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Silicon Veneto

Siamo stati ad H-Farm, incubatore di start up immerso nel verde (e nel grigio) trevigiano. Ma vicino all'aeroporto di Venezia. Un sopralluogo.

La strada è sempre la stessa, quella che da Venezia porta a Jesolo d’estate o all’aeroporto Marco Polo in qualunque momento dell’anno. Prima però bisogna percorrere la famigerata tangenziale di Mestre, sfiorando con le scocche dell’automobile la fila di case e capannoni che rendono l’entroterra veneziano un mesto “Padania Classic” da studiare. La strada è sempre la stessa, ma c’è una svolta inaspettata ed è subito campagna veneta, il verde intenso dei campi soffocato dalla nebbia mattutina (el caìgo, come diciamo noi indigeni) mentre il traffico cala: all’improvviso sono solo. C’è una svolta a sinistra, mi hanno detto, un ponticello che collega un pezzo di campagna all’altro; in corrispondenza del ponte il traffico aumenta, è come se in quel pezzo di strada tra le province di Venezia e Treviso tutti si sentissero costretti a girare per attraversarlo. Lo faccio anch’io e ora non sono più solo, il ponte è un portale degno di Fringe: superatolo, ai campi si aggiungono delle strane strutture, c’è anche un parcheggio fatto d’erba e fango e un grande casolare contadino che si è scontrato con il XXI secolo uscendone vincitore. Mi guardo attorno alla ricerca di qualche Tesla, una delle macchine elettriche prodotte da Elon Musk di cui è piena la Silicon Valley che conta. Non ce n’è nemmeno una. Sono un po’ deluso.

«Ne abbiamo avuta una parcheggiata qui per qualche mese» mi dirà qualcuno poi.
«Ah, ecco» penserò io.

H-Farm è famosa perché è la realtà italiana più credibile nella corsa, spesso goffa e raffazzonata, alla startup

H-Farm è un posto famoso per vari motivi. Sembra che chiunque conosca il vero motivo della sua importanza: c’è chi lo ritiene il miglior acceleratore di startup in Italia, chi ne è semplicemente affascinato, chi ricorda la visita di Matteo Renzi nel primo giorno del suo governo, come un varo politico all’insegna di quella che chiamavamo «new economy». C’è anche chi dice che “lì non fanno niente” e si rivela sospettosamente esperto nei «fallimenti» della società. In generale tutti però concordano sulla bellezza del posto, la giusta e rarissima combinazione tra la metalmezzadria del Veneto post-agricolo e la parola magica che scriveremo in maiuscolo per esigenze di copione: SILICON VALLEY. Parte del fascino sta nell’abbraccio inaspettato tra l’area della California che da decenni sforna idee futuristiche e una certa idea del Veneto, regione ricca (o ex ricca?) in cui la combo capannone sotto/casa sopra è stata una regola urbanistica rispettata per decenni (si ha modo di vederla, questa unità standard della piccola impresa, se si raggiunge Treviso dall’entroterra veneziano su una lunga strada camionabile contrassegnata da paesini e fabbrichette, dove ora abbandona il vuoto, il disabitato, il fallito). Molto più probabilmente, però, H-Farm è famosa perché è la realtà italiana più credibile nella corsa, spesso goffa e raffazzonata, alla startup: 30 milioni di euro è il fatturato totale delle sue sotto-aziende, 1.300 ettari la dimensione dell’area totale – in parte non ancora utilizzata, ma ci arriviamo – mentre seconda è la posizione nella più recente classifica mondiale degli incubatori stilata da Ubi Index, in cui viene superata solo dallo statunitense Youngstown Business Incubator. Ha anche alcune sedi internazionali a Seattle, Mumbai e Londra.

È una bella giornata di sole e il giretto turistico dell’azienda ne guadagna parecchio: dalla reception scivolo accanto al casolare principale e passeggio su un grande prato dove in una struttura risiede H-Art (la prima startup ad essere «incubata» in Farm), una società di consulenza web che in pochi anni è passata da quattro a quasi 180 dipendenti con sedi a Firenze, Roma, Milano e Londra. C’è poi una bella serra con un bar e molti tavoli: qui, poche settimane fa, Renzo Rosso ha partecipato a un hackathon, una gara collettiva in cui gruppi propongono idee a delle aziende – una comparsata veloce, quella del patron della Diesel, che ha subito ripreso il volo con il suo elicottero personale come un bizzarro nemico di Batman. Sulla sinistra il pezzo forte della “fattoria”: dei parallelepipedi di legno, come dei container di gusto, a ciascuno dei quali è riservato una startup e un gruppo di lavoro; in uno di questi risiede XYZE, startup che vuole risolvere il problema delle taglie dei vestiti negli acquisti online: consiste di un’app, un sito e un piccolo dispositivo simile a un metro da sarto con cui l’utente può misurarsi e creare un’identità online da usare negli acquisti. Era una delle idee geniali che avevo avuto io pochi mesi fa e che mi aveva fatto sognare per qualche giorno. La loro proposta è leggermente migliore della mia. Ci rimango male.
Il giro turistico continua.

