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Gianni Clerici

Abbiamo incontrato uno dei migliori giornalisti sportivi per carpirgli qualche segreto del mestiere. Ci ha risposto che il suo modello sono i libri, non lo sport.

Gianni Clerici è uno dei migliori giornalisti sportivi italiani; probabilmente mondiali: è stato accolto nella Hall of Fame del tennis nel 2006. Classe 1930, già tennista nell’era pre-professionismo, ex telecronista di Sky in coppia con Rino Tommasi, continua a coprire i tornei per La Repubblica e perciò posso incontrarlo nella sua stanza all’Hilton Cavalieri di Roma durante gli Internazionali d’Italia, prima della partita che Flavia Pennetta perderà sotto i suoi occhi e dopo la partitella d’allenamento su un campo dell’Hilton alle otto di mattina. Nel corso della conversazione, con agio da nobile britannico si toglierà pezzo a pezzo il completo da tennista per indossare quello da dandy: pantaloni scuri e una polo bianca che porta sul cuore due racchette con sopra, scritto in corsivo, «Gianni».

Volevo chiedergli di insegnare a me e ai miei giornalisti come si diventa un buon giornalista sportivo, ma ho ricevuto altro e di più: la biografia di un ricco e colto figlio di papà, un personaggio  da Saul Bellow, pazzo, buono, frustrato, allegro, educato, simpatico e insoddisfatto. Parlando del tennis e del suo desiderio di essere considerato scrittore (l’editore attuale dei suoi romanzi e delle sue poesie è Fandango), mi riempirà di attenzioni; ascolterà quel che ho da dire (che qui non compare); parlerà al telefono con la sua «badante», una giornalista più giovane che lo aiuta nei suoi spostamenti a Roma; piegherà calzini di spugna e prenderà appunti per me.

Vive sul lago di Como «nella casa dei miei avi», a Milano, a Parigi, va a Lugano due volte a settimana, lì gioca con «la più bella banchiera di Svizzera» e gli hanno dato la cittadinanza «in quanto miglior scrittore di lingua italiana della Svizzera italiana». Ha una casetta nelle Prealpi. Per partire mi dice: «Non faccio parte della lobby», ma io comincio da altro.

 

Io e i miei amici cerchiamo modelli di scrittura di sport.

«Be’ ma i modelli sono i libri. Non di sport. C’è quel grandissimo libro sui cento libri da salvare. (Li ho letti tutti adesso non ne ricordo neanche uno.) Di un critico del New York Times degli anni Cinquanta. Io conosco solo gente degli anni Cinquanta. Ma quelli li conoscevo di persona. Quelli lì sono i libri a cui ispirarsi».

 

Insomma volevo parlare di giornalismo, però a Fandango mi dicono che lei vuole parlare del suo lavoro da scrittore.

«Ma io sospetto di essere considerato un po’ un meticcio… Ho scritto solo ventun libri di cui dodici di narrativa, lì ho sempre venduti, ho avuto delle recensioni buonissime, però non faccio parte della lobby. Meglio così, forse».

 

È soddisfatto della vita che ha fatto?

«Oh, be’, io sono un ricco che ha vissuto felicemente giocando a tennis. Faccio il giornalismo non per brama di denaro ma perché mi diverte andare in giro a vedere qualche torneo. Adesso faccio solo il tennis, ma ho fatto tutti gli sport. Una volta facevo tutto».

 

Che sport faceva?

«Ho scritto al Giorno nel ’56. Ho cominciato come inviato, tutto: Giro d’Italia, Tour de France. Facevo le mie robe di tennis, per le quali mi aveva preso alla Gazzetta dello Sport a diciannove anni Gianni Brera, che è stato una sorta di mio zio elettivo. E poi ho avuto la rubrica di basket, perché ho giocato tutti gli sport, giocavo a basket. Ho avuto la rubrica di sci, soprattutto, perché ero sciatore, e un po’ di tutto. Sono stato il primo ad andarmene dal calcio per disprezzo. Il direttore era Italo Pietra, un ex partigiano, e io vengo da una famiglia di antifascisti… Però mi ha licenziato per ventiquattr’ore e m’ha detto: Allora vai a fare il corrispondente o a Mosca o a Washington. Io non potevo perché dovevo amministrare la mia ricchezza. La ricchezza di famiglia. Infinite generazioni di commercianti. Como. Costruttori, setaioli… Como è tutto seta. Hanno fatto tutto per primi, si vantava molto il mio bisnonno, hanno costruito la Napoli-Pompei, lui era molto orgoglioso di questo. Strada, non ferrovia».

