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Girls e l’educazione sentimentale delle ragazze moderne

Cosa direbbe oggi Jane Austen se vedesse una puntata di Girls? Come Lena Dunham ha rivoluzionato il modo di raccontare la vita amorosa delle giovani donne.

Quando l’amica Jessa, disperata, si spoglia e entra nella vasca dove Hannah sta facendo il bagno (cantando “Wonderwall” degli Oasis), si siede e piange, nuda, davanti all’amica nuda, si soffia il naso con la mano e poi la sciacqua nella vasca piena fino all’orlo, Hannah è orripilata, e glielo dice. Puoi anche stare morendo, possono averti licenziata, puoi avere perso tutto, ma non ti puoi soffiare il naso in quel modo. È uno schifo. Stai lontana dall’acqua del mio bagno. Jessa ride, mentre piange, mentre cerca di schizzare Hannah con la sua parte di acqua lacrimosa, e dentro quella vasca si sente il rumore che fa la vita giovane quando scorre: con la capacità di tenere insieme il dolore e l’allegria, l’umiliazione e il distacco, il broncio e le cazzate. È un modo di affrontare l’esistenza e la sua confusione, e raccontarla, che avrebbe sconvolto Jane Austen: perché tutta quella sgradevolezza, tutti quegli errori e quella goffaggine così esposti, così nudi?

È un altro tipo di educazione sentimentale, questa, non meno poetica delle passeggiate nel Derbyshire con mister Darcy, ma certo meno dignitosa, completamente spogliata di orgoglio e di pregiudizio e di conversazioni pudiche sui cugini di quarto grado e sulla poesia (il genere di conversazioni il cui sottotesto è, quasi sempre: sei pazzo di me? Perché io sono pazza di te): nella vita di Girls, di queste ragazze che tutti chiamano millennial, non ci sono piani nascosti, parole indicibili, e al vento non ci sono soltanto le tette di Lena Dunham («vedo praticamente più le sue delle mie», dicono le spettatrici), ma tutto il percorso accidentato e pieno di pozzanghere e di momenti esaltanti, di sesso sul pavimento e di frigoriferi svuotati la notte, di occhiaie e ossessioni e lenzuola stropicciate di giorno. Di chat sui telefoni, con il relativo disgusto maschile per quelle che usano le faccette e mandano cuori e bocche con il rossetto e orsetti che significano: ti abbraccio.

Elizabeth di Jane Austen non avrebbe forse mandato faccette, ma certo non avrebbe nemmeno ballato da sola per casa in mutande, non avrebbe chiesto al suo capo di fare sesso con lui e soprattutto non avrebbe ricevuto un rifiuto. O, almeno, Jane Austen non glielo avrebbe permesso, l’avrebbe ricoperto di deliziosi cappellini, considerazioni sulla primavera e lacrime silenziose, ne avrebbe salvaguardato il senso del pudore. Ecco perché, adesso, l’unica empatia che ancora riusciamo a provare verso signorine dell’Ottocento è quella data dall’innamoramento ostinato (e dal potere dei pettegolezzi), ma è qualcosa che già scivola via, svapora in Carrie Bradshaw a New York, distoglie spesso l’attenzione da mister Big per darla a tutto il resto: New York, l’amicizia, le domande assurde di Charlotte, le notti folli di Samantha, lo stupido orgoglio di Miranda, le chiamate da telefono fisso a telefono fisso e i messaggi in segreteria, ma le lezioni di sesso orale di Samantha hanno qualcosa di talmente glamour, mentre mima un pompino agitando una borsa di Hermès, che non c’è nessuno shock, e in fondo nessun riconoscimento. Non sono io quella, anche se a volte sarebbe grandioso, io sono quella che guarda i dvd di Sex and the City con le amiche e ride, e sospira su mister Big che passa davanti a casa di Carrie con l’autista e non scende nemmeno dalla macchina, e ci vede dentro decine di altri mister un po’ meno Big, illuminati dalla luce che fanno le grandi speranze.

Jane Austen, che cosa penseresti di tutto questo incasinamento sovraesposto?