Nel 2005 Donadon ha fondando H-Farm, attirando investitori come Rosso, Cattolica Assicurazioni, Unicredit

Riccardo Donadon e Maurizio Rossi hanno fondato H-Farm esattamente dieci anni fa, nel gennaio 2005: un’epoca strana per l’economia digitale, che tante ferite aveva da poco inferto alle borse mondiali con la bolla della new economy. Donadon è però un ottimo rabdomante ed è uscito dal disastro dot com integro e pronto a continuare gli affari: negli anni Novanta aveva cominciato con “Mall”, un negozio online ante litteram realizzato per conto di Benetton, abbandonato nel 1998 per fondare E-TREE, diventata in poco tempo una piccola Google all’italiana (servizi Internet, un posto di lavoro che offriva letti a castello, il bowling e altre attività extra-lavorative), una realtà onirica che aveva un segreto: il lavoro. Molto lavoro. Tanto da essere nota ai più come la «non sleeping company», l’azienda dove non si dorme. Il lavoro, quindi. E 160 dipendenti. E 26 miliardi di lire di fatturato. Donadon ha poi venduto tutto al gruppo Etnoteam nel 2001 uscendone ufficialmente solo l’anno dopo. Per via di un contratto di non concorrenza, è stato costretto a un periodo di pausa, che ha speso – particolare epico per un imprenditore digitale trevigiano – curando il suo orto a bordo di un trattorino. Nel 2005 è infine tornato in pista fondando H-Farm, con cui ha attirato nel corso di dieci anni investitori come il citato Rosso, Cattolica Assicurazioni, Unicredit, Luca Marzotto e Bertelsmann, multinazionale tedesca del campo dell’editoria. Nel 2012 è inoltre entrato a far parte di una task force voluta dall’allora ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera – riunioni settimanali ogni lunedì a Roma che si aggiungono a un’agenda già fittissima – ed è presidente dell’associazione “Start Up Italia”. Il lettore ci perdonerà la lunghezza della biografia ma sono tutte cose da tenere in considerazione per capire il peso politico-startupparo di Donadon, la causa della suddetta visita di Renzi e certi titoli di giornale, come questo articolo di Affari Italiani dal tono piuttosto allarmato: “Dietro Renzi c’è Donadon, Il guru veneto delle startup”.

«Fino a cinque o sei anni fa», ha spiegato Donadon a Studio, «H-Farm era un’astronave assurda, un po’ alla Enrico Moretti e il suo libro La nuova geografia del lavoro. Ma abbiamo subito capito che H-Farm non poteva crescere a prescindere dal territorio, era il Veneto che doveva crescere con noi». Il fondatore non nasconde che i primi dieci anni siano in parte serviti proprio a questo: creare un ecosistema attorno alla società, proteggerne l’eccezionalità rendendola contemporaneamente più vicina alle altre aziende: «Ha funzionato. Ora le aziende sono più attente e il rapporto tra noi e loro più stretto grazie agli hackaton». Il rapporto tra Farm e il territorio è un punto centrale ma non ha fondamenti campanilisti, si basa più che altro su un compromesso perfetto, un isolamento nel verde e la vicinanza all’aeroporto di Venezia, a pochi minuti di macchina. Eppure non è solo logistica: H-Farm è nata qui, proprio qui, perché Donadon, da padre trevigiano, voleva fare qualcosa per i giovani, dar loro una valida alternativa a un biglietto aereo per l’estero. E ha scelto proprio la campagna veneta per cominciare. La terra è sicuramente il protagonista del mio giro turistico durante il quale mi vengono spiegati i progetti d’ampliamento futuri: c’è la nuova sede di H-Art, che da febbraio si sposterà in un ex allevamento di tacchini affettuosamente battezzato “Tacchinodromo”; poco più in la stanno terminando i lavori per “H-Farm 2”, una seconda sede pensata per l’interazione tra aziende esterne e la fattoria, un posto dove sistemare piccoli team provenienti da realtà esterne con i quali creare connessioni sempre più profonde e produttive.

«Basti pensare al dato spaventoso delle 22 milioni di persone in Italia che non hanno mai usato Internet»

Il futuro di H-Farm è qui da qualche parte, in mezzo a questi campi. Secondo Donadon tra dieci anni la sua azienda sarà molto diversa: sarà più grande, «passerà da 400 dipendenti a qualche migliaio» e si baserà sulla «contaminazione» tra soggetti diversi, magari dotandosi di «un distretto d’aziende del settore ma non solo». Diventerà un gigante ma «sempre in proporzione alla realtà italiana», ha spiegato a Studio precisando che «non potrà diventare quello che c’è in altri Paesi come gli Usa perché qui mancano i requisiti di base per uno sviluppo simile». E qui arriviamo all’Italia e il sistema nazione il cui principale problema, continua Donadon, è «l’età media altissima, le persone che non abbandonano i posti di lavoro e l’assenza di rischio»; c’è «un’inconsapevolezza» generale, dice, nell’imprenditoria e nella società, un’arretratezza che ha radici anagrafiche ma non solo: «basti pensare al dato spaventoso delle 22 milioni di persone in Italia che non hanno mai usato Internet».

È anche questo distacco tra il noi e il loro a rendere H-Farm intrigante, non solo lo status di Mecca digitale ottenuto in mezzo a campi nebbiosi: è l’inseguimento del business digitale in un Paese spezzato a metà in cui per una buona fetta di cittadini è impossibile capire cosa stiano facendo queste persone in quel di Roncade (TV). Anche per questo Donadon e i suoi sono attenti alle infrastrutture – il citato aeroporto ma anche l’idea bizzarra di un porto da costruire in zona per unire l’azienda al Sile e Venezia. Tuttavia non basta: Farm vuole avvicinarsi alla società pur rimanendo sospesa in uno splendido isolamento e lo strumento su cui sta puntando di più per riuscirci è di certo Digital Accademia, una scuola per il futuro dalla doppia funzione: aggiornare e formare dipendenti interni ed esterni, provenienti da altre società; istruire i più giovani con corsi di formazione per alunni dai quattro ai sedici anni. L’indirizzo è creativo – musica, arte, ragazzini che imparano a usare Arduino – con corsi in convenzione con le scuole elementari e medie della zona e i summer camp aperti a tutti. Tutto parte di un progetto che vuole superare il problema dei 22 milioni di persone non connesse puntando sulle nuove generazioni – ritorna quindi la questione dei cervelli in fuga, in questo caso in modo preventivo.

A fine giornata si fatica ad avere un quadro d’insieme: l’ambizione e il sogno, particolari spesso dimenticati dall’imprenditoria italiana e qui abbondanti, rendono H-Farm una realtà bizzarra, forse poco credibile per chi ha uno sguardo scettico. Ma l’ambizione e il sogno sembrano davvero guidare le mosse dell’azienda, lo si nota anche visitando i «cugini» di Big Rock. Big Rock è una scuola d’animazione e di computer grafica fondata nel 2008 da Marco Savini a Verona e spostatasi quasi subito da queste parti diventando in pochi anni un’eccellenza che ogni anno forma 60 professionisti di qualsiasi età (dai 18 in su), tutta gente che spesso finisce a lavorare per Pixar, DreamWorks e film come Gravity e Avatar. La hall della scuola ospita i cartelloni pubblicitari di tutti i film a cui i suoi ex studenti hanno lavorato ed è una spaventosa galleria di successi («La stanza è piccola, non c’è più spazio per i nuovi titoli» si lamenta felicemente Savini). Ogni corso prevede un sistema d’istruzione particolare e un viaggio collettivo negli Stati Uniti, durante il quale gli iscritti si conoscono, fanno gruppo, superano eventuali barriere personali. Savini mi ha spiegato che «molto presto» verrà aperta una scuola in California con la quale puntano a fare molti scambi culturali, portando italiani oltreoceano e – soprattutto – tentando gli stranieri con un corso d’eccellenza a due passi da Venezia, in questa piccola bolla verde. Anche a Big Rock, di cui H-Farm è investitore e alleato, torna il tema dei cervelli in fuga: inevitabilmente, visto che i loro studenti migliori sono costretti a volare negli Usa o a Londra per lavorare, un esodo continuo che è allo stesso tempo vanto e cruccio dei suoi fondatori.

L’idea di un Pixar italiana farebbe sorridere in un altro contesto. Non qui, però

Cosa fare al riguardo? Savini e Donadon hanno da tempo un’idea che potrebbe dar possibilità in loco ai loro studenti e ha a che fare con un’ex base militare. Si trova poco distante da Ca’ Tron, l’edificio principale della tenuta, e se ne sente parlare spesso da queste parti: Donadon vorrebbe costruirci un centro di produzione video, un progetto che Savini mi spiega a modo suo, accennando agli enormi talenti ex Big Rock che potrebbero chiamare a dirigerlo. «Servono soldi, però», e ne servono parecchi, «l’idea è comunque quella di creare la Pixar italiana», mi dice Savini. È questo il punto. L’idea di un Pixar italiana buttata così nel mezzo di un discorso utilizzando la casa di produzione statunitense come modello alto, certo, ma raggiungibile, mi farebbe sorridere in un altro contesto. Non qui, però, non alla fine di una giornata passata a H-Farm, e infatti mi ritrovo ad annuire immaginando una Pixar italiana che potrebbe davvero sorgere un giorno da queste parti.

“Ci vogliono tanti soldi ma, chissà, quelli si possono sempre trovare” ho pensato come ipnotizzato mentre tornavo verso il parcheggio e riprendendo la macchina con la quale avrei varcato il ponticello dell’andata, ritornando così nel Veneto normale.

Articolo tratto dal numero 22 di Studio
Immagini di Silvio Fogarolo
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