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Dallo slow food a Marine Le Pen

Chiacchierata con Justin E. H. Smith, che insegna filosofia a Paris 7. Un americano a Parigi che vede il Fronte Nazionale e l'amore dei francesi per la vita francese come due facce della stessa medaglia.

Un terzo dei francesi voterebbe, e forse voterà, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che definisce l’immigrazione una «piaga nazionale». Marine, figlia di Jean-Marie Le Pen, ha anche paragonato la presenza di sei milioni di musulmani in Francia – molti sono cittadini francesi – all’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima affermazione le è valsa una denuncia per istigazione all’odio razziale, e circa la metà dei francesi considera Marine Le Pen “una minaccia per la democrazia” (mettendo i dati insieme, si capisce che quelli che non la considerano una minaccia per la democrazia ma non la voterebbero sono davvero pochi). Eppure, alle elezioni europee del prossimo maggio, ci si aspetta che il Fronte Nazionale faccia il botto.

L’ascesa dell’estrema destra xenofoba in Francia comincia a preoccupare qualcuno. Secondo Justin E. H. Smith, giovane filosofo nordamericano che insegna all’università Paris 7, Denis Diderot, è solo la punta dell’iceberg. Smith, classe 1972, doppia cittadinanza statunitense e canadese, è convinto che la xenofobia – o meglio una netta contrapposizione tra “noi” e “loro” che non riguarda solo “cittadini” e “stranieri”, ma “francesi autentici” e “impostori” – non riguardi soltanto l’estrema destra, ma sia un’attitudine assai trasversale nel dibattito pubblico francese.

Qualche settimana fa Smith ha pubblicato sul New York Times un op-ed intitolato “Does Immigration Mean ‘France Is Over’?” dove punta il dito contro gli intellettuali pubblici, definiti una «sottospecie pericolosa», in generale, e contro Alain Finkielkraut in particolare. La sua tesi, riassunta per sommi capi, è che in Europa, e in Francia più che altrove, c’è un’“ansia nativista” che riguarda i movimenti di estrema destra tanto quanto gli estimatori dello slow food: una nostalgia angosciosa nei confronti di un mondo e un modo di vivere “autentici”, e quindi migliori, che si teme possano essere soppiantati, o se non altro snaturati, dal flusso di immigrati da paesi non occidentali.

E non è una questione di destra e di sinistra: «C’è un presupposto, in qualsiasi interazione sociale, che può essere fatta una distinzione chiara e fondamentale tra le persone che costituiscono la vera Francia e gli impostori», scrive Smith. «È difficile trascorrere più di un giorno in Francia senza sentire qualcuno dire che la presenza degli immigrati sta compromettendo l’identità stessa del paese», prosegue il filosofo. Che, da nordamericano, pare un po’ sorpreso nell’osservare la distinzione linguistica, che vige in Francia ma vale pure in Italia, tra “immigrato” e “altre categorie di stranieri”, a cominciare dalla sua: un cittadino straniero giunto a Parigi per ragioni di lavoro, Smith si rende conto che il suo accento americano fa di lui «una categoria diversa di straniero», «non sono visto come un immigrato, bensì come una persona che si trova qui per scelta».

Se v’interessa, l’editoriale può essere letto per intero qui. Quella che segue è una conversazione via Facebook, editata per esigenze di fruibilità, con l’autore.

In pratica, il tuo punto è che la xenofobia in Francia è molto più mainstream di quanto non si pensi.

Quel pezzo ha avuto molta più risonanza di quanto non mi aspettassi. È stato tradotto dal Courrier International [l’equivalente francese di Internazionale, NdA] e questo ha provocato molte reazioni, inclusa un bel po’ di hate mail. Molti francesi, in soldoni, mi dicevano: non hai il diritto di pontificare sui problemi sociali in Francia con tutti i problemi che avete negli Usa. E, ovviamente, la mia reazione è stata: beh, sì, gli Usa sono un posto terribilmente disfunzionale, sono d’accordo, ma la vostra reazione nasce da un malinteso.

Quale malinteso?

È come se loro concepissero il ruolo del cittadino come, banalmente, la difesa della società in cui gli è capitato di nascere. Ok, ora che mi ci fai pensare non era un malinteso, era un disaccordo, ma tendo a pensare (ingenuamente?) che l’uno ridimensioni l’altro. In ogni caso, tutta questa reazione sulla difensiva mi ha colpito come una parte del problema iniziale che avevo provato ad affrontare… e cioè che la Francia è un posto molto, molto orgoglioso.

Credo di avere capito dove vai a parare…

È una cultura orgogliosa e ferita. C’è stata la sconfitta dell’impero, che è avvenuta molto tempo fa [l’Algeria, per dirne una, è indipendente dal 1962], ma che sembra sempre fresca. È una questione eterna, dal momento che la Francia fa tutto quello che può per mantenere una parvenza di impero in buona parte dell’Africa, per esempio rivendicando il diritto a interventi multilaterali. Poi c’è la questione del collasso della sicurezza [economica], di un welfare state che un tempo era stato solido, l’avvento del neoliberismo.

Veramente questa storia degli interventi unilaterali e del neoliberismo mi pare più una cosa anglosassone.

Beh, in entrambi i casi c’è il desiderio di replicare a livello regionale quello che gli Usa stanno facendo a livello globale, basta pensare a quello che hanno fatto in Mali. L’idea di essere in grado di intervenire è molto importante per l’identità francese. Questo desiderio di replicare l’operato degli Usa, però, va di pari passo col desiderio di tenere alla larga certe influenze culturali ritenute corrosive e associate con una cosa senz’anima chiamata America… insomma, la Francia sta facendo molto fatica a ritagliarsi un posto nel mondo, e questo ha molto a che vedere col passato.

Mi stai dicendo che riduci tutto a una questione di potere perduto?

Detto questo, sì, ci sono altre questioni oltre l’orgoglio ferito: c’è una smania di essere percepiti come player globale che non è tanto diversa da quella che c’è in Russia. Tra le potenze coloniali, la Francia è quella che ha fatto più fatica a rinunciare alle colonie. E in tutto questo la cosa più strana è che c’è pochissimo riconoscimento dell’eredità coloniale in Francia, anche se i francesi vorrebbero continuare ad agire da potenza coloniale.

Come fai a dire che in Francia c’è poco riconoscimento dell’eredità coloniale? Stiamo parlando di un paese che ha sfornato Fanon, Sartre e Foucault! [intanto penso che in Italia le riflessioni sul colonialismo sono più o meno pari a zero, ma questo a Smith non lo scrivo]

Dico l’uomo della strada. Intendo che si parla tanto d’immigrati però manca un riconoscimento generalizzato di cosa ha portato questi ex soggetti coloniali a vivere in Francia. Li vedono come stranieri e basta.

Anche se molti sono cittadini francesi?

Beh, è complicato. Qui in Francia c’è meno razzismo classico, o geografico, rispetto agli Stati Uniti. Qui quando vedono il colore della pelle di una persona, non pensano automaticamente “straniero”, e in Francia ci sono tante persone di origine africana che sono molto più integrate di quanto non lo potrebbero essere in America.

Insomma dici che il razzismo che c’è in Francia non c’entra proprio con la razza, che è più che altro “culturale”?

È un po’ come la storia degli amministratori francesi che, al tempo delle colonie, invitavano i capi locali a cena e quando questi imparavano a distinguere la forchetta dell’antipasto da quella della portata principale, allora erano riconosciuti come veri francesi. Se ci pensi, è il discorso che fa Finkielkraut, dice che quei selvaggi delle banlieue devono imparare a usare la forchetta se vogliono essere francesi. Poi però ti ritrovi, com’è successo il mese scorso, un po’ di gente a Parigi che grida “via gli ebrei dalla Francia”, ed evidentemente a loro il fatto che Finkielkraut sappia stare bene a tavola non interessa. Questa storia comunque mi ha convinto che non si può portare avanti una politica anti-Islam senza aprire le porte all’antisemitismo.

Tornando al tuo op-ed. Stando a quello che ho letto lì e ad altre cose che ho letto sulla tua bacheca, in pratica stai dicendo che la xenofobia è molto più mainstream, diffusa e, soprattutto, sdoganata, di quanto non si pensi. Che anche la nostalgia, diciamo “di sinistra” e “di classe”, per la vita francese, insomma lo slow food e cose simili, sono anche quelle cose un po’ xenofobe. Perché si parte dal presupposto che c’è un modo giusto di essere francesi, e dunque è l’altra faccia della medaglia della xenofobia in stile Le Pen.

Uh, mi ricordo che questa cosa ti ha un po’ stupito. Ho fatto arrabbiare un sacco di amici francesi, quando ho detto loro che il loro amore per lo slow food, per la convivialità, rimandava a dei concetti di destra. Ma, se ci pensi, è la stessa cosa che succede in Italia quando ci sono le ordinanze anti-kebab, nel nome dei cibi locali. Immagina che un kebabbaro apra proprio di fianco a una fromagerie… e tutto intorno c’è gente convinta che la fromagerie e gli altri negozi tradizionali sono l’espressione suprema del “fare le cose nel modo giusto”. In questo caso la xenofobia diventa molto più facile da giustificare, perché in teoria avviene in nome di un concetto, ufficialmente apolitico, come “la bella vita”. Ma in realtà è una discussione molto politica, perché si tratta di chi ha il diritto a stare dove. Non dico che lo slow food e il localismo siano intrinsecamente fascisti, dico che dobbiamo pensare diversamente ai valori fondamentali che si scontrano.

Più che xenofobia, però, mi pare una questione culturale…

Già, mentre all’estero la Francia continua a comportarsi come se fosse un impero, al suo interno il nazionalismo francese si è trasformato, da nazionalismo imperialista a una forma di nazionalismo culturale.

 

Nell’immagne: un frame dal film “Il favoloso mondo di Amélie” (Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain)

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