 

E la formazione sportiva?

«È raccontata in un racconto che ho scritto, su un bambino che impara a giocare a tennis al Tennis Alassio, che sono io. “Alassio 1939”, fa parte di un volume, credo si chiami I gesti bianchi… Ambientato negli anni miei, e quindi il bambino gioca lì subito prima che scoppi la guerra, al Lawn Tennis Club di Alassio, perché è amico di Lord Hanbury, che è stato il fratello del Lord che ha fondato i giardini della Mortola, celebri in Europa, quelli di Bordighera – una roba clamorosa, uno dei parchi di fiori più importanti d’Europa… E suo fratello, l’altro Hanbury, che non mi ricordo mai se si chiama Lionel o qualcosa di simile, era proprietario del Lawn Tennis Club di Alassio, ed è quello che ha costruito ad Alassio l’ospedale e ha messo l’energia elettrica. Perché gli inglesi venivano da noi come in un Dominion. Infatti lui era viceré dell’India, mi pare. Ed è uno di quelli che mi hanno insegnato a giocare a tennis».

(Divaghiamo un attimo sulle sue partite con l’agente Santachiara, poi mi chiede di dargli del tu.)

«…Be’ io sono un ex giocatore mica male. Cioè, secondo me fallito. Fallito perché giocare a tennis è come scrivere, se non vinci il Nobel, in fondo sei fallito. Se non vinci Wimbledon in fondo sei fallito».

 

Mi interessa sapere come si sviluppano le vocazioni altrui. Tu hai iniziato a giocare a tennis…

«Ma la mia si è sviluppata nel senso che io fino a due o tre anni fa, secondo il mio psichiatra, che non è il mio psichiatra ma è un mio amico, che è Fulvio Scaparro, che scrive sul Corriere della Sera, dice che non mi cura perché diventerebbe matto. Però secondo me e secondo lui io ho mancato tutta la vita di autostima. Io comincio a credere oggi, forse perché sono un po’ suonato, di essere un buonissimo scrittore. Non l’ho mai creduto».

 

Siccome non avevi risposto alle mie telefonate, mi ero preparato all’assetto: magari è uno antipatico.

«No io risulto quasi simpatico di solito, perché cerco di essere gentile con le persone. Sono molto gradito ai bambini e ai cani. È un buon segno».

 

Torniamo all’autostima. Volevi fare il tennista.

«Papà, che era stato un campione sportivo, perché era stato un corridore professionista di motocicletta (era il numero due dopo Nuvolari, con la Bianchi che allora era una motocicletta famosissima, negli anni Venti e Trenta), papà m’ha detto Giannino, cosa vuoi fare? Devi fare lo sport. Avevo sei anni. Lui era stato campione di salto con gli sci. Mio padre, sì. Perché sciavamo, sciamo tutti, siamo dei prealpini… Comunque m’ha detto Giannino, ti piace quel gioco lì? E davanti c’erano i cinque campi del Tennis Alassio, che ha una clubhouse straordinaria, che io ho ritrovato in India, a Agra, dove c’era la sede del vicereame in India. Lo stesso stile colonial. Ma meraviglioso. Perché gli inglesi venendo ad Alassio nel 1930 avevano costruito un club di tennis uguale al loro stile coloniale, sempre perché la Costa Azzurra era una colonia e la riviera italiana era una colonia.»

 

E quindi hai cominciato a giocare a tennis e poi sei passato al professionismo.

«Ma il professionismo non c’era. Il professionismo è nato nel 1968. Prima era dilettantismo. Guai, ti squalificavano. Chi intascava denaro veniva squalificato».

 

Sei andato a Wimbledon.

