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Funerali costituenti

I funerali di Emilio Colombo, il più europeista ed elegante dei democristiani (ma anche il più "rock"): era un'Italia diversa, come si dice sempre.

È – come si dice sempre – un’Italia che non c’è più, quella che assiste ai funerali di Emilio Colombo (1920-2013), senatore a vita, ultimo dei costituenti, presidente del parlamento europeo, presidente del consiglio, ventinove volte ministro; più di Andreotti, al cui funerale grande partecipò qualche settimana fa traballante ma fiero, salutando la folla sempre con quell’aria da primattore dei telefoni bianchi abbastanza unica nella classe politica italiana.

Ma è anche un’Italia diversa da quella di quei funerali grandi, da Democrazia Cristiana mainstream. Qui siamo nella nicchia: la corrente dorotea, dunque conservazione Dc in purezza – anticomunismo, attenzione alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche, del mondo industriale. Nacquero da una scissione contro il centro di Fanfani, coi ribelli adunatisi al convento di Santa Dorotea. “Eccoli lì, i dorotei”; fu la definizione-beffa di Andreotti, che ricordò poi come nel convento in questione venissero ospitate prostitute da rieducare. E di nicchia è anche il luogo: non la Roma medievale e turistica di San Giovanni Dei Fiorentini, ma una Roma novecentesca, al quartiere Africano, con le vie intitolate alle regioni della cosiddetta Africa Orientale Italiana, inizialmente con villini destinati ai dipedenti delle ferrovie dello Stato, poi coi palazzoni a otto piani di speculazioni successive (via Sirte, viale Eritrea, viale Somalia, via Mogadiscio…) in una Metropolis (il film) al sugo: oggi quartiere di borghesia media anziana, con targhe a caratteri grandi di ottone di odontostomatologi e urologi, e lungo viale Somalia, negozi di merceria con nome tipo “Regina”; pasticcerie anche mitiche, come Marinari, e poi odori strani non romani: di gomma, da negozio di scarpe da ginnastica, e di caffè, con diversi bar e baretti su questo viale Somalia che sembra un po’ la high street di un borough indipendente, e recentemente collegato con la city de Roma dalla recente metropolitana B1, già molto infiltrata e criticata, dove arrivando la mattina c’è Giorgia che canta, nelle casse, a palla (al ritorno, invece, Renato Zero). Un’umanità anziana ma fattiva, che assiste al funerale di Colombo (pubblico, non privato come quello del Divo) come al secondo grande evento del 2013, qui. Il primo, a gennaio, fu quando proprio di fronte alla chiesa di Sant’Emerenziana scoppiò un tombino e un geyser di 20 metri spruzzò per un paio di giorni, rompendo la quiete del quartiere e superando in altezza i palazzi di otto piani che sono il vanto e la cifra della zona.

La chiesa: sembra un cinema-teatro americano di provincia con le sue balconate ai lati e poi un grande mosaico absidale, spiega Wikipedia, opera del francescano frà Ugolino da Belluno che negli anni Sessanta ha realizzato un’opera che rappresenta il trionfo della Chiesa, anche molto sincreticamente, ci sono Paolo VI e Martin Luther King insieme alla Madonna; sembra la sala riunioni di una sala Onu donata da un artista del socialismo reale. Sotto, un fiorire di corone: ci sono quelle del Senato, quella della Camera dei Deputati, quella di Lista Civica, quella degli “Amici dell’Udc”, e quella della presidenza della Repubblica, con due corazzieri alti che la scortano, e due dei Servizi con auricolare che scortano i corazzieri.

Tra le autorità, in prima fila a sinistra, il sindaco Ignazio Marino, che per qualche strano motivo è la star di questo funerale; il più intervistato e fotografato; fa la comunione, prega a mani giunte, dichiara (anche che Colombo negli ultimi anni l’aveva cercato per dirgli delle cose che gli stavano a cuore di Roma, e che non sapremo mai). Accanto a lui i due capigruppo del Pd al Senato e alla Camera Luigi Zanda e Roberto Speranza. Nei banchi a destra invece la famiglia con le due sorelle Anna (con cui Colombo viveva) e Maria, residenti del quartiere, molto popolari. Ma il vero potere di questo funerale si nasconde nelle seconde file. Paolo Cirino Pomicino con aria affranta, abbronzatissimo; Rosetta Russo Jervolino, scattante, magra, con capelli nuovissimi, al momento della comunione saetta sul parroco e la prende per prima in assoluto.

