Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Come Game of Thrones è diventata una fanfiction su Game of Thrones

Un dialogo sulla serie del momento e sui suoi codici narrativi, dopo il finale di stagione.

Visto che è andato in onda il finale di stagione di Game of Thrones abbiamo chiesto a due nostri collaboratori che cosa ne pensano. Di tempo per discuterne, del resto, ce n’è molto: l’ottava e ultima stagione, stando alle voci che corrono, arriverà soltanto nel 2019.

Vincenzo Latronico: L’hai vista?

Francesco Guglieri: Sì e sono anche riuscito a evitare gli spoiler. In fondo, quando nelle settimane scorse degli hacker hanno rubato le puntate non ancora andate in onda chiedendo poi un riscatto alla Hbo, quello che stavano facendo era minacciare il mondo di spoiler! Si è scatenata una specie di sindrome di Stoccolma: dopo sei anni in ostaggio di una narrazione psicopatica e dal grilletto facile, piena di traumi e morti improvvise (la morte di Ned, Oberyn, Ygritte, Hodor… quella specie di Matrimoni da incubo che è stato il Red Wedding), senza mai una concessione ai “buoni” che non fosse, be’, al massimo una morte veloce, alla settima stagione lo spettatore, ormai, non ha nessuna intenzione di liberarsi. Anche se la porta è aperta e potrebbe scappare quando vuole: perché, ecco, tutta questa paura degli spoiler, in questa stagione, è stata inutile, eccessiva. Non succede nulla che non sia ampiamente previsto dalla grammatica di base della narrazione pop mainstream. In quest’ultima puntata, poi, si vede chiaramente.

VL: Ma non era in qualche modo un rischio inevitabile? Sin dalla prima stagione ci hanno abituati a che la posta dovesse essere sempre alzata. L’uccisione a tradimento di Ned; il Red Wedding; Jon trafitto dai pugnali. Come poteva proseguire? All’inizio siamo stati tutti rapiti (io per primo) dalla disinvoltura con cui Game of Thrones ha infranto la regola secondo cui i protagonisti non muoiono; ma alla lunga dei protagonisti che arrivino fino alla fine servono, e come ha detto Tyrion sui re, «ultimamente i protagonisti muoiono come mosche». E cioè: non pensi che in qualche misura era illusorio sperare che la grammatica non avrebbe finito, prima o poi, per ristabilire il controllo della storia?

FG: È vero. L’idea che “tutti possono morire” è stata una piccola trasgressione che, al pari delle scene di sesso (se ci fai caso sparite anche quelle –tranne un’ultima, quasi matrimoniale), serviva a rafforzare la norma. Da più parti si è parlato di eccessiva velocità di questa stagione. Non la velocità dei corvi che ci mettono troppo poco tempo per arrivare dalla Barriera a Roccia del Drago nella sesta puntata: quella lamentela è una classica pedanteria à la Sheldon Cooper. No, è una certa frettolosità nel ritmo narrativo che si lamenta. Tanto le prime stagioni avevano un ritmo lento, quasi meditativo, che permetteva il sedimentarsi di psicologie e caratteri, quanto questa ha fretta di arrivare alla fine: è inevitabile che questo comporti una maggiore linearità nello sviluppo, meno colpi di scena (non c’è tempo!) o ribaltamenti di schieramento. D’altronde, se si fosse avanzato allo stesso passo delle altre sei, ci vorrebbe ancora un lustro prima di arrivare alla fine. Il fatto poi è che con questa stagione, la serie ha superato i romanzi: non c’è più un materiale narrativo su cui basarsi (Geroge Martin ha già annunciato che ci saranno delle divergenze tra lo show e i due libri futuri): in un certo senso è come se la serie avesse smesso di essere Game of Thrones e sia diventata un’enorme fan fiction su Game of Thrones. La settima stagione è stata in fondo una grande storia di vendetta. È come se lo show restituisse allo spettatore tutte le soddisfazioni che gli aveva negato fino a quel momento: i buoni si rincontrano, le famiglie si riuniscono, le sorelle fanno la pace, Jon si mette con Dany e scopre di essere addirittura il legittimo erede al trono (l’eroe etico accede anche alla legittimità della legge: quale migliore happy end?). Ci si sbarazza anche dell’ultimo vero cattivo rimasto, Littlefinger. Che ne pensi?