«Sì, sono andato a Wimbledon, sono andato a Roland Garros, facevo quelle robe lì. I giocatori erano o aristocratici o altoborghesi. I due campioni italiani degli anni trenta si sono chiamati De Morpurgo e De Stefani. Quindi per cominciare avevano il De davanti. Morpurgo era un asburgico di Trieste e parlava solo francese, poi gli han dato il passaporto italiano. De Stefani, no, De Stefani era di Vicenza, non so, di Verona, ed era solo NH». [Nobilis Homo, l’ho appena scoperto.] «Era solo nobile. Però eran tutti così. Questi qui giocavano senza il bisogno di denaro perché erano borghesi facoltosi. E ai miei tempi eravamo o borghesi facoltosi o ex raccattapalle. Per esempio io avevo un compagno di doppio che si chiamava Sirola, celebre anche per la sua statura, 1,97, è stato un bravissimo giocatore, molto forte, al quale avevo fatto trovare un posto di lavoro a Como come bagnino della Istituzione Deorchi. Finto. Lo pagava Deorchi e anche il mio circolo Tennis Como, che erano contenti di avere un giocatore nazionale. Quindi è stato così, finché poi non è nato il professionismo per una ribellione dei giocatori… Sono stato anche alla riunione alla quale a Parigi hanno deciso di inventare il professionismo. Wimbledon l’ha deciso, sono stati gli inglesi a spingere, perché avevano capito che i maggiori giocatori passavano professionisti ogni anno. È cominciato nel ’34, questo, nel ’35. Che il campione del momento, che era l’inglese Fred Perry (adesso ci sono in giro solo le magliette, basta) è passato professionista, quindi facevano dei tour di esibizioni. Il campione più pochi altri, otto… La prima esibizione è stata quella di Suzanne Lenglen, della quale io ho scritto tre biografie».

 

E quando diventavi professionista in quanto campione, potevi essere pagato.

«Ma non giocavi più i tornei. Eri escluso dalla competizione nei tornei. Io ho scritto una roba di tre chili e mezzo che è l’unica cosa mia che è stata un bestseller, si chiama 500 anni di tennis, tradotto in cinque lingue, forse adesso va in Cina, non lo so… Comunque lì dentro ho scritto tutto, solo che quando si scrive si tende a dimenticare, perché ci si libera delle cose. Io poi ora di quel libro sono stufo, mi fermano adesso al Foro Italico cento persone al giorno, io ho il mio romanzetto, Australia Felix [Fandango], che sono riuscito a dare a un mio amico che lo venda nel suo stand, ne ho già vendute quattro copie autografate, e tutti vengono da me e mi dicono: ma lei è quello di 500 anni di tennis, dico sì, però è una condanna».

 

E stavamo ancora parlando di quando cercavi di fare il tennista.

«Sì, cercavo di fare il tennista, avevo scarsissima autostima, e poi ho avuto due anni giovanili, a venti, ventuno, di impotenza psichica parziale. Poi sono diventato un grande seduttore, sono uno dei maggiori seduttori che conosco. Avevo avuto quella roba lì in seguito a un incidente, va be’ insomma non parliamone, e quindi mi deridevano, perché sapevano, perché si andava al casino insieme, e io riluttavo, e mi deridevano anche molto, e quindi io avevo questo complesso di inferiorità nei riguardi dei machos. Poi se Dio vuole è guarito in modo addirittura glorioso».

 

Mi fa piacere. E quando hai deciso di smettere di giocare?

«Ho avuto una gravissima malattia. Stavo giocando benino, perché mi stava passando il complesso di inferiorità, avevo le fidanzate, viaggiavo solo… prima viaggiavamo sempre due tre italiani, adesso invece da solo, parlavo inglese francese spagnolo, e viaggiavo, avevo cominciato a fare i grandi viaggi solo, e ho giocato un torneo a Beirut, che allora era un torneo importante… Insomma lì a Beirut, giocando sotto un sole per cinque ore, sole da deserto, seguitavo a bere acqua, e non c’è l’acqua minerale, e ho preso un microbo, qualche cosa, e m’è venuta, allora si chiamava itterizia, da virus. Quella che diventi tutto giallo. E non si curava. E allora sono stato all’ospedale sei mesi, seguitavano a cambiarmi il sangue, e ho avuto una diagnosi di morte fatta dal famosissimo medico del Milan. Mi ricordo che m’ha detto Sa, ho già visto un caso come il suo, Clerici, purtroppo è finito tragicamente. Io mi ricordo che quella mattina non mi sono divertito. Era il ’54, ’55. Poi son stato un anno senza giocare, poi ho giocato sei mesi, ma nel contempo ho fatto la laurea. In legge perché volevo fare storia delle religioni. Storia delle religioni c’era solo a Napoli. Io tuttora sono molto interessato alla morte, è la cosa che mi interessa di più. Anche perché è l’unica sicura. Studiavo molto, avevo due maestri molto importanti di… teosofia, chiamiamoli così, ero andato a Urbino. E ho fatto questa laurea in storia delle religioni, poi pensavo di diventare buddista, avevo scelto sufismo o buddismo, non ero particolarmente indirizzato al cattolicesimo per aspetti che non mi piacevano – però va bene, voglio dire, io sono una persona fondamentalmente religiosa – e dopo, e dopo non so più cosa ti dico…»

 

E dopo non hai più fatto il tennista.

«No, non potevo più. Ho cominciato a lavorare nell’azienda di tuo padre, e nel contempo, quando è venuto il Giorno… Ho lavorato nell’azienda di mio padre full-time per due anni, e lui era un oilman, il più grosso in Italia della benzina dopo i Moratti. Io conosco benissimo i Moratti, sono cresciuto quasi assieme».

 

E cosa facevi?

«Eh, facevo il figlio del padrone. Sì, ma ero bravo: avevo fatto un corso di specializzazione in olii minerali. Parlavo un po’ inglese, che serviva, perché noi avevamo i rappresentanti della Texas Oil Company. Eravamo grossi. E io facevo il figlio del padrone, ma non mi piaceva, non mi divertiva».

 

Come hai conosciuto Brera?

«Scrivevo sulla Gazzetta da quando avevo diciannove anni. Dai tornei mandavo degli elzeviri».

 

Come sei entrato in contatto? Non riesco a immaginarmi il mondo quanto era piccolo.

«Io scrivevo sulla rivista Tennis Italiano, da quando avevo diciassette o diciotto anni. Brera, e assieme il miglior giornalista della Gazzetta, Luigi Gianoli, che era uno laureato in filosofia, diplomato al conservatorio, che scriveva di cavalli sulla Gazzetta, ma scriveva di musica sull’Avvenire – ed era profondamente omosessuale… Difatti pensavano tutti che io fossi il suo fidanzato, e lui smentiva dicendo Ma fidanzato con quello lì? Ma a me piacciono i maschi… E infatti era fidanzato col centrattacco della nazionale di calcio. Che era tremendo. E insomma questo Gianoli ha detto a Brera, ma Brera tu non lo leggi Clerici? Brera mi ha letto e mi ha convocato subito. Io eleggo la gente, ho eletto gli zii. Io avevo degli zii cretini, tre, uno più stupido dell’altro, quindi come zii avevo preso Brera, Giorgio Bassani e Mario Soldati. M’hanno insegnato molto, tutti. Brera m’ha insegnato che non si può non conoscere la Storia, e m’ha suggerito alcuni… Brera ha tradotto quand’era piccolo alcuni autori francesi molto importanti. Soldati m’ha fatto conoscere metti Graham Greene in Costa Azzurra. (Ho conosciuto Hemingway a Pamplona per conto mio, perché andavo ai tori, sempre)».

 

Soldati che diceva?

«Era un bel tipo. Spiritosissimo. Una sorta di Groucho Marx. Non ha mai voluto far l’attore. Perché allora fare l’attore era una diminutio per uno scrittore e per il regista bravissimo che era. Ma io sono stato molto amico di Mario quando lui è venuto al Giorno. Film non gliene facevano più fare. Parliamo degli anni Sessanta».

 

Torniamo al tennis.