C’è un alto prelato; Nicola Mancino, abbronzatissimo anche lui. Dietro, Pierferdinando Casini e Marco Follini, semicarbonizzati, sembrano Valentino e Giammetti in The last Emperor, ma con meno capelli. Solo in quinta fila, un Mario Monti mimetizzato tra la folla, omaggiato da pochissimi, con aria spersa, sembra un anziano del quartiere Africano. A destra, in piedi, Giorgio La Malfa, mentre seduti ci sono Arnaldo Forlani (Arnaldo Forlani) e Mario Segni. Forlani è assolutamente più giovane dalle ultime sue immagini pubbliche, quelle del processo mani pulite (1992) e qui si ha la conferma che nella ex Dc vale una legge biologica o ematologica per cui alla morte di un esponente gli altri guadagnano subito diversi anni di vita. E dal funerale di Andreotti sono già tutti molto più in forma. Diventano sempre più amici tra di loro, oltretutto. Ciriaco De Mita (abbronzato, unico senza cravatta) a Forlani (abbronzato con moderazione): “Ti trovo benissimo!”. De Mita alla Jervolino, che gli sistema il collo della camicia (da cui si intravede una grossa catena d’oro), come una mamma o badante paziente: “Stanno distruggendo tutto, stanno distruggendo tutto”, non si sa riferito a chi.

Alcuni politici forse un tempo importantissimi si baciano le mani a vicenda e promettono di rivedersi al più presto, cioè al prossimo funerale. Nonostante il gran caldo, c’è un odore di vecchie colonie e doppiopetti, un profumo molto sartoriale che a Colombo sarebbe piaciuto, anzi all’Eccellenza Colombo, come lo chiama per decine di volte sotto i gonfaloni della città di Potenza, della Provincia di Potenza e della regione Basilicata il vescovo emerito di Pescara Monsignor Francesco Cuccarese, che parla con voce imperiosa dei valori morali e politici insieme dell’Eccellenza Colombo, dando poi lettura del telegramma di Sua Santità che “eleva fervide preghiere di suffragio” per “l’insigne uomo delle istituzioni”.

Mons. Cuccarese parla a lungo di virtù familiari anche se l’Eccellenza Colombo è stato il nostro single man più fico della prima repubblica: non solo il più longevo ministro del Tesoro, il più europeista dei democristiani; di sicuro soprattutto cattolico adultissimo e probabilmente quello con la vita privata più scapestrata e rock. Si capì nel 2003 con l’indagine per la cocaina “a uso terapeutico” – a ottant’anni – ma si era intuito anche prima dalle cronache reali o immaginarie di festini oggi forse penalmente rilevanti e intercettati all’Hotel Parco dei Principi; e con la cripto-citazione nel manuale per ragazzi di successo del Dopoguerra italiano, Fratelli d’Italia, dove un politico molto importante sospira a un cameriere veneto del Toulà “penso sempre a te”, e quello risponde responsabilmente “pensi piuttosto all’Itaglia, eccellensa, pensi all’Itaglia”.

Come scrisse Camillo Langone anni fa in un lungo ritratto, Colombo “se fosse sposato e con figli oggi sarebbe un nonno decrepito mentre così facendo ha piegato lo spazio-tempo, mantenuto la pelle liscia e seppellito milioni di elettori”. Gaetano Cappelli, conterraneo, ricordò l’apparizione del Senatore nella loro Potenza: “Avevo cinque o sei anni e mi trovavo tutto solo in viale Mazzini. All’improvviso mi appare Emilio Colombo,una specie di Sant’Antonio da Padova, ma più elegante”. Con i suoi doppiopetti di Litrico, Colombo fino a oltre i novant’anni è riuscito a dar lezioni di regolamento parlamentare e sartoriale, minacciando i grillini di tenerli fuori da palazzo Madama se sprovvisti di giacca, e gestendo l’ordine in aula nelle giornate confuse post-elettorali. Era il volto gentilizio della Democrazia cristiana; la versione british dei dorotei, atlantista, europeista, industrialista. Naturalmente elitista. Ieri logico quindi che tutta la Dc e il quartiere Africano si siano messi il vestito buono e si siano profumati: anche Gabriele Paolini, disturbatore di professione, indossa una specie di frack e sta buono in chiesa. È il minimo, e quando la bara esce dalla chiesa per salire su un carro funebre sobrio, piccino, verde inglese, un piccolo applauso popolare nato dal basso viene subito soffocato dai democristiani educati al bon ton da Sua Eccellenza Colombo e dalla famiglia, perché giustamente in chiesa non si applaude.

I politici vanno fuori a fare le dichiarazioni, la famiglia riceve le condoglianze. Le sorelle Anna e Maria piangono, e ci sono tante signore con sahariana e gioielli che piangono tanto anche loro. Sul sagrato, tutti intorno al sindaco Marino, che inforca la bici guardato a vista da una triade di poliziotti-ciclisti con polpacci impressionanti; molte foto, e qualcuno che grida: “Tanto dietro l’angolo ciai la maghina”, e lui ribatte “seguimi così vedi”. E si spera veramente che abbia la macchina, o che a un certo punto prenda la metro, perché da qui al Campidoglio son 7 chilometri e ci sono trenta gradi. Invece il sindaco e la sua scorta dall’aria balneare partono in formazione a cuneo, uno davanti e due ai lati, prendendo inopinatamente via Tripoli, forse in direzione sbagliata o forse per far la Nomentana. Le sorelle Colombo, in tailleur shantung, salgono invece su un piccolo suv, guidato da un filippino gentile. E vanno via, piano piano.

 

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