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Le giornate di Hemingway in Italia

Autunno a Venezia, in libreria da pochi giorni, racconta la dimensione italiana del grande scrittore americano, inclusa la contesa tra Mondadori ed Einaudi.

Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa non è solo un racconto biografico, è qualcosa di molto più estremo e originale, una specie di reality letterario applicato a una materia misteriosa di cui, erroneamente, si pensa di sapere tutto: la crisi e la rinascita di uno scrittore. Andrea di Robilant è un autore non nuovo a questo genere di rianimazioni documentarie che spesso si avvalgono di una appassionante storia d’amore. Attraverso lettere, diari, ma anche testimonianze e perlustrazioni mirate, di Robilant mette a fuoco un intero mondo di relazioni, permettendo al lettore di rivivere, quasi in diretta, le giornate di Hemingway e di sua moglie, Mary, nell’Italia del 1948 e oltre. Seguendo gli Hemingway a Genova, Cortina, Venezia, in Friuli, poi nuovamente a Cuba, il lettore precipita in un vortice di riferimenti, gesti e abitudini. Non mancano – e proprio questo è il bello del reality – momenti ripetitivi, favoriti tra l’altro dall’alcol, tra le pagine ne scorre parecchio. Si rischia eccome di pensare: «Al prossimo martini, impazzisco». Eppure si va avanti senza sosta, e senza mai annoiarsi.

Catturato in un’ipnotica routine di appuntamenti, corteggiato quanto attratto da una certa cerchia di eleganti cacciatori, l’Hemingway italiano vive pure in un altro luogo, creativo e inaccessibile, dove sta cambiando pelle, la sua di scrittore. E la trama nascosta del libro è forse questa metamorfosi. Non è solo, con lui c’è, appunto, Mary Welsh: “la moglie numero quattro”, per dirla con Bernard Berenson cui Mary farà visita durante il soggiorno. La “numero quattro tiene un diario, annota ogni dettaglio che le pare significativo con uno stile vivace e appuntito, a tratti insofferente. Una voce che di Robilant segue e fa tornare spesso nei primi capitoli. Autunno è un libro in cui le donne si sentono, contano. Se la giovanissima veneziana, Adriana Ivancich, di cui Hemingway si innamorerà perdutamente è la musa – “l’ultima come si legge nel sottotitolo – Mary è la complice, l’alter ego.

Hemingway all’epoca ha quasi cinquant’anni, è considerato un grande, ma del passato, ovviamente lui non ci sta, vuole smarcarsi, soprattutto vuole tornare a sorprendere, e proprio in Italia, di cui si considera figlio, un “Veneto boy che nel 1918 ha versato il suo sangue a Fossalta di Piave, ripartirà all’attacco, concependo Di là dal fiume e tra gli alberi. Chissà come prenderebbe, Papa, questa ricostruzione dei fatti:  viene da chiederselo. Lo irriterebbe? Fino a che punto, ma poi perché? Hemingway era un paladino dell’esperienza, ai suoi rivali spesso rimproverava la stesura di pagine inesperte, scritte a prescindere dal vissuto. Ebbene, qui il vissuto non manca: mesi, anni, riportati quasi giorno per giorno, senza troppi tagli.

In definitiva si racconta il tempo, mai perso, che sta dietro, o accanto, a una rinascita creativa data per spacciata. Quanti drink, inviti, litigi coniugali, anatre, sciate, temporali e schiarite, caviglie rotte, pettegolezzi, congiuntiviti, pacche sulle spalle, quanti medici, manicure, ripidi sentieri a bordo di una Buick, quanti autisti, fucili, serate goliardiche, insomma quanta vita c’è voluta, grande e ultimo amore compreso, per arrivare a, mettiamo, Il vecchio e il mare? In qualche modo questo libro originale ne tiene conto.

C’è anche da dire che con la “scusa” di Hemingway, e del suo amore scandaloso per la giovane Ivancich, Autunno a Venezia ritrae con grande efficacia narrativa un pezzo di Italia altrimenti consegnato all’aneddotica di taglio elegante e mondano. Le lettere provengono da archivi e fondi cui l’autore ha attinto nel corso delle sue ricerche (quelle di Adriana a Hemingway e il diario di Mary Welsh sono alla John F. Kennedy Library di Boston, mentre le lettere di Hemingway ad Adriana, in tutto una quarantina, sono al Harry Ransom Humanities Research Center della University of Texas, Austin). Altre ricostruzioni si avvalgono quasi certamente di testimonianze dirette: eredi, amici. Il tutto ha un tratto fresco, di prima mano, il che è abbastanza raro. Dalla descrizione di un carattere, di un modo di fare, si capisce che dietro c’è una voce attendibile e spesso affettuosa.

Niente appare mai buttato lì per sentito dire. La società veneziana, ad esempio, è declinata in decine di personaggi veri, nel senso più ampio del termine. Veri, pregi e difetti. Poco fa ho accennato anche a perlustrazioni mirate: sospetto ve ne siano state durante la stesura, dato che un altro protagonista del libro è il paesaggio, molto familiare all’autore. Di fronte a un lavoro come questo è interessante immaginarne l’iter, le ricerche, e credo che il sopralluogo, inteso come un tornare a dare un’occhiata, abbia un’importanza pari alla consultazione degli archivi e alle chiacchierate con i testimoni.

Sullo sfondo del racconto si muove la macchina dell’editoria italiana del Dopoguerra, Hemingway era un nome molto ambito. Einaudi e Mondadori se lo contendevano, quest’ultimo mirava a diventarne l’editore unico, mentre il primo rivendicava un’opzione “morale, avendolo pubblicato per primo, quando Hemingway era ostracizzato e bandito, un nemico del fascismo. Le opzioni morali non facevano presa su Papa che ben presto deluse Natalia Ginzburg e compagni, i “comunisti, scegliendo Mondadori, ex fascista, ora filoamericano. Tutto questo parlar di soldi, di royalties, infastidiva gli einaudiani e il loro imbarazzo moltiplicava la franchezza di Hemingway, forse un po’ provocatoria, ma anche convinta e pragmatica. Sono pagine, queste sugli editori, molto attraenti per chi desideri esplorare le dinamiche di una nascente industria culturale italiana. Una parentesi microstoriografica che apre a un orizzonte più vasto.

Autunno a Venezia è un esperimento, riuscito, sull’uso corretto e originale delle fonti, al tempo stesso un libro caldo, ricco di umanità. Non solo l’amore di Hemingway per Adriana, e quello di lei per lui, toccano corde emotive profonde, ma anche la sofferenza controllata di Mary, e la sua curiosità assennata di turista, restano impresse. Svetta sul piano umano l’apparizione al Gritti di Sinclair Lewis, il puntiglioso premio Nobel è appena tollerato dagli scafati Hemingway ormai inseriti nel giro dei divertimenti aristocratici veneziani. La sua immagine grigia di uomo appena abbandonato, per di più in viaggio con la “suocera”, è addirittura straziante, e non si può che essere dalla sua parte, dalla parte della vita, squallore incluso, pur continuando a divertirsi all’Harry’s Bar con Aspasia di Grecia e tutta la banda.

Cosa sia stata l’Italia per Hemingway lo si capisce infine da una battuta, di Robilant la riporta nell’introduzione. A Lillian Ross, giornalista del New Yorker, che nel 1949 gli chiede come sia andata, Hemingway risponde: «E’ stato un po’ come morire e andare in paradiso – un luogo che pensavo di non vedere mai». Autunno a Venezia è in libreria da pochi giorni (il Corbaccio, pp. 266) mentre negli Stati Uniti uscirà a giugno (Knopf).

 

Foto in evidenza: Hemingway e Mary Welsh a Stresa (Getty)
Nel testo: Ernest Hemingway e Mary Welsh, Havana (Getty), Ernest Hemingway e Adriana Ivancich, Finca Vigia, San Francisco de Paula (Ernest Hemingway Collection, John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston)
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