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Gli esteri non esistono più. E forse è meglio così

Gli esteri «non tirano» e «stanno scomparendo dai giornali»? Se fosse l’idea stessa di esteri a essere diventata obsoleta?

Dirò subito la verità: sono una giornalista che ama gli esteri, che ha cominciato a fare la giornalista perché voleva scrivere di esteri, e che ultimamente scrive sempre meno di esteri. Peggio ancora: sono anche una caporedattrice cui talvolta – ringraziando il cielo, non sempre – è capitato di respingere proposte valide di articoli di esteri perché sapevo che li avrebbero letti in pochi. Sono anche una lettrice, vivo nel 2015 e vedo lo spazio dedicato agli esteri sui quotidiani che si ristringe. Ma proprio perché vivo nel 2015 mi rendo conto che la cosa non può essere ridotta – perlomeno non in buona fede – a una questione di lettori “che diventano sempre più provinciali” oppure di direttori che “non capiscono niente”. La questione deve essere più complicata di così. È da un po’ che provo a domandarmi come la questione sia diversa e se esistano vie di uscite. E, visto che di recente mi hanno invitato a un panel al Festival del giornalismo di Perugia che in sostanza è dedicato al futuro degli esteri, ultimamente me lo sto chiedendo più spesso.

Bene, tolto il dente, tolto il dolore. Ho messo in chiaro perché mi faccio certe domande sullo stato degli esteri nel giornalismo e perché me le sto facendo adesso. Ora possiamo cominciare a parlare dello stato degli esteri nel giornalismo. Partiamo dai fatti. Che i media italiani dedichino sempre meno spazio agli esteri mi pare un fatto oramai riconosciuto nella comunità giornalistica nostrana. Non ho trovato dati certi e studi sulla questione, mi baso piuttosto su una percezione aneddotica di editor, giornalista e lettrice, e sul fatto che è condivisa da molti altri nel settore. In compenso ho trovato qualche indagine – ahimé non molto recente – che ha provato a quantificare la crisi degli esteri nel mondo anglofono. Anche se si tratta di dati, come vedremo, molto circostanziati.

Siamo davanti un fenomeno quantificabile, ma nei fatti non quantificato: gli esteri non tirano.

C’è uno studio condotto nel 2012 dal Pew Research Center che registra un calo di interesse del pubblico americano per le principali storie di foreign news tra il 2011 e il 2012. Problema: si tratta di una ricerca che riguarda solo due anni e riferita solo ad alcuni grandi eventi di cronaca, come il naufragio della Costa Concordia, il terremoto in Giappone e l’uccisione di Bin Laden, che dunque non riflettono l’attenzione generale per “gli esteri” tout court . Poi c’è un report, sempre del 2012, dell’istituto Reuters per lo studio del giornalismo che ci dà un’idea della diffusione dell’interesse per le notizie di esteri in alcuni paesi europei: mette gli esteri nella top-five delle sue priorità nei consumi mediatici il 48% degli inglesi, il 64% dei tedeschi, il 54% dei francesi e il 44% degli americani.

Poi c’è uno studio del Media Standards Trust, secondo cui lo spazio dedicato alle notizie estere sui giornali britannici è sceso del 39% nel trentennio tra il 1979 e il 2009. Il problema è che sono numeri vecchi e riferiti a un lasso di tempo troppo vasto per renderci conto del cambiamento di questi ultimi anni. Infine esistono alcuni dati sparsi sulla chiusura di uffici di corrispondenza da parte di grandi network e testate. Anche qui però c’è un problema, perché non è detto che l’eliminazione di uffici rifletta necessariamente un taglio nei corrispondenti esteri, né che un taglio tra i corrispondenti esteri nell’organico di un media rifletta una copertura minore: gli eventi all’estero possono essere coperti da freelance o giornalisti locali, per esempio.

Tutto questo per spiegare che siamo davanti a due fenomeni teoricamente quantificabili, ma che nei fatti non sono stati quantificati sufficientemente: da un lato un pubblico meno interessato alle notizie estere; dall’altro i media che dedicano meno spazio e investono meno risorse in esse. Come chi avrà lavorato in o con una redazione avrà sentito dire più di una volta: gli esteri non tirano. È una semplificazione, certo. Ma da qui si può partire per domandarsi perché gli esteri non tirano e che cosa si può fare per uscirne – ammesso e non concesso, s’intende, che sia una situazione da cui desideriamo uscire.

Ma forse è il concetto stesso di “esteri” che potrebbe essere in crisi, in un mondo globalizzato.

Ora, qui stiamo entrando nel terreno della più totale soggettività. Ma quanto al documentato non-interesse del grande pubblico nelle notizie estere vorrei avanzare un’analisi. Che, per farla breve, si riassume in due punti. Uno: può darsi che alcuni fattori (l’avvento della crisi economica, la fine del clima da scontro di civiltà da post-Undici Settembre) abbiano contribuito a fare diminuire l’interesse nelle notizie estere. Due: forse però è il concetto stesso di “esteri” che potrebbe essere in crisi, in un mondo globalizzato.

Quando ho cominciato a fare la giornalista in Italia era il 2002. Parlavo bene l’inglese e conoscevo il Medio Oriente. In quel periodo – parlo sempre della mia personalissima esperienza – i media italiani, o per lo meno una buona fetta di essi, sembravano interessatissimi a tutto ciò che potesse contenere le parole chiave “America”, “guerra” e “Islam”. Adesso il clima nel mondo nei media è profondamente diverso, e qualunque freelance può confermarvi che piazzare un articolo di esteri – anche a basso costo, anche dal campo, anche fatto bene e dall’angolo giusto – è difficile.

Io me la spiego così: in parte si è esaurito un filone, quello delle parole chiave “America”, “guerra” e “Islam”. Non tanto perché ci siano meno guerre e meno estremisti islamici in giro, ma perché raccoglie meno consensi un certo modo di pensare che vede in quei problemi una priorità assoluta. A loro volta la crisi e il suo perdurare volta hanno conferito un senso d’urgenza e una nuova priorità alle notizie economiche. Forse, in alcuni casi, l’economia ha sottratto spazi fisici agli esteri. Più probabilmente si è sostituita agli esteri in quello spazio mentale riservato alle “notizie serie che non sono politica”.

Eppure, si diceva, c’è dell’altro. In un momento in cui le notizie rimbalzano da un continente all’altro, e in continuazione, potrebbe essere l’idea stessa di esteri a essere in crisi. O se non altro l’idea di esteri come l’abbiamo concepita finora: ti racconto brevemente la cosa che è successa X nel paese Y, perché è mio dovere informarti su quello che succede nel mondo ed è tuo dovere lasciarti informare.

Il lettore, bombardato di informazioni, capisce che l’idea di “tenersi informato sul mondo” è illusoria

Oggi questo è un messaggio che non funziona, per almeno due ragioni. Primo perché la formula del “ti riferisco la notizia e lì finisce”, che per qualche ragione sembra perdurare nelle pagine degli esteri più che altrove, ha ben poco senso, in un contesto in cui “la notizia” probabilmente è già arrivata sotto forma di tweet, di titolo condiviso su Facebook o intravisto su qualche altro newsfeed. Poi perché il lettore/telespettatore, bombardato di informazioni e ben conscio di non potere seguire tutto, capisce benissimo che l’idea di “tenersi informato” su “quello che succede nel mondo” è illusoria. E, comprensibilmente, si domanda: perché la storia di Boko Haram in Nigeria dovrebbe interessarmi più, per dire, dell’ascesa di Podemos in Spagna o delle tensioni tra sciiti e sunniti in Yemen? Perché proprio quella notizia dovrebbe interessare proprio adesso e proprio a me? Se queste sono le domande che, almeno inconsciamente, si pongono i lettori, è evidente che la formula del “ti racconto brevemente la cosa che è successa X nel paese Y, perché è mio dovere informarti” non può funzionare.

Quanto al come rispondere efficacemente a queste domande, non credo esistano formule esatte. A volte penso alle linee-guida per i freelance di Foreign Policy. Secondo cui il compito di un bravo giornalista di esteri consiste nel sapere “unire i puntini” e “concentrarsi sul perché ciò che succede ‘lì’ importa ‘qui‘”. Altre volte mi chiedo se invece non sarebbe il caso di archiviare il concetto stesso di esteri e cominciare a pensare le notizie in base al rispettivo campo di interesse: una notizia sulla violenza contro le donne in India, per dire, è un articolo sulla violenza contro le donne, che incidentalmente riprende dei fatti indiani. Non, insomma, un articolo di esteri che parla di India, ma un articolo che parla di donne, violenza e che andrebbe incasellato, se proprio necessario, in quella categoria. Similmente un articolo che parla della crisi economica in Grecia è prima di tutto un articolo di economia e di crisi, e che incidentalmente si riferisce a fatti Greci.

«Costruire gli esteri sui temi, anziché sulla geografia»: è questo l’approccio che suggeriva un articolo apparso qualche tempo fa su Nieman Lab, citando BuzzFeed come esempio. «L’idea alla base è: come si può convincere la gente realmente interessato a notizie internazionali? È una domanda che penso si pongano molti editor», ha detto Miriam Elder, World Editor di BuzzFeed. «Ho iniziato a pensare che se qualcuno è veramente interessato ai diritti gay negli Stati Uniti, probabilmente sarà interessato ai diritti gay anche in Russia, in Uganda, e in Cina. Questo è il nostro modo di spiegare il mondo, attraverso un vettore tematico»

Confesso di non avere mai seguito troppo gli esteri di BuzzFeed e di avere scoperto solo di recente quell’articolo di Nieman Lab. Ma è un ragionamento che, con sfumature diverse, mi sono fatta spesso anche io. Di che cosa parliamo quando parliamo di esteri? Parliamo di molte cose, suppongo. Ma quasi mai di “esteri”.

 

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