«Pensa che ho assistito al primo Open della storia, sono uno dei pochi giornalisti sopravvissuti ad aver assistito a Bornemouth in Inghilterra». (Poi si mette a parlare di razze secondo Brera, razze di cavalli e di uomini. Di Federico Tesio, il «più grande allenatore di cavalli della storia»… e di Brera usava le teorie sui cavalli per parlare di razze e calciatori.) «… Per esempio, oggi, quelli della costa dalmata son campioni di tutto. Guarda adesso Djokovic… sai, sono usciti quattro tennisti semifinalisti di Grande Slam da Spalato! E chissà perché: perché erano i fanti di Marina della repubblica di Venezia, perché erano quelli con più palle e più solidi di tutti».

(Un’altra divagazione irriassumibile ci riporta a parlare di religione…)

«La comunione l’ho fatta quando mi sono sposato, perché mia moglie è cattolica. Il prete m’ha detto: Ma non ha mai fatto la comunione? Ma lei ha 33 anni. Come Gesù Cristo, ho risposto. Lui si è messo a ridere. Allora le farò la confessione. Mi sono confessato, e mi ha chiesto: Lei ha mai ucciso? No, dico, no. Sono andato vicino durante la guerra, perché avevo 13, 14 anni e avevo la pistola e tutto, portavo i mitra ai partigiani, nella borsa da tennis, perché ero scemo, che se mi prendono mi mettono al muro. Ma mi divertivo, insomma. Sai, a 13, 14 anni si gioca. E allora dice Lei ha mai ucciso? No. Ha mai rubato? No. Ti sto facendo la mia autobiografia – che ho rifiutato di scrivere quando me l’han chiesto. In realtà l’avevo già scritta nell’ottanta e due amiche l’hanno appena ricopiata al computer. E sai una cosa? Tutto ciò che riguarda gli altri è interessante…»

 

E qui torniamo all’autostima.

«Potrei pubblicare una eterografia. Perché parlo di tutti questi di cui sto parlando con te, di Brera, di Soldati, di Ottavio Missoni, di Bassani… Ma quello che dico di me non mi pare altrettanto interessante di quello che so di loro».

 

Quando hai iniziato a scrivere narrativa?

«Alle medie. Tenevo il diario della squadra di calcio della mia classe. Credo terza A o terza B».

 

Sostanzialmente hai portato avanti tutto insieme. Io pensavo ci fossero delle tappe…

«A un certo punto ho smesso di lavorare, perché mio papà quando è venuto il giorno che aveva settant’anni, non stava bene di cuore, gli piaceva molto pescare, mi ha detto Gianni io smetto, allora gli ho detto Papà io non son capace di fare il tuo mestiere, perché è un mestiere vero, con studio, segretarie, quella balle lì, delle cose noiosissime, tutte le mattine alle sette sapere il prezzo della benzina sui vari mercati… e allora mi ha detto E cosa fai per vivere? E io: Faccio il giornalista. Potevo fare lo scrittore. Quello lì è un rammarico, forse. Chi lo sa se magari non ci riuscivo, cazzo. Ho il forte dubbio che magari ci sarei riuscito. Magari meglio. Chi lo sa. Magari no.»

 

Ma rispetto ai problemi di autostima, di soddisfazione, se tu scrivi di tennis in quel modo, la gente ti ha come riferimento.

Dice che per i giornali scrive pezzi troppo brevi. «Se no vorrebbero che facessi le interviste. Io odio le interviste, perché è quell’altro che parla. Allora cosa cazzo scrivi? Fai parlare quell’altro?»

 

Pensavo comunque che sei un punto di riferimento, la gente cresce leggendo le tue cronache del tennis.

«Sai più che le cronache è la televisione, che abbiamo fatto con Tommasi per trent’anni. Io però in fondo dico Cazzo, io ho scritto dodici libri di narrativa, e ieri ne ho venduti quattro perché c’eran dei tifosi che volevano la mia firma. E siccome ero lì vicino allo stand di un mio amico al quale ho fatto mandare 50 libri nella speranza di venderli, ne ho venduto uno, allora gli ho detto, Gliela faccio la firma, ma guardi che sto vendendo un romanzo. Lo acquistiamo subito! Io ho ringraziato, perché guadagno un euro e venti a copia. Voglio dire. La mia identificazione pubblica è con uno che parlava alla televisione. Quindi è un po’ scoraggiante. Forse no, magari dovevo fare il televisivo. Ma è colpa mia. Uno deve prendere delle decisioni».