VL: Questa cosa della sparizione dei cattivi, secondo me, è il grande problema di questa stagione e probabilmente il grande rischio per la prossima. Cioè, dal mio punto di vista la cosa strepitosa di Game of Thrones, all’inizio, era che la complessità dei personaggi ti impediva di parteggiare troppo nettamente – non c’erano i “buoni”, se non forse Ned, che però non è stato ucciso per la sua bontà ma per la spinta ostinata, quasi scema, a fare quella che riteneva la cosa onorevole: un tratto che potrebbe legittimamente alienartelo, o farti sentire che se lo meritava. E così via, negli scontri era difficile trovare una parte da cui stare: Cersei era una psicopatica sanguinaria, Stannis un mediocre consumato dall’ambizione, Robb mancava di leadership, Littlefinger e Varys non parliamone. Ma ora la battaglia è sempre più quella fra umani e zombie, e lì c’è poco da schierarsi, perché gli zombie sono – letteralmente – un fenomeno naturale, irriflessivo, privo di complessità. Avanzano e distruggono come uno tsunami, quindi in senso tecnico lo scontro fra vivi e morti più che una sfida fra due (o venti) personaggi ricade nello schema della sfida contro le intemperie, l’eroe solo nel deserto (poi qui il deserto è un caravanserraglio di draghi zombie brutta CGI, ma tant’è). Questa mancanza di complessità è simboleggiata benissimo dall’impoverimento dei picchi retorici dei dialoghi. Una delle frasi più memorabili di tutta la serie, per me, è «chaos is a ladder». La frase più memorabile della stagione sette è «death is the enemy», che, boh, non mi pare un granché. E con Littlefinger ora abbiamo pure perso uno dei due grandi retori (e Tyrion da quando non beve più così tanto luccica di meno).

FG: È come se con l’uccisione di Littlefinger si giustiziasse simbolicamente il vecchio Game of Thrones: non solo era il personaggio che aveva dato inizio a tutto, ma era anche l’ultimo personaggio “umano”, tridimensionale (più o meno, via), che agiva per il proprio interesse, e così facendo metteva in moto la trama e con i suoi intrighi tortuosissimi dava vita alle svolte narrative. Era la carta Imprevisti nella stanza degli scrittori dello show. Littlefinger con le sue estenuanti strategie manipolatorie è un lusso che non ci si può più permettere. Addio sorrisetti viscidi mentre ti accarezzi i baffi! Se vuoi è anche una vittoria del fantasy sul realismo: là dove c’era il romanzo politico e psicologico, adesso ci sono i draghi-zombi e l’erede al trono che va a dare qualche calcio nelle chiappe ossute degli Estranei.

VL: Esattamente. Ricordo che all’inizio, per convincere alcuni amici scettici che Game of Thrones valeva la pena di essere vista, insistevo sul fatto che era una serie in fondo estremamente realistica (psicologicamente, se non altro) sui meccanismi del potere e sulle disfunzioni familiari, una specie di House of Cards al cubo e sotto anfetamine ed esplosa. Sì, dicevo, ci sono i draghi e gli incantesimi, ma non c’entrano molto, sono fondali, come la Casa Bianca in House of Cards. Ecco, ora no: ora ci sono quasi solo draghi e incantesimi.

FG: Sì, ma il nerd che è in me gioisce: Game of Thrones ha reso edotti di situazioni, ambienti, topoi tipici del fantasy milioni di persone. Ehi, chi è adesso lo sfigato? E poi nell’epoca della peak tv, della parcellizzazione dei consumi, dello streaming e del binge watching, Game of Thrones è l’ultima serie davvero mainstream, condivisa, di cui puoi parlare a cena con gli amici abbastanza sicuro che anche gli altri l’hanno vista e sono in pari con le puntate. E sai che che ti capiranno se chiudi una conversazione con un definitivo Dracarys!

VL: Dracarys!

Fotografie scattate nei dintorni di Belfast, in Irlanda del Nord, nei luoghi delle riprese della serie, raggiunti da un’ondata turistica di appassionati  (Charles McQuillan/Getty Images).
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg