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Grantland.com e Bill Simmons

Fanta-reality su Grantland.com: se fantapossiedi un personaggio di un reality e quello vomita, vinci 10 punti, se fa piangere qualcuno prendi 25 punti, se ha paura per una malattia a trasmissione sessuale prendi 30 punti, se ha paura di essere rimasta incinta/di aver messo incinta la partner prendi 50 punti.

Stavo per cominciare dicendo: da uomo parzialmente retrogrado quale sono mi viene innaturale parlare di un blog invece che di un’opera d’ingegno… e volevo anche dire (ripetere) che il fondatore del blog di cui voglio parlare, Bill Simmons, è il David Foster Wallace dello sportswriting molto più di quando DFW stesso – che scriveva spesso di sport – fosse il DFW dello sportswriting… Stavo per, ma poi sono tornato sul blog Grantland, che ha aperto bottega questa settimana, e trovo nella lista dei pezzi due amici di Wallace – Dave Eggers e Tom Bissell: il che significa che il collegamento fra le due realtà – quella di Simmons/Grantland e quella degli scrittori 40enni americani raccolti intorno a riviste come McSweeney’s e The Believer, non è solo nella mia testa. (E scopro che Tom Bissell, che presto pubblicherà per ISBN Extra Lives, serie di saggi sui videogiochi, recensisce su Grantland il nuovo gioco della Rockstar, L.A. Noire. Il pezzo si intitola: Premi X per Bottiglia di Birra.)

Con Grantland, Simmons crea dentro l’emittente sportiva totalitaria americana ESPN, che lo ospita e per cui scrive da anni, una cellula creativa più consistente, imponendo uno stile invece di limitarsi a pubblicare i propri pezzi e il proprio podcast. Per far capire la bellezza potenziale di Grantland come blog sportivo con ambizioni letterarie partirò da quello che è forse il suo articolo più inutile. Se questo è il più inutile, siamo a posto.

La redazione propone in sostanza un fantasy-game, del genere del fantacalcio, per capirci: dove si comprano i giocatori, e utilizzando criteri di valutazione delle performance reali (nel proprio sport e campionato) di ogni singolo giocatore reale acquistato virtualmente, sommando i risultati di ogni giocatore posseduto virtualmente, si vincono gli scontri diretti con gli altri presidenti-manager del torneo fanta cui si prende parte.

Ecco, però su Grantland hanno fatto il fanta-torneo dei reality show: il fantasy reality. (…) Si fa il mercato, dove ogni partecipante si sceglie un certo numero di partecipanti ai reality americani, facendo così la propria squadra. Dopodiché, ogni settimana, ogni giocatore segna i punti che hanno totalizzato i propri partecipanti reali ai reality che vanno realmente in onda nella tv reale. Il sistema congegnato per segnare i punti prevede fra le altre cose

– Chiedere a un altro membro del cast se è lì “per i giusti motivi”: 10 punti

– Minacciare di denunciare un membro del cast: 25 punti

– Menage a trois: 50 punti a partecipante

– Paura di essersi presi una malattia a trasmissione sessuale: 30 punti per partner

– Rivelare un passato di attore/attrice porno: 50 punti

– Lanciare il drink in faccia a qualcuno: 5 punti

– Un occhio nero, labbro gonfio o nocchia sporca di sangue non spiegati: 25 points

– Farsi cacciare da un club: 20 punti

– Andare in chiesa: -10 punti

Non ho ancora capito bene se lo giocheranno davvero o no il fanta-reality, ma se non altro questo articolo, pur comparendo su un blog, e un blog dall’aria standard, poco espressivo, fondato tutto sul potere del linguaggio e della, come dire, intelligenza emotiva dell’amante della cultura popolare, può essere classificato come una bella installazione, che attraverso un collasso efficace di vari elementi – lo sport, il voyerismo, il format del reality, la tassonomia di sentimenti e comportamenti ridicoli – getta una luce su cos’è per noi la televisione, cos’è la vita di una persona esibizionista oggi, quali comportamenti degeneri valgono come mosse di carriera e fanno curriculum oggi. Leggendo la rubrica mi sono trovato a valutare tra me cosa pensassi del numero di punti che avevano deciso di dare a ogni cosa. Mi sono cioè trovato a riflettere se fossi d’accordo non tanto con l’idea di dare punti a un timore di gravidanza indesiderata e a un rapporto sessuale consumato in pubblico, quanto con l’esatta quantità di punti che secondo Grantland poteva valere quella o quell’altra cosa. Insomma sono diventato parte attiva dell’installazione a tema: misurabilità dei rapporti umilianti. Per questo motivo, e per i pensieri e la reazione emotiva che mi ha scatenato, trovo l’idea più artistica che giornalistica e accetto l’idea di aver parlato di un blog in questa rubrica.

(Segue un’entusiastica coda per chi volesse essere spinto a diventare un seguace di Bill Simmons…)

Grantland è il blog definitivo per chi ama sia gli scrittori che gli sport americani e per annunciarne l’arrivo devo citare alcuni pezzi di Bill Simmons.

1. A partire dal The Fighter, il film sulla boxe, Simmons fa il punto della situazione sui film sportivi.

Il marketing del film è stato così ben fatto che nessuno ha mai domandato: “Un momento: come mai un attore così famoso ha avuto tanti problemi a trovar soldi per fare un film relativamente economico?”

La risposta facile: Dall’Oscar a “Rocky” come miglior film nel 1976, Hollywood ha sfornato una media di un film di boxe all’anno. È sorprendente, soprattutto considerato che al momento l’appassionato americano medio di sport può nominare solo quattro pugili attivi: Manny Pacquiao, Floyd Mayweather e i fratelli Klitschko, che comunque nessuno riesce a distinguere l’uno dall’altro al di là di “Credo che uno dei due esca con Hayden Panettiere.” Lista completa di film di noxe dal 1976: “Rocky”; “The Greatest”; “Rocky II”; “The Champ”; “The Main Event”; “Penitentiary”; “Raging Bull”; “Body and Soul”; “Penitentiary II”; “Rocky III”; “Tough Enough”; “Rocky IV”; “Teen Wolf II”; “Penitentiary III”; “Rocky V”; “Play It to the Bone”; “Gladiator”; “Diggstown”; “When We Were Kings”; “The Great White Hype”; “The Hurricane”; “The Boxer”; “Rocky Marciano”; “Girlfight”; “Ali”; “Undisputed”; “Million Dollar Baby”; “Against the Ropes”; “Cinderella Man”; “Undisputed II”; “Rocky Balboa”; “Resurrecting the Champ”; “The Hammer”; “Fighting”; “The Fighter.”

La cosa più bella di questa lista è come Hollywood rinuncia a ogni pretesa e intitola gli ultimi due “Fighting” e “The Fighter.” Preparatevi a “Fight,” “Punch” e “Ow” negli anni a venire.

Altra parte interessantissima: Quanti attori di grido hanno avuto la fissa della boxe negli anni migliori delle loro carriere: Ryan O’Neal. Jon Voight. Robert De Niro. Denzel Washington. Daniel Day-Lewis. Will Smith. Wesley Snipes. Russell Crowe. Adam Carolla. E ora, Mark Wahlberg e Christian Bale. Sono 11 tra gli attori di maggior successo degli ultimi 40 anni. (Lo so, lo so, Carolla lo metto più in alto in classifica di quanto facciano altri.)

Insomma, non dico che questo pezzo sia essenziale, però un articolo su un film che comincia citando tutti gli altri film dello stesso genere dal 1976 a oggi ha un suo fascino, e una sua utilità.

2-Introdurre i playoff 2011 dell’NBA usando solo citazioni da The Wire.

Come per me e per l’altro Studioso Tim Small, anche per Bill Simmons The Wire è la serie tv migliore di sempre e una delle opere d’arte più importanti degli ultimi dieci anni. Per questo il suo articolo di inizio playoff quest’anno comincia con una serie di citazioni dalla serie, applicate a varie interessanti sottotrame della stagione di basketball americano che si avvia alla conclusione.

Un esempio:

“Omar on the one side holding a spade. And maybe Marlo to the other holding a shovel. And just at this moment … I managed to crawl out my own damn grave. No way do I crawl back in.”

(Da un lato Omar con un badile. E tipo Marlo dall’altra con una pala. E proprio in quel momento… riesco a strisciar fuori dalla mia tomba. Non ho nessuna intenzione di tornarci dentro)

Simmons: “La frase presaga di Prop Joe (poi smentita dai fatti) va a Jason Kidd, che è stato seppellito all’inizio dei playoff ed è strisciato fuori dalla tomba ancora una volta. Per Dio, Kidd gioca da così tanto tempo che il suo triangolo amoroso con Toni Braxton e Jimmy Jackson è accaduto solo un anno dopo di quello tra Brandon, Dylan e Kelly”.

Cominciamo con The Wire e arriviamo a Beverly Hills 90210 passando per uno dei playmaker migliori della lega.

Ho fatto due esempi di interesse quasi generale, limitandomi a dire che l’ultima pezzo pubblicato da Simmons è un’analisi dei crolli psicologici di LeBron James, l’ex nuovo Michael Jordan che sta dimostrando di adorare il ruolo di secondo fenomeno della squadra da quanto è andato a giocare a Miami.

Una chiosa sul giornalismo americano: in America il giornalismo, compreso quello sportivo, è talmente un’arte che la settimana scorsa è uscito sul New York Times Magazine un profilo di Bill Simmons in cui si parla appunto della sua carriera e del lancio di Grantland, e il centro del pezzo è se Simmons ha perso o no il cosiddetto edge, il cazzimme professionale, e se Grantland è un modo per renderlo davvero indipendente dal totalitarismo comunicativo ESPN: si dice, nel pezzo, e Simmons partecipa alla discussione dando in parte ragione all’autore, che se si vuole parlare liberamente di sport oggi non si può non criticare l’approccio del network sportivo per cui lavora Simmons, che è ipermediato e consumistico e concentrazionario (questi ultimi tre sono aggettivi miei – una caratteristica del giornalismo americano è che è meno dilettantesco del nostro e solo il fatto di scrivere di giornalismo americano mi ha spinto per pudore a sottolineare che stavo riportando con parole mie un pensiero altrui…). Dev’essere molto vivace un mestiere in cui si può fare una critica costruttiva a uno dei suoi maggiori interpreti e quello se la fa fare. (Il contrario di quanto succede, per dire, quando si critica nel merito un Daniele Luttazzi per le battute rubate e lui risponde “nessuna battuta di quelle che cito è plagio, sia perché invito a scoprirle (non è plagio se è dichiarato, è un gioco intellettuale), sia perché si tratta di calchi o di riscritture con variazioni e aggiunte, procedimenti legittimi”.)


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