 

Certo è difficile prendere decisioni lavorative quando non si ha bisogno di soldi…

«Io ho rifiutato di dirigere sport – e cultura – nelle televisioni di Berlusconi. Gli ho detto che scrivevo anche libri e lui ha detto Allora anche la cultura. Vendeva le case, lui. Gli ho dato il mio amico Tommasi che ha fatto il direttore di Telepiù perché gli davan tanti soldi, poi Tommasi è di destra quindi insomma andava d’accordo con Berlusconi. Io non sono né di destra né di sinistra, ma insomma non mi va bene il berlusconismo. Però non l’ho fatto perché non avevo strettamente bisogno di nutrirmi. Se no magari diventavo uno televisivo».

 

Alla fine li hai passati tutti con Rino Tommasi questi trent’anni.

«Tommasi è curioso pur essendo di destra, caparbio, macho. Gli voglio molto bene. Gli esce del senso dell’umorismo. Abbiamo esordito su Telepianerottolo. A Ancona c’era un match di tennis tra Italia e Svezia, al coperto, una cosa che si chiamava Coppa del Re di Svezia, e son venuti quelli di teleancona a dirci: Volete fare il commento alle partite?»

 

Come vi conoscevate?

«Anche lui è stato un giocatore. Un po’ meno buono di me. Però mica male. Tommasi ha tre anni meno di me. Però lui ha smesso di giocare perché doveva mangiare. Lui è un figlio di un fascista buonissimo, cassiere del Coni che ha consegnato la cassa piena di milioni a Milano ai partigiani… Come premio è stato epurato, senza lavoro sei anni, e Tommasi è dovuto andar via da Roma, cresciuto con l’idea che non essere fascista fosse una grandissima ingiustizia… Perché suo padre l’han trattato come peggio non si poteva. Subito dopo la guerra ai fascisti buoni han fatto delle brutte cose. Mio padre ha fatto la marcia su Roma, dopo due anni ha reso la tessera del fascio. È stato uno su diecimila. Però i fascisti gli hanno detto, mio padre veniva chiamato Garibaldi per certe sue qualità, gli dicono Guarda Garibaldi che non devi fare politica, se non fai politica ti lasciamo lavorare. Perché aveva fatto la marcia su Roma, perché era tornato dal Piave a diciott’anni e gli sputavano in faccia. Perché era uno sporco militare».

 

E da Teleancona, dove siete andati?

«C’è stata la mia cosa con Berlusconi, perché Berlusconi aveva saputo dal suo maestro di tennis che io ero un bravo giornalista. Allora mi aveva invitato ad Arcore per giocare a tennis, però quel giorno pioveva, abbiam parlato un po’ e m’ha detto Clerici io farò la televisione europea. Ne aveva appena comprata una. E su suggerimento del suo maestro di tennis voleva che io la dirigessi. E io vabbè non mi andava. Ma Berlusconi allora non c’era da dire vai con Berlusconi sei un figlio de na mignotta, allora lui non conosceva ancora Craxi…»

 

Be’ oddio c’era stato a scuola con Craxi…

«Sì ma non aveva conosciuto Craxi come politico».

 

Non l’aveva conosciuto biblicamente. Come siete arrivati a Telepiù?

«Alcune cronache, prima che arrivasse Rino, le facevo col maestro di tennis. Il maestro di Berlusconi. Luzi. Berlusconi l’ha definito Il contribuente più ricco di Monza.»

 

In quanto suo maestro?

«Perché questo Luzi ha cominciato a vendere azioni di Berlusconi, di quella che ora è Mediaset. Ricordo che le aveva offerte anche a me, io non le avevo prese ma era un affare della madonna. Quindi vedi potevo diventare un grande manager di Berlusconi, pensa che visione?»

 

No, era impossibile, poi dovevi avere le responsabilità…

«No, non andavo bene».

 

Da Studio numero 9

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