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Game of Thrones e le sue metafore

L'autrice americana di Carne viva (Sur) racconta la sua passione per la serie da una remota e senza connessione località della Spagna dove sta scrivendo.

Quando mio marito ed io ci siamo sposati, tra anni fa, abbiamo percorso la navata con la sigla di Game of Thrones suonata in sottofondo da un contrabbasso solista. Non era un matrimonio a tema Game of Thrones e non siamo per niente quei tipi di superfan che potrebbero contribuire alle dettagliate pagine wiki della serie, o discutere animatamente di come lo show della Hbo non rispecchi i libri. In effetti, nessuno di noi due li ha letti, io non ho neppure visto l’ultimo episodio, perché al momento mi trovo bloccata in una lussuosa residenza letteraria senza Internet. O meglio, c’è una vetusta connessione Adsl che non riesce a scaricare, per esempio, una singola immagine senza fare prima tre tentativi per un totale di quindici minuti, e quindi vedere in streaming una puntata in risoluzione 1080p è fattibile quanto ascoltare la verità-e-nient’altro-che-la-verità dalla bocca di Lord Baelish. Quella lingua biforcuta non cambierà mai.

Al di là di questa privazione, il milieu della residenza è fondamentalmente quello di Dorne, o meglio lo sarebbe se, oltre ai cocktail prima e dopo pranzo, fiori freschi, due interventi del personale in camera al giorno, pasti meravigliosamente semplici, deliziosi e nutrienti, vedute incredibili di una riserva naturale sulle colline a est di Girona, offrisse uno o più partner sessuali di uno o più sessi prescelti. Ma la situazione Internet la rende più simile alla cella sotterranea di Margaery: in una pantomima delle parole «voglio vedere mio fratello» dette a chiunque entri, sono la supplicante della la rete locale Iberbanda-3125.

The Game Of Thrones Effect On The Northern Irish Economy

Mi ci avvicino e percepisco qualcosa che, immagino, sia esattamente uguale al giudizio di quell’austera monaca figa di legno, costretta a forza nelle rigide pieghe del suo abito, e infatti la mia Sorella Iberbanda è altrettanto spietata. Inserisco ripetitivamente la chiave alfanumerica Wpa (che ormai ho imparato a memoria e borbotto a me stessa in solitudine come Arya con la sua lista di uccisioni: Gregor Clegane/75a9a, Ilyn Payne/8057, Joffrey Baratheon/13631…), e, come Margaery, non ricevo risposte.

A questo punto sto valutando se confessare qualunque cosa il fanatico padrone (il router) voglia sentire per ottenere la libertà (connettermi). Fosse pure la camminata della vergogna, alla fine potrei sottopormici come Cersei. Va bene. Chissenefrega. Chiamatemi puttana e tiratemi escrementi e godete della vista della mia nudità e della mia testa rasata. Basta che mi restituiate quel po’ di potere, e una brocca di vino decente.

Visto che non ho la minima dimestichezza con la tecnologia, i miei tentativi di comunicare col modem hanno la stessa efficacia di mettermi a urlargli “Hodor. Hodor. Hodor! Hodor, Hodor,  Hodor!” A casa mio marito è il Maester, ovvero il nostro informatico interno. Ho inviato un corvo dalla Spagna al Texas per spiegargli la situazione, e il suo commento è stato: «Credo che un modem acustico collegato al telefono fisso sarebbe più veloce». Ho colto che voleva essere una battuta, ma non l’ho capita. Ha detto: «Praticamente significa che potrei chiamarti sul fisso e dettarti il codice binario del film a voce alta mentre tu lo scrivi più rapidamente del ritmo a cui viene scaricato». Come avrete capito, guardo Game of Thrones per le metafore.

The Game Of Thrones Effect On The Northern Irish Economy

Ci sono altre serie del pantheon della televisione di qualità (The WireBreaking Bad) che metterei molto al di sopra di Game of Thrones, per quello che può valere un’incoronazione così soggettiva e paradossalmente assoluta come dire “questo è meglio di quello”, però ammetto che, per ordine di grandezza, non si possono fare paragoni. Un po’ come gli ospedali americani, che devono cambiare la misura dei loro strumenti – i tavoli chirurgici, le sedie, i divaricatori e gli ascensori – perché i pazienti obesi sono così tanti. Game of Thrones rompe il letto E non mi riferisco soltanto al numero di cavalli, al numero di comparse e al numero di cavalli-comparsa. Le altre serie si muovono in un mondo che sappiamo essere esistito (Mad Men), raccontano in maniera diversa una storia che abbiamo visto concludersi non molto tempo fa (American Crime Story) o partono da un frammento di storia reale e da cui attingere (The AmericansMasters of SexHalt and Catch Fire). Altri show sono quasi perfetti (The Knick) o perlomeno fanno impeccabilmente ciò che si prefiggono di fare (The Night ManagerUtopia). The Wire parla di un luogo reale e scava a fondo in problemi reali, Breaking Bad è un raffinatissimo studio del personaggio, ed entrambe le serie sono molto migliori di qualsiasi romanzo in lingua inglese che mi venga in mente sul piano della sofisticatezza, della realizzazione e del coraggio, e non mi stupisce di essere più emozionata dall’ultima serie di cui tutti parlano bene che dall’ultimo libro che tutti definiscono “originale” o “devastante” (cosa che, ovviamente, non è).

Ad ogni modo, tutti questi programmi sono ambientati sulla Terra! Game of Thrones, invece, è letteralmente un fantasy. Per questo non avverto nessuna urgenza critica. Mentre diventa sempre più difficile fare stare tutte le linee narrative, migliaia, in una puntata di un’ora, ho notato che il risultato è una serie di scene brevi e con produzioni complesse, con la regia dell’azione/storia che si compone di un 95% di grandi sequenze –  viste dall’alto di paesaggi aspri, introduzioni di scene centrali imponenti, adunate di truppe/sudditi con costumi immacolati – e un 5% di dialoghi.

Per forza di cose questa è una formula assurda, anche quando il livello della recitazione per il resto è sublime (Peter Dinklage e Maisie Williams mi hanno affascinata fin da subito; Sean Bean, Oona Chaplin e Rose Leslie interpretavano personaggi che sono morti tempo fa, ma a cui penso ancora). Non c’è recitazione che possa convincermi del fatto che Jorah l’Andalo abbia finito per trovare quell’anello così per caso, giusto perché l’amore gli ha fatto guardare in basso nel punto giusto. Che m’importa, però? La cosa potrà anche farmi ridere fino a cadere dalla sedia, eppure resto lì. È l’idea che mi interessa.

The Game Of Thrones Effect On The Northern Irish Economy

Rimango per l’idea del corvo a tre occhi e l’albero Weirwood. Bran con gli occhi girati che abbandona il suo corpo debole (è come me, che mi sono rinchiusa nella fretta data dall’Adderall per poter scrivere questo articolo, per poter scrivere in generale, in modo da poter entrare nella mia stessa mente fiacca come se, per un maledetto pomeriggio, potessi avere una visione warg).

Oppure Bran avvolto nei rami di quell’albero, di nuovo intento a fare sogni da veggente, che è come i miei figli adolescenti, sempre col telefono in mano e su Snapchat, incapaci di staccarsene anche se cacciati dagli zombie di ghiaccio. Se voglio la loro forza lavoro a disposizione per le faccende domestiche, dovrò trascinarli su una slitta.

Rimango per l’idea dei meta-lupi. Rimango per l’idea scandalosa che Jorah troverà una cura per il suo morbo grigio solo perché Daenerys gli ha detto di farlo. Perché se fossi mandata da qualcuno che ho amato in esilio per scrivere, non avrei altra scelta. Sarei costretta a scrivere.

Sono qui, soprattutto, per l’idea di Brienne di Tarth. Abbiamo scelto la canzone del nostro matrimonio non per devozione al suo significato, ma perché evoca l’idea di una grandezza ineguagliata. Volevamo percepire l’ampiezza dello slancio della nostra saga, sentire che avevamo attraversato gli oceani contro ogni probabilità, che eravamo tornati dal mondo dei morti, che avevamo sofferto e perseverato, che eravamo i legittimi pretendenti al trono del regno l’uno dell’altra. Anche se siamo i primi a prendere in giro il melodramma. Ma chissà che esserci incontrati non sia stato altrettanto epico e improbabile di aver scovato l’anello su quel pendio.

 

Fotografie scattate nei dintorni di Belfast, in Irlanda del Nord, nei luoghi delle riprese della serie, raggiunti da un’ondata turistica di appassionati  (Charles McQuillan/Getty Images).
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