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Gli Oscar punto per punto

Com'è andata "La" serata più importante per Hollywood quest'anno? Poche sorprese, qualche errore e nessun film a farla da padrone.

C’è, come dire, una lieve sensazione che ormai sia un argomento superato. Forse oggi al bar sotto casa vostra dove siete usi fare colazione non si parlava di questo, ma forse è anche meglio così. Forse è anche meglio che un’analisi della notte degli Oscar abbia ancora la forza e il potere di non farci pensare alle nostre elezioni per una decina di minuti. Una magra consolazione, non c’è che dire, ma anche la conferma del potere e della forza del cinema. Meno male che possiamo dilungarci a parlare di quanto sia stato prevedibile o meno quel dato premio o di come erano belle le star che abbiamo visto sul famoso red carpet. Com’è andata l’avete visto domenica notte o ne avete letto lunedì mattina appena arrivati in ufficio. Quest’anno, come non accadeva da un bel po’ di tempo, è mancato l’asso pigliatutto, ovvero quel film in grado di dominare sugli altri in maniera netta e decisa.

Andiamo a vedere nello specifico i principali film quante candidature avevano e quante statuette si sono poi portati a casa. Vita di Pi con 11 nominations, ha vinto 4 Oscar. Argo ne ha vinti 3 su 7. Les Misérables 3 su 8 e Lincoln 2 su 12. Ok, da questa mia selezione rimangono fuori Zero Dark Thirty, Django Unchained e Silver Linings Playbook, ma a livello di quotazioni e probabilità erano anche i film più deboli. La Bigelow dopo l’exploit fatto ai danni del suo ex marito con The Hurt Locker era difficile venisse ancora una volta incoronata. Tarantino per l’Academy rimane ancora un oggetto difficilmente identificabile: i due Oscar che ha vinto appaiono quasi scontati. Christoph Waltz ha vinto con un ruolo fotocopia di quello con cui aveva già vinto nel 2010: il suo King Schultz non è per nulla differente dal suo Hans Landa e, pur trovandolo eccellente, sembra quasi un premio dato d’ufficio. C’è poco da essere tristi o sconsolati per la sua vittoria, ma personalmente avrei preferito vedere salire su quel palco il vecchio Alan Arkin, che nella parte del produttore di Argo è assolutamente imbattibile. Fortunatamente è stato premiato Tarantino come sceneggiatore: se a inizio carriera la sua abilità poteva sconvolgere una struttura rigida e conservatrice come quella dell’Academy, col tempo – e parliamo di ormai più di 20 anni – è diventata la cosa più influente di Hollywood. Oggi una sceneggiatura come quella di Django – va detto, anche un po’ ripulita da quei salti temporali dei primi film – è un evidente gioiello che non si può non premiare. Probabile che si sentisse già il premio in tasca Roman Coppola che ha scritto insieme a Wes Anderson Moonrise Kingdom e che oggi è uno degli sceneggiatori a cui si guarda con più rispetto in certi ambienti, ma non è ancora il suo momento. Silver Linings Playbook, dell’ex figlio del Sundance David O. Russell, aveva tutta una serie di candidature che facevano quasi tenerezza per quanto erano poi realmente irrealizzabili. Parliamo di (come appare in superficie) una commedia romantica, con un attore dalla carriera fin troppo acerba e solitamente impegnato in film non proprio in linea con quelli che solitamente arrivano in nominations.

Detto questo, Bradley Cooper a mio avviso la sua candidatura se l’era più che guadagnata ed è probabile che da oggi in avanti il suo peso sia differente. Il regista David O. Russell, come detto, viene dal cinema indipendente: è uno di quei registi che ha modificato il concetto di cinema autoriale americano. Dei suoi film, di Three Kings come di The Fighter, se ne parla sempre bene esaltandone determinati aspetti, ma mai quello registico. Evidentemente il suo è uno stile più sottile, meno immediato di quelli di alcuni suoi colleghi e per questo viene spesso ingiustamente snobbato. Certo, bisognerebbe allora capire per quale motivo l’Academy lo ha preferito rispetto a Tarantino, la Bigelow e soprattutto a Ben Affleck, ma è una domanda a cui sfortunatamente non avremo risposta. Buona invece la vittoria di Jennifer Lawrence che, dopo essere già arrivata in nomination con Un Gelido Inverno, ha meritatamente vinto con una parte difficile ma svolta in modo maturo e convincente.