Un’educazione sentimentale non dove essere per forza realistica, e andava benissimo sentirsi un po’ Carrie, anche senza avere mai indossato un paio di Louboutin (molte di noi non millennial scoprirono che esistevano scarpe con i tacchi altissimi e che rendevano bellissime e dondolanti soltanto guardando Sex and the City alla tivù, molte di noi ancora non lo sanno, o non ci sanno camminare). Ma era più un sogno che un’immedesimazione, una trasposizione di sé, come quando ci si sentiva Annie Hall senza essere mai state dall’analista, o Sally di Harry ti presento Sally senza avere nessun migliore amico di cui non accorgersi di essere innamorata, ma allora solo per il gusto di sentirsi speciali si torturavano i camerieri con ordinazioni assurde, con la salsa a parte, e la torta riscaldata, ma con la panna vera, non in lattina, nella speranza di fare colpo, di diventare irresistibili, di provocare dichiarazioni d’amore con l’elenco delle nostre bizzarrie. Poi non succedeva, al massimo un “Sei fuori di testa” biascicato dentro una macchina, e il cameriere esasperato aveva probabilmente sputato nel piatto con la salsa a parte. Era, e in un certo modo lo è ancora, Patrick Swayze con i pantaloni aderenti che arriva e dice: «Nessuno mette Baby in un angolo», e lei che un’ora prima ha detto: «Ho portato un cocomero» (da quel 1987, da Dirty Dancing in poi l’inadeguatezza e la goffaggine ebbero le fattezze di un cocomero). Ma questo è semplicemente il materiale su cui costruire un’educazione sentimentale, è il poster da mettere in camera, le cose poi vanno diversamente. Succede perfino che Darcy a un certo punto scompaia, non sia più il centro dei pensieri, o il lieto fine sperato. Magari Darcy è esistito, per un po’, ma poi si è rivelato uno psicopatico. Un parassita. Un maniaco. Un noioso sentimentale rompiscatole.

«Questo lascia spazio nella mia vita per il ragazzo sexy e responsabile che non ho mai avuto», dice Hannah all’inizio della seconda serie di Girls. Ma nella vita delle ragazze raccontate da Lena Dunham lo spazio è affollato quanto la stanza di un’adolescente: loro sono cresciute, i genitori in certi casi si sono rifiutati di continuare a mantenerle, annaspano, falliscono, fanno sesso, lo raccontano, si angosciano, indossano un’assurda canottiera gialla bucherellata, chattano e ammettono: «Sono sempre la prima a contribuire al disastro». Jane Austen, che cosa penseresti di tutto questo incasinamento sovraesposto, di tutto questo intrecciarsi di aspirazioni, dubbi, rimorsi, umiliazioni e cosce nude?

È stata la prima cosa scioccante de Il gruppo di Mary McCarthy, pubblicato in America nel 1963: quattro ragazze laureate in un college prestigioso alla prese con quel che succede dopo. Beh, dopo succede che lui guardi le gambe grosse di lei e spieghi all’altra che il baricentro basso è plebeo e non è sexy, succede che le dica: io non ti amo, ma è meglio se ti procuri un contraccettivo. Succede che la realtà non sia all’altezza dei sogni, e le lenzuola sporche, e la panchina fredda, e la cucina triste. Succede che qualcuno sia in grado di raccontarlo. Lena Dunham ha detto di essersi ispirata al Gruppo per inventare un mondo che forse è soltanto suo e forse invece è di tutti, almeno fino a quando ci saranno ragazze che mandano autoscatti nude, e un minuto dopo stanno cercando un lavoro, o lo stanno perdendo, o non sanno che fare della loro vita, o stanno mandando lo stesso autoscatto a un altro, per risparmiare tempo.

«Quando sarò una postina potrò raccontare di avere diretto la prima puntata di un telefilm», ha detto Lena Dunham a David Letterman, e non era la civetteria di una ragazza di grande successo, o almeno non del tutto: era l’angoscia che attanaglia ogni mattina, la paura di sbagliare, un unico grande errore e crolla tutto, oppure soltanto una serata orribile passata con un cretino, e allora il giorno dopo ecco, sa già che cosa mettere nella sceneggiatura («A volte mi chiedo: ma perché devo girare questa scena, così imbarazzante? Poi realizzo che la devo girare perché questa scena l’ho scritta io»). Non importa se sia la sua vita, o la vita delle millennial upper class, o di tanto in tanto la vita di qualche ventenne tatuata che fa l’università a Bologna: è di tutti. Appena tu mi lasci, appena io piango, appena lei mi scrive che ha fatto sesso con quello (e aggiunge una faccina schifata) e ora non sa come buttarlo fuori di casa. Appena io ricevo una foto di mutande rigonfie e te la giro, e tu rispondi che hai visto di peggio, però forse è ovatta.

Volete un’educazione sentimentale? Guardate me, guardatemi mentre mangio una torta da sola

Lena Dunham prende se stessa, gli altri, il mondo, Mary McCarthy, Nora Ephron, il test di gravidanza della sua amica, il poster in camera di Sex and the City di quell’altra, mischia tutto e se ne distacca, e intanto ha raccontato che cosa ci succede, lo smarrimento che ci prende, la cellulite di cui non ci è mai importato nulla davvero. E la scomparsa di mister Darcy: non esiste più, se non in forma di aspirazione, di pretesto. Non è attorno a lui che gira l’educazione sentimentale delle ragazze. Non è un uomo, e del resto sono talmente più intensi e drammatici i rapporti fra le amiche. Più interessanti di una storia d’amore, di un tizio che non si toglie i calzini, di un altro che manda foto del suo pisello e vuole sentirsi rispondere che è enorme (Alice Munro diceva di voler scrivere della società segreta e sovversiva delle ragazze, che si tengono vive le une con le altre, ma poi non l’ha fatto). Dicono che sia il narcisismo dei millennial, questo guardarsi e riguardarsi allo specchio fino allo sfinimento, e sentirsi speciali (coccolati, amati, incoraggiati, programmati per il successo) a creare l’ansia, l’insicurezza, e quella cappa di sgradevolezza che Lena Dunham riesce a mostrare: ma è una spiegazione noiosa, insufficiente, superficiale. Il narcisismo siamo tutti, la differenza sta nel coraggio di quelle tette al vento, di quel corpo non aggraziato sempre esposto, come un gesto potente, come una storia.

Volete un’educazione sentimentale? Guardate me, guardatemi mentre mangio una torta da sola, nuda, sul pavimento del bagno. Guardatemi mentre ballo da sola, mentre canto da sola, in mutande, guardatemi perché sono nuda anche mentre non lo sono. Come le ragazze di Mary McCarthy: non ci sono lenti colorate o gentili omissioni alla Jane Austen a proteggerle, non c’è una brughiera in cui incontrare l’uomo a cavallo che ci salverà per sempre, non c’è nemmeno tutto quell’eccesso di tempo libero. C’è la condivisione totale delle cose anche più grottesche, c’è un realismo doloroso che guarda in faccia tutti (nonostante le accuse di mondo chiuso per ragazze ricche). C’è la spudoratezza dell’imperfezione. Facciamo sesso via chat mentre carichiamo la lavatrice, ci soffiamo il naso nella vasca da bagno, sbandiamo, cambiamo troppo spesso la foto profilo di Facebook, controlliamo più volte al giorno i nostri ex fidanzati su WhatsApp, ci facciamo bloccare (Lena Dunham ha raccontato sul New Yorker di essere stata bloccata, con un messaggio affettuoso, addirittura dai genitori di un suo ex, e di essere andata fuori di testa per questo), non riusciamo a consegnare un lavoro in tempo, beviamo molto, ci lasciamo spesso, siamo ossessionati da quello che non è stato, dalla via di fuga che abbiamo perso, dal nuovo errore che stiamo preparando.

Non serve essere millennial, o leggere le precise, spietate e leggere cronache sessuali di Maureen O’Connor sul magazine New York (sesso anale a colazione, e le conseguenze del disamore sui social network) per sentire che questa è l’educazione sentimentale più vicina alla realtà in cui sia consentito specchiarci, e sentire l’affetto, la repulsione, la rabbia, anche il sollievo per non essere proprio così. Per apprezzare, perfino, il fatto di essere invecchiati, di essere un po’ più saggi, un po’ meno insicuri, di sapere scegliere mutande migliori di quelle. Lena Dunham sa che molte saranno perfino felici di pensare: io sono più magra, io ho più tette, io svuoto il frigorifero soltanto in circostanze eccezionali. Accetta il rischio di quella nudità, che non è soltanto un corpo nudo, ma un cuore nudo, e accetta, di conseguenza, tutto il peggio che ne viene fuori. Perché da quel peggio (come le polemiche imbecilli e finto femministe sulle sue foto ritoccate per Vogue, come il piacere di usare spesso la parola: grassa, per riferirsi a lei, come il fastidio per un corpo imperfetto almeno quanto la vita che gli sta intorno) esce anche il meglio, cioè l’unica cosa che conti davvero: una storia da raccontare, le parole giuste per farlo.

Dal numero 21 di Studio
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