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Giocheremo democristiani

Che c'entra la vecchia Dc con la Figc di oggi? C'entra tantissimo: il passato democristiano di Carlo Tavecchio, di Giancarlo Abete, del grande sponsor Matarrese e di molti altri. Una ragnatela di incarichi, vecchi ministeri, potere. La Prima Repubblica in campo.

Al solito, è stato Antonio Matarrese, esemplare giurassico di un pallone antico e incapace di ringiovanirsi nello spirito, nelle facce, nella carta d’identità, persino nel cuore, a indovinare la frase-epitaffio del calcio italiano, il giorno dell’elezione di Tavecchio: «E’ un democristiano come me, saprà fare bene».

Giocheremo democristiani, anche stavolta. In attesa di sapere se moriremo pure così (ma siamo vicini alla profezia autoavverante) il presente dice che non ce ne siamo liberati e che ci tocca ancora mescolare scudi crociati e scudetti. Anche perché tutto fila: ci sono poltrone da occupare, soldi (tanti soldi) da gestire, potere da spartire e l’animale cresciuto all’ombra della Dc ha sempre un passo diverso dagli altri, sa tessere trame, cucire alleanze, allestire tranelli, dividere e governare. Tavecchio, infatti: l’uomo che ha tenuto l’alleanza più o meno compatta nonostante l’onda contraria dell’opinione pubblica, dei social e persino dei giornali (dal terzo giorno dopo Opti Pobà, però. Con calma). L’uomo che ha cucito i suoi voti uno con l’altro, che ha firmato cambiali per voti, che ce l’ha fatta perché aveva deciso che quel posto doveva essere suo, che ha settantuno anni e non si sente fuori dal tempo pur essendolo. Un democristiano, appunto. Che Matarrese pensa di riconoscere dal coraggio, l’altruismo e la fantasia e invece lo noti molto più banalmente dal curriculum. Vengono da lì, dal partito che pure almeno due generazioni non hanno nemmeno visto sulla scheda elettorale (se non nei minuscoli surrogati nati dopo la diaspora del ’92). Ad esempio Carlo Tavecchio da democristiano è stato sindaco del suo paese, Ponte Lambro – nemmeno venti chilometri da Como, dal 1976 al 1995. Per capirci, un ragazzo nato il giorno della sua elezione a primo cittadino, quando il nuovo presidente della Figc ha lasciato la fascia tricolore andava all’università.

Prima, durante e dopo, Tavecchio ha avuto anche altre poltrone e sempre almeno una per poter stare col culo comodo e avere qualcosa da gestire. Anche adesso, che è al posto di Giancarlo Abete, presidente della Figc per sette anni e deputato della (guarda un po’?) Democrazia Cristiana per tre legislature, dal 1979 al 1992 (proprio fino all’anno della fine della Dc, con un tempistica goffamente uguale a quella delle dimissioni concomitanti con la fine – o possibile tale – della Figc). È che il calcio, da grossa industria del paese, attira politicanti e non sempre uomini strettamente legati allo sport. Comunque mestieranti della poltrona, che tra un incarico e un altro poi hanno trovato lo scranno più alto del pallone, magari anche andando incontro a vicende buffe, come gli atti parlamentari che danno l’onorevole Giancarlo Abete della Democrazia Cristiana (ala Forlani) relatore nella discussione del 13 gennaio 1983 «contro il deputato Antonio Conte: domanda di autorizzazione a procedere in giudizio». Antonio Conte, certo. Ma un altro. Ed è uno dei trentadue interventi fatti nella sua carriera di deputato, roba facilmente surclassata dal numero di interviste rilasciate in ogni intervallo delle partite della Nazionale.

Quindi il democristiano Tavecchio è laddove sedeva il democristiano Abete. E ha come sostenitore che rivendica il suo passato e lo divide con gli altri (da cui «è un democristiano come me»), democristianissimo: Antonio Matarrese, presidente della Figc per nove anni (dal 1987 al 1996, prima e dopo capo della Lega Calcio) e ora addirittura membro onorario della Federcalcio, eletto con la Dc dal 1976 (con 61mila preferenze) fino al 1994 persino resistendo al passaggio a Ppi post Tangentopoli, per cinque legislature, candidato più o meno a tutto e ancora capace di muovere i fili anche se il Bari non è più suo, l’ecomostro è crollato e il potere sembra essere finito. Sembra, ma mentre esaltava Tavecchio sembrava pure ringiovanito (ed è più anziano del nuovo presidente federale, con i suoi 74 anni). Certo, prima di esaltare il passato politico dell’ex capo dei dilettanti ora a capo del calcio, Matarrese ha anche detto che «i morti fanno parte del sistema» quando il pallone si fermò perché era appena stato ucciso Filippo Raciti, ma in quanto a dichiarazioni folli il suo protetto e ora successore certo non è da meno.

Antonio Matarrese, presidente della Figc per nove anni, fu eletto con la Dc dal 1976 (con 61mila preferenze) fino al 1994 persino resistendo al passaggio a Ppi post Tangentopoli, per cinque legislature.

Tavecchio, Abete e Matarrese hanno occupato poltrone e ricevuto incarichi anche prima di scalare il mondo del calcio, sono proprio nati democristiani e come tali hanno diviso pure i posti con i socialisti, perché così si faceva, e forse così si fa. Perché una volta qui era tutta Prima Repubblica e forse questo è pure l’ultimo avamposto della resistenza, alla Seconda e a ogni tipo di rottamazione o come la volete chiamare. Socialista, o almeno candidato per il Psi alle elezioni del 1992 è Luca Pancalli, che prima dell’arrivo di Abete è stato commissario della Federcalcio e ora assessore alla qualità della vita, sport e benessere della giunta Marino a Roma. Tanto per sparigliare (del resto, in ossequio a quanto combinato nel suo mandato da commissario) Guido Rossi si è fatto eleggere dal 1987 al 1992 con Sinistra Indipendente.
Dovrebbero arrendersi tutti i cacciatori di poltrone dinanzi a Franco Carraro, altro grande sostenitore del democristiano Tavecchio, che a capo della Figc c’è stato in tre riprese e con Goria, De Mita e Andreotti è stato ministro e poi un elenco di altre poltrone, compresa quella più lussuosa del Coni e quella di sindaco di Roma nata proprio dall’inciucio (che all’epoca non si chiamava così) noto come patto del camper, tra Craxi e Forlani, quindi Psi e Dc, che si accordarono per mandare un socialista in Campidoglio. Servirebbe troppo spazio per elencare le cariche di colui che ancora adesso si diletta da senatore di Forza Italia, quasi per tenersi in allenamento e non perdere il soprannome di poltronissimo (e la maestosa citazione di Franco Rossi: «In tutto il mondo, dopo Fidel Castro, Carraro è la persona da più tempo al potere»). Persino Petrucci, che è stato commissario per un anno appena della Figc ha ceduto di recente al fascino della politica: eletto sindaco di San Felice Circeo a maggio di due anni fa a capo di una civica con il suo nome e con convergenze Pd e, ovviamente, Udc. Ovvero, un po’ di democristiani. Niente, ci toccano. Andranno avanti fino a esaurimento scorte.

 

Nell’immagine in evidenza, Carlo Tavecchio il giorno della sua elezione (Paolo Bruno / Getty); nel testo, Tavecchio in Brasile (Claudio Villa / Getty)

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