Concludiamo l’analisi delle nomination dei film in gara con i due casi veri e propri dell’anno. Il primo è Amour di Michael Haneke. Per quale motivo il film era nella rosa dei 10 migliori dell’anno e contemporaneamente nei 5 papabili migliori stranieri? E, secondo voi, quante speranze aveva di vincere Haneke come miglior regista? Nel 2010 era stato ignorato il suo Il Nastro Bianco a favore dell’argentino Il Segreto Dei Suoi Occhi (per altro, un ottimo film), mentre quest’anno arriva addirittura tra i nomi grossi. Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice per Emanuella Riva (bellissima e straordinaria). Ma chi ci credeva veramente? Pensate a cosa sarebbe successo se veramente Amour avesse vinto la statuetta come miglior film dell’anno. Si sarebbe aperto un varco spazio temporale nelle Marche che avrebbe sputato fuori un Leviatano volante The Avengers, che avrebbe scatenato una guerra tra Napoli e Messico. L’aver vinto come Miglior Film Straniero sembra a questo punto un contentino, una cosa scontata per un film e un autore che anche l’Academy non si può più permettere di ignorare. Altro pesce fuor d’acqua era Beasts of The Southern Wild, il bel film dell’esordiente Benh Zeitlin. Anche in questo caso: quante erano le reali probabilità di una sua vittoria?

L’Academy in questo momento sta tentando di capire quale possa essere quel cinema indie pronto al grande salto e sperimenta con registi e titoli come AmourBeasts of the Southern Wild.

Forse si poteva immaginare un Oscar alla più giovane candidata come Miglior Attrice, l’antipatica Quvenzhané Wallis, ma per il resto sembrava tutto uno scherzo. Forse, ma è solo un’idea, questi due film sono stati inseriti nella candidature di quest’anno per cercare l’effetto The Artist, ovvero intercettare in anticipo quel film capace di vincere un Festival come Cannes, ma al tempo stesso di attirare l’attenzione e la curiosità di un pubblico largo. Certo però è che sia il film di Zeitlin, che soprattutto quello di Haneke, non hanno neanche lontanamente quell’appeal che ha dimostrato di avere fin da subito il film di Hazanavicious. C’è anche da chiedersi per quale motivo si decida di voler allargare i candidati, andando a scegliere film così particolari e distanti dagli altri. I motivi sono essenzialmente due. Da una parte, da ormai qualche anno, i titoli in gara sono passati da 5 a 10. La questione è tutt’altro che banale. Hollywood, (come sappiamo e come abbiamo che più volte detto proprio qui in questa rubrica) ha, dalla fine dei Novanta in avanti, sempre tenuto d’occhio il cinema “indipendente”. Virgolettiamo appositamente questa parola, per tentare di rendere al meglio la sua natura mutevole. L’Academy in questo momento, in cui anche un David O. Russell è messo sullo stesso piano di uno Steven Spielberg, sta tentando di capire quale possa essere quel cinema indie pronto al grande salto e, al fianco di alcune matematiche certezze, sperimenta con registi e titoli come Amour o Beasts of the Southern Wild, due modi di intendere il cinema diametralmente opposti, ma che per l’industria dei grandi numeri e delle grandi produzioni evidentemente giocano nello stesso campionato. Dall’altra parte c’è anche la necessità di dare l’idea che dietro a queste scelte produttive ci sia anche del cuore. L’Oscar dato al Miglior Film è, come tutti sappiamo, il premio più apertamente e dichiaratamente produttivo che ci sia. Il fatto che a ritirarlo siano direttamente i produttori del film è l’evidenza di quanto appena scritto. Quest’anno sul palco è salito (e ha addirittura parlato) anche il regista Ben Affleck, forse per sottolineare l’evidente ingiustizia nel non averlo inserito tra i migliori registi, ma è stata un’eccezione. Inserendo questo tipo di film (ancora gli esempi di Amour e Beasts) si vuole dare l’impressione di una scelta più ampia e democratica. In realtà poi c’è una sorta di lottizzazione dei premi dati alle case di produzione più grosse. Quest’anno poi la questione s’è fatta particolarmente evidente con, come abbiamo detto in apertura l’assenza dell’asso pigliatutto, in cambio di una serena spartizione dei pani e dei pesci. Rimane il fatto che tutti noi, nel momento in cui abbiamo visto Amour, abbiamo sperato nella sua vittoria come si può sperare che il San Bassano Calcio possa vincere a sorpresa la Champions League in finale con il Barcellona.

Nei mesi precedenti alla premiazione sembrava che gran parte dei premi fossero già assegnati a Les Misérables, film che da noi hanno visto realmente in pochi. Dopo l’exploit (fin troppo generoso) del precedente Il Discorso del Re, Tom Hooper è uno dei registi più quotati in quel di Hollywood. Il film ha raccolto un numero impressionante di candidature un po’ ovunque in giro per il mondo, dai BAFTA ai Golden Globe, poi però i premi sono stati, nei casi più rilevanti, pochi. S’è salvata ancora una volta Anne Hathaway che, come abbiamo scoperto da qualche mese, ha il potere di dividere il pubblico in due fazioni. C’è chi la considera una diva dotato di un cristallino talento e chi invece la confinerebbe in Sud America a recitare nelle più orride e squallide soap opera. Il suo ruolo ne Les Misérables è a ben vedere poca cosa, soprattuto in termini di tempo, visto che nel film di Hooper si vedrà sì e no per 12 minuti e soprattutto se lo paragoniamo a quanto fatto da Sally Field in Lincoln. Ciò nonostante, s’è ormai deciso che questo è il suo anno e i premi per lei arrivano a pioggia. Per il resto, anche se durante la serata c’è stato un lungo spot con tutto il cast sul palco a fare una sorta di riassunto del film, Les Misérables è stato per lo più ignorato, portandosi poi a casa solo l’Oscar per il Make Up e il Sound Mixing.

