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Francesco, calciatore

Nella provincia emiliana Francesco Messori, quindici anni, nato senza una gamba, ha coronato il suo sogno di partecipare a una partita di campionato Csi. Ha anche messo a segno un assist. Raccontiamo la sua storia, una storia d'amore.

I capelli lunghi e ricci, raccolti, gli occhi azzurri, un sorriso bellissimo, un pallone davanti, la fascia di capitano. E anche due stampelle. E pure una gamba sola. Gli altri, no. Eppure erano in campo insieme, Francesco Messori e i suoi compagni, e i suoi avversari. A giocare a calcio sul serio, in una partita di campionato. Senza farsi ingannare dalle apparenze, uno contro l’altro e vediamo che succede. Succede infatti che Francesco, quindici anni passati ad amare il pallone incondizionatamente e a guardare il campo come fiero punto d’arrivo, si trovi davvero in campo con il pallone e sia tutto così normale. Gli altri hanno tutti due gambe, ma chissenefrega: l’attaccante è lui, ti domandi come faccia a correre e già lo vedi calciare. Bene.

Francesco ha solo la gamba sinistra, solo quindici anni e solo l’idea di essere un calciatore: martedì scorso è stata la sua prima partita ufficiale, dopo aver dribblato gli ultimi ostacoli della burocrazia e essersi sentito pronto. Titolare nel campionato Csi, con l’under 14 della Virtus Correggio (in deroga al limite di età, gli è concesso). Non Figc, perché la Federcalcio non consente. Ma comunque ufficiale perché vera. «Contro i normodotati», dice lui perché l’ansia da sintesi costringe a racchiudere tutto in una parola e non poter invece allargare il discorso al calcio che, quando si smarca dalla propria rigidità, ci fa somigliare tutti, dimenticando come siamo fatti e come siamo nati. Francesco non ha mai avuto la gamba destra perché è nato così, ma nessuno gli ha mai tolto il pallone dalle mani quando era bimbo e dalla testa mentre cresceva. E ha raggiunto un obiettivo inseguito da solo: «Il mio sogno da tanto tempo: il Csi ha dato l’assenso per il tesseramento due anni fa e adesso è arrivato il mio momento. Che poi non è solo mio: è di tutti quelli che hanno il mio stesso problema e la mia stessa voglia di giocare».

Il «problema» c’è, si vede, ma non si sente. Non quando Francesco gioca, non quando può sentirsi uguale. Forse mai, perché la forza di un pensiero positivo può travolgere anche il più banale dei pregiudizi. E provate a dire a un calciatorino di quindici anni che non deve sorridere: non ce la fareste e, infatti, non si può. Francesco è il piccolo Messi. Per il cognome, abbreviato per comodità degli altri e un po’ per vezzo proprio e soprattutto per amore di un giocatore che gli ha cambiato il modo di vedere il calcio: «È il mio eroe, il calciatore più forte e più bello da vedere».

«Adesso è arrivato il mio momento. Che poi non è solo mio: è di tutti quelli che hanno il mio stesso problema e la mia stessa voglia di giocare».

C’entra la passione, c’entra anche il tifo di un ragazzo della generazione che ha rotto i confini del pallone, che coltiva miti e conosce da vicino squadre che vicine non sono: «Tifo Barcellona e solo Barcellona. Per Messi, ovvio. Anche perché ho amato il tiki taka. Dico la verità: prima ero della Juve, poi ho scoperto questo mondo e sono andato di là. E non cambio più». Non cambia, ma questa è la sua storia: non cambia la sua testardaggine usata bene, la sua tenacia, il suo amore per se stesso. Perché questa in fondo è una meravigliosa storia d’amore, cominciata guardando a quello che c’era, non a cosa mancava: «Sono senza una gamba da quando sono nato, ho la passione per il calcio dallo stesso momento. Giocavo già a sette anni. In porta, con la protesi. Ma non mi piaceva: non lo sentivo il mio ruolo e la protesi era scomoda. Allora sono passato in attacco, con le stampelle». Sovvertire il linguaggio del calcio è anche parlare con naturalezza di strumenti che qui sono complici mentre per il resto sono motivo di indisposizione.

Un giocatore con le stampelle è infortunato, oppure è Francesco: «L’unica limitazione che ho in campo è quella di non poter toccare il pallone con le stampelle». L’altro è corsa e calci, palloni piazzati con il suo sinistro educato a fare tutto (il fatto che sia lo stesso piede di Messi