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Grazie di tutto, Gilmore Girls

Tornare a Stars Hollow significa guardarsi allo specchio: come la nuova serie Netflix ha cercato di sorprendere una generazione affetta da nostalgia perenne.

Quello che non avevamo previsto quando abbiamo richiesto a gran voce il ritorno di Gilmore Girls era che poi quegli strambi personaggi potessero effettivamente tornare sui nostri schermi, nel 2016, e che avremmo dovuto fare i conti con i loro supposti o inesistenti cambiamenti, con il botulino e, dio ce ne voglia, con la loro mancata crescita o realizzazione personale. Che sarebbe stato un po’ come guardarsi allo specchio, insomma. Dopo l’annuncio, lo scorso gennaio, del revival di Una mamma per amica su Netflix, che ormai si attesta come il contenitore perfetto di tutte le impellenti battaglie culturali della mia generazione, abbiamo passato mesi a chiederci come sarebbe stato ritornare a Stars Hollow, come stavano Kirk e Taylor, se Luke e Lorelai si sarebbero mai sposati, se le cene a casa di Emily e Richard fossero ancora quell’appuntamento terribile del venerdì sera, in fondo alla sala c’era addirittura qualcuno convinto che Christopher potesse essere un buon padre.

Inutile negare, poi, che la maggior parte delle dispute si sono combattute su quale fidanzato avrebbe scelto alla fine Rory, tra il bello e noioso, il bello e dannato e il bello e ricco che in molti sospettano abbia votato Trump. Altrettanto vasto poi era il fronte di quelli che difendevano la possibilità che Rory, ancora una volta, si emancipasse dai suoi uomini e ritornasse in tutta la sua gloria di trentenne/single/semi-liberal americana, bianca, ricca, giusto un tantino privilegiata a riguardarla oggi, ma comunque la nostra eroina giudiziosa e sognatrice dell’era Bush, il cui unico difetto era quello di vestirsi malissimo e di essere occasionalmente petulante. Rory la ragazza prodigio, Rory che legge tantissimi libri, Rory che adora le giacche di jeans con l’interno di sherpa e le longuette meno sexy che si siano viste in una serie tv, Rory che si laurea a Yale in giornalismo, rifiuta una proposta di matrimonio e parte al seguito di un giovane e promettente Barack Obama, Rory che è una di quelle che doveva farcela per forza.

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La quantità di articoli e post sui social media dedicati alle ragazze Gilmore si sono allora moltiplicati, e la magistrale gestione di Netflix della nostalgia culturale di cui siamo tutti affetti, tra pop-up store che ricreavano il caffè di Luke e studiate apparizioni dei protagonisti della serie, ci ha fatto arrivare al 25 di novembre con il cuore in gola, costringendoci a fare spazio nella routine quotidiana per i quattro, lunghissimi, episodi di A Year In The Life, quelli che ci riconsegnavano, dopo nove anni, tutti gli stralunati abitanti dell’immaginaria cittadina del Connecticut con la più alta percentuale di gazebi fioriti e locali da asporto.

La serie creata da Amy-Sherman e Daniel Palladino è andata in onda originalmente dal 2001 al 2007 sul canale WB (poi diventato CW), mentre in Italia è arrivata nel 2002. I dialoghi serrati e brillanti, il continuo mescolarsi di citazioni colte e riferimenti pop, i personaggi di contorno tanto improbabili quanto divertenti, l’epopea di una madre teenager e della figlia intellettualmente dotata che attraversano con grazia naïf le difficoltà della loro vita insieme: i motivi per cui Una mamma per amica è diventata un cult sono tanti, così come è stato grande lo scontento che si è creato nel fandom dopo l’amaro finale. Questo perché gli stessi coniugi Palladino non erano stati coinvolti nella stesura della settima stagione a causa di incomprensioni con la rete: il ritorno su Netflix era quindi l’occasione perfetta per rivendicare tutti quei finali sbagliati, da Lost a Dexter passando per The O.C., quelli di quando ancora non capivamo che le serie tv altro non sono che sedute di terapia collettiva. Se c’era una cosa che non avevamo previsto, però, era che Rory Gilmore potesse fallire. La sua missione salvifica si è infranta miserevolmente, riconsegnandoci una Rory trentaduenne e precaria, almeno per quello che quest’ultima parola può significare a Stars Hollow, ovvero fare la pendolare da Londra con la stessa naturalezza con cui Daenerys cavalca i draghi e attraversa i continenti nell’ultima stagione di Game of Thrones, avere comunque a disposizione case lussuose nelle quali scrivere e riflettere sulla piega che ha preso la sua vita, ottenere appuntamenti con gli editor di riviste come GQ, offerte di lavoro alla Chilton o promesse di raccomandazioni in Condé Nast.

Eppure Rory non ne ha azzeccata una: si presenta ai colloqui impreparata e si addormenta durante le interviste, non riesce a trovare la sua chiamata come giornalista, ci fa temere che quel suo articolo uscito sul New Yorker, che Luke ha diligentemente stampato a appiccicato sui menù del suo caffè perché tutti possano leggerlo, rimanga l’unico per molto tempo a venire, infine continua a vestirsi irrimediabilmente male. Non che la sua vita privata vada meglio: ha un fidanzato di cui continua a dimenticarsi, ha accettato la condizione di concubina di Logan ma la situazione non sembra divertirla più di tanto, ha bisogno che arrivi l’ex fidanzato Jess a suggerirle che, ehi, perché non provi a scrivere un libro sulla tua storia personale? I personaggi televisivi femminili intercorsi fra la Rory del 2007 e quella del 2016, d’altronde, sono troppi e troppo complessi perché non potessimo rimanerne delusi, questo almeno avremmo dovuto prevederlo: non ci hanno insegnato nulla le disgrazie di Hannah Horvath e compagne, delle ragazze di Broad City o della protagonista di Fleabag? Anche Carrie Bradshaw, ormai, appartiene al passato.

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L’archetipo di Rory Gilmore si è dissolto, non ci rappresenta più, si staglia sullo sfondo della sua cittadina zuccherosa come una figura che non riusciamo più a riempire di significato, ci comunica infine che siamo cresciuti, e che magari dovremmo smetterla di sviluppare questo attaccamento morboso (e infantile) ai personaggi televisivi. E poi ci sono tutti i difetti del formato di un’ora e mezza, che sono stati già ampiamente discussi in questi giorni: sono apprezzabili gli sforzi per farci sentire subito a casa, ma gli adorabili squilibrati di cui Star Hollow è popolata (i già citati Kirk e Taylor, Babette, Miss Patty, Gypsy, gli stessi Lorelai e Luke) alle volte sembrano compressi in sketch che vanno lunghi e finiscono per compiacersi troppo nell’autoindulgenza. Eppure, a fronte di tutto questo, A Year In The Life rimane comunque un esperimento riuscito, perlomeno a parere di chi scrive.

I Palladino, infatti, al contrario di tutti noi, erano ben consapevoli di quanto il mondo da loro creato potesse apparire “vintage” oggi e hanno fatto la scelta saggia di articolare la storia in stagioni (Inverno, Primavera, Estate, Autunno), prendendosi una licenza dalla necessità di una ricostruzione puntuale dei fatti, e lasciando che a raccontarci cos’era successo in quei nove anni fosse un solo, unico snodo drammatico: la scomparsa di Richard Gilmore. L’attore che lo ha interpretato, il meraviglioso Edward Herrmann, ci ha lasciati nel 2014, e la sua dipartita segna il reale spartiacque delle vite a Stars Hollow. I personaggi perdono infatti un marito, un padre, un nonno: devono fare i conti con la sua assenza, reale e fittizia, e di fronte a quella mancanza si finisce per perdonare le scelte sbagliate, i cliché sul giornalismo e l’individualismo esasperato di Lorelai, Emily e Rory, persino la mancata occasione di rendere giustizia a personaggi come Paris Geller (il prototipo della nasty woman à la Hillary Clinton) o Lane, perché è lì che Gilmore Girls riesce ancora ad emozionarci. Quando Lorelai finalmente trova un aneddoto del padre da condividere con Emily, quando le due litigano il giorno del funerale, quando Rory e Lorelai litigano, quando Rory saluta Logan e Dean e cerca di assegnare loro un posto nella sua vita, quando Kirk si addormenta a casa Gilmore dopo aver costruito il set perfetto per Lorelai e Luke.

Come ha scritto Haley Mlotek su New York Times nel luglio del 2015, quello dei Palladino non è mai stato uno show perfetto: «Mi sono appassionata a Gilmore Girls perché tendo a gravitare verso quel genere di cose della cultura pop che definirei “fiction emozionale e speculativa”. È un po’ la cugina della science fiction: la storia è relativamente plausibile e vicina alle nostre esperienze, ma tutto è amplificato, nel bene e nel male. Nella science fiction, le nostre esperienze sono filtrate attraverso l’elemento fantastico (un virus letale che ha decimato la popolazione mondiale, un dittatore alieno che vuole conquistare il mondo), ma anche la fiction emozionale e speculativa, sebbene tutto succeda vicino casa, non è per questo meno fantastica. Quando è fatta bene, come nel caso di Gilmore Girls, tratta di tutte le cose che possono succederci, ma ci aggiunge delle altre cose che spesso nella realtà non accadono». E se le ultime quattro parole vi hanno scioccato e state già sperando in altri episodi, almeno smettetela di prendervela con Rory, in fondo ha solo cercato di essere una di noi.

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