Lo SqualoIncontri Ravvicinati del Terzo TipoIndiana Jones e I Predatori dell’Arca Perduta, o E.T. Vi ricordate poi de Il Colore Viola? Undici candidature e zero statuette. E penso sia un record.

Fondamentalmente l’unico premio a sorpresa della serata (e quello da me più temuto prima della cerimonia) è stato l’Oscar dato come Miglior Regista dato al taiwanese Ang Lee. Vi spiego per quale motivo era anche prevedibile. I candidati erano Spielberg, O Russell, Haneke e Zaitlin. Sugli ultimi tre ci siamo fondamentalmente già espressi. O Russell è bravo ma non se ne accorge quasi nessuno, Haneke e Zaitlin sono messi lì per far numero. In molti dunque avevano dato per scontato che la statuetta fosse già nelle mani del potentissimo Spielberg. Ma così non è stato. C’è anche da dire che la mano del regista nel suo Lincoln non è evidentissima e poi in tanti sembrano essersi dimenticati che l’Academy non è mai stata tenera con il regista di Duel. Per tanti, tantissimi anni è stato l’eterno candidato, quello che non vinceva mai. E non con filmetti: Lo Squalo, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Indiana Jones e I Predatori dell’Arca Perduta, o E.T. Vi ricordate poi de Il Colore Viola? Undici candidature e zero statuette. E penso sia un record. Certo, c’è stato il riconoscimento quasi dovuto per Schindler’s List e subito dopo quello dato a Salvate Il Soldato Ryan, ma anche in quel caso fu premiata solo la regia e non il film (ricordo per altro,con orrore e imbarazzo, che quell’anno trionfò Shakespeare in Love). Insomma, in fin dei conti Spielberg è sempre stato una presenza fissa agli Oscar ma pochissime volte ha ottenuto i riconoscimenti che probabilmente meritava. E quindi, per esclusione, la statutetta come Miglior Regista è andata per la seconda volta (la prima fu per Brokeback Mountain) ad Ang Lee, per chi scrive uno dei meno personali in circolazione. Un regista capace di passare con disinvoltura, ma senza mai evidenziare una sua precisa poetica, dal dramma famigliare di Tempesta di Ghiaccio (il suo migliore, per quanto mi riguarda), al western al femminile come Cavalcando con il Diavolo, al wu-xia di La Tigre e Il Dragone fine al cinecomics Hulk. Vita di Pi, film bizzarro tratto dall’omonimo libro di Yann Martel, ha vinto quattro Oscar di cui almeno due, sempre a mio avviso, sbagliati. Siamo più o meno d’accordo per quanto riguarda quello dato ai Visual Effects e alla colonna sonora, già vincitrice ai Golden Globe, ma risulta piuttosto strano pensare che abbia vinto anche per la regia, ancora una volta non particolarmente personale, e soprattutto per la fotografia, quando in gara c’era un maestro come Roger Deakins, collaboratore fisso dei fratelli Coen, quest’anno in gara con Skyfall. Questa era la sua decima candidatura, ma ancora non ha avuto la possibilità di piazzarsene una a casa. Peccato.

Concludiamo con una nota sulla conduzione della serata. La prima volta di Seth McFarlane è partita molto bene con un numero (forse leggermente troppo lungo) arricchito da un umorismo molto nelle sue corde. Il conduttore s’è messo a chiacchierare con William Shatner in persona che, nella parte del capitano James T. Kirk, lo avvertiva dal futuro che la serata sarebbe stata un flop pazzesco. Poi, al di là di qualche piccola frecciatina azzeccata o qualche strana iniezione di umorismo surreale, il tutto s’è fatto sempre più prevedibile e stanco. Forse è stata sbagliata la scelta di voler tematizzare per la prima volta la serata: per il 2013, un po’ per venire incontro al presentatore, noto anche per il suo lavoro come compositore (era anche in nomination per la canzone del suo Ted), o forse anche per omaggiare l’ex cavallo vincente Les Misérables, la serata ha avuto moltissimi momenti musicali, molti dei quali decisamente poco riusciti. Troppo lungo quello iniziato con Chicago e finito con Les Mis, troppo melenso quello che ha visto una stanca Barbara Streisand chiudere l’angolo In Memoriam.

Un’edizione insomma non proprio memorabile. Forse il meglio lo si è visto quando la povera Jennifer Lawrence è caduta sulle scale mentre tentava di ritirare il suo primo e meritato Oscar.

 

Immagine: un momento del balletto iniziale di Seth McFarlane

 

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