successo in tutte le altre: le femmine hanno votato più a sinistra dei maschi, ma non di molto. Ci aspettavamo un gender gap astronomico? Beh, ci siamo sbagliate. Ma abbiamo sbagliato su un sacco d’altre cose. Pensavamo che avrebbe votato Trump soprattutto la working class bianca, invece s’è scoperto che, se togli il fattore etnico (e pure quello fino a un certo punto), non c’è una grande differenza sociologica tra gli elettori di Hillary e quelli di Trump: si somigliano per ceto, istruzione, e anche per generi, ma non per visione del mondo. Tu dici di essere colpita dal fatto che «le donne non abbiano votato Hillary». Perdonami se gioco a fare l’analista, ma forse le domande che ti stai facendo sono altre. Avanzo delle ipotesi: perché le donne hanno votato anche Trump, se è, come dicono, così misogino? Poi: la sconfitta di Hillary ha avuto a che fare, in qualche modo, con il suo essere donna? Non so cosa ne pensi tu, ma io trovo la seconda domanda più interessante, e dolorosa.

Hillary Clinton sconfitta

Cara Anna, hai ragione, credo che Hillary non abbia perso perché è donna ma che il suo essere donna abbia pesato parecchio nella campagna elettorale. Un po’ l’ha fatto pesare lei: nel 2008 il diktat era “no woman’s card” perché il presidente è un padre non una madre. Nel 2016 il diktat s’è ribaltato e, come mi ha detto una signora newyorchese, che ha votato Hillary in mancanza di alternative (e secondo me ha votato Trump), «non si può fare tutta una campagna sul gender, anche una donna finisce per non poterne più». Io ti devo confessare che ho subìto una trasformazione inversa: sono diventata fastidiosamente suscettibile alla questione femminile, a un certo punto tutto mi pareva sessismo. Ho visto due penne elettorali, una di Hillary e una di Trump: quella di lei se schiacciavi rideva, una risata tipo strega cattiva; quella di lui ripeteva dieci frasi, a ripetizione, però, a parte che le frasi erano sceme, mi sembrava che lui risultasse più credibile di lei. Almeno diceva qualcosa, lei era spaventosa. Te l’ho detto, ho avuto un’evoluzione fastidiosa. Però ho letto tutti gli studi su come si deve comportare una donna sul palco per non risuonare antipatica – deve ridere meno di un uomo, deve alzare la voce meno di uno uomo, deve stare ferma e gesticolare poco – e ho letto Hillary che diceva: perché se io alzo la voce sembro isterica e se lo fa un uomo è appassionato? Allora, io mi sto riprendendo, e prometto di staccare la spina sessista, ma la domanda la rivolgo a te: perché? Ne usciamo tutte peggio da questa campagna, altroché.

Cara Paola, è vero, ne siamo uscite tutte peggio. È una sconfitta su tanti fronti ed è, temo, anche una sconfitta femminile. Anche a me, come a quella signora cripto-trumpiana di cui mi racconti, a tratti il focus sull’identità femminile di Hillary ha dato fastidio – anche perché l’identity politics è un’arma a doppio taglio. Insomma, ci tengo a dirlo, il lato peggiore di queste elezioni non riguarda le donne: è stato un backlash totale sui valori liberal; e se un domani, Dio non voglia, Marine Le Pen vincesse in Francia, non mi sentirei meno peggio di come mi sento oggi. Eppure c’è stata anche una questione femminile, che riguarda il fatto che giudichiamo donne e uomini con un metro diverso. Ha centrato il punto Barbara Stefanelli, quando ha scritto sul Corriere: «A lui è stato perdonato tutto, a lei niente».

Hai mai sentito parlare dell’esperimento sociale “Heidi/Howard”? Dei ricercatori di Harvard hanno diviso i loro studenti in due gruppi, assegnando loro due storie da leggere: in realtà le due storie erano uguali, parlavano di un imprenditore di successo molto sicuro di sé e un po’ duro con i suoi sottoposti, solo che in una versione si chiamava Heidi e nell’altra Howard. Risultato? Gli studenti hanno giudicato il boss donna troppo severa e arrogante, mentre hanno espresso un’opinione positiva del suo alter ego maschile. Ecco, la mia impressione è che anche in queste elezioni si sia dimostrato che per una donna, specie una donna di potere, è molto più difficile risultare simpatica, e dunque perdonabile. Mi chiedo quanti dei tratti che hanno reso Hillary antipatica – l’iper competenza, la freddezza, la decisione – sarebbero risultati altrettanto sgradevoli in un uomo. Anzi, rigirando la domanda: gli americani avrebbero trovato l’arroganza di Trump perdonabile, se non addirittura ammirabile, se fosse stato una donna? Ho letto da qualche parte che gli uomini egoisti spesso risultano divertenti, mentre le donne egocentriche appaiono mostruose. Sheryl Sandberg diceva che quando un bambino vuole primeggiare tendiamo a lodarlo, mentre quando una bambina fa lo stesso la sgridiamo: «Sei una comandina». Tutto questo per dire: sì un doppio standard c’è, un meccanismo che ci porta a giudicare più duramente le donne degli uomini. Una volta che ne abbiamo preso atto, resta da chiederci che farcene. Come si ferma questo ciclo? Ho come l’impressione che lamentarsi troppo del sessismo sia controproducente. Forse dovremmo semplicemente imparare a incassare il doppio standard.

Sconfitta Hillary

Cara Anna, non so proprio come si incassa il doppio standard. Certo, dipende come dici tu dalla donna: Ségolène in Francia non fece lo stesso effetto donna-di-potere di Hillary, e sì che era pure tutto tutto rosa. Detesto però enormemente i paragoni tra donne, guarda Theresa May: mai che uno parli di che visione del mondo abbia la premier inglese rispetto a, chessò, Rajoy, conservatore come lei. Sempre e solo May-Merkel-Thatcher, andata e ritorno. Ok, va bene, la smetto: vorrei tornare a guardare il mondo come l’ho sempre guardato prima che la donna presidente diventasse un’ossessione. Credo che ce la farò, anche perché, come dici tu, le preoccupazioni oggi sono molto più gravi per altro, tipo il mondo liberale che non esiste più, altro che donne e uomini. Però ecco l’ultima cosa te la dico: la cosa più femminile che ha fatto Hillary non è stato usare la variabile donna in ogni angolo di campagna elettorale, creando un’aspettativa femminile che poi si è infranta. La cosa più femminile è stata la gestione della sconfitta: s’è fatta aspettare ore, chissà quanto magone ha dovuto mandare giù prima di decidersi a uscire sul palco. Quando è arrivata aveva un sorriso smagliante e stonato e gli occhi pesti del tormento. E mentre ringraziava e abbracciava e sorrideva ha detto una cosa bella e semplice e perfetta: «Mi dispiace». Tu l’hai mai visto un uomo sconfitto, umiliato, dire mi dispiace? (Giuro che poi la smetto!)

Cara Paola, forse sbaglio (le email sono un gran casino, si finisce sempre per proiettare un sacco di cose), però ho l’impressione che tu sia sulla difensiva. E, sempre che io ci abbia azzeccato, credo che questo tuo essere sulla difensiva, che poi è un po’ anche il mio, sia importante. Mi sembra che siamo d’accordo sul fatto che in queste elezioni ci sia stato un doppio standard, forse più inconscio che conscio, che ha reso le cose più dure per Hillary. Contemporaneamente, siamo entrambe imbarazzate a discuterne: io mi sento in dovere di dire che ci sono cose più importanti (lo penso, peraltro, ma è davvero importante dirlo, in questo contesto?), tu rispondi: «Giuro che poi la smetto». Ecco, forse questa nostra difensiva c’entra qualcosa con i fattori che hanno contribuito a indebolire la candidata Democratica: per una donna il rischio di sembrare ridicola è sempre in agguato. È come se avessimo paura di lamentarci troppo del sessismo che abbiamo osservato in questa campagna. Abbiamo paura di sembrare “piagnucolone”? (io un po’ sì). Tu scrivi che Hillary ha preso la sconfitta con umiltà, come solo le donne sanno fare. A me viene il dubbio che invece Hillary abbia reagito meglio di molti uomini sconfitti… perché non aveva alternativa. Le femmine non si possono permettere i piagnistei. Ti ricordi quando Berlusconi, nel 2006, si rifiutò di ammettere la sconfitta elettorale? A una donna non sarebbe stato perdonato. Ora, questo doppio standard non mi piace per niente, d’altra parte credo anche che dovremo imparare a conviverci. Non ad accettarlo, ma a conviverci proprio per abbatterlo. Non basta dire che il gioco è truccato (lo è, lo so): tanto un arbitro a cui appellarsi non c’è. Bisogna imparare a vincere anche se le carte sono un po’ truccate.

Cara Anna, sì, imbarazzo ovunque. Facciamo che ora guardiamo avanti e non indietro, facciamo il tifo per Chelsea (lo facciamo?) e ricominciamo a dire alle nostre figlie che la prossima volta sarà quella giusta. Non è vero, ma siamo femmine, vogliamo che finisca bene.

 

Nelle immagini: Hillary Clinton tiene il discorso in cui ammette la sconfitta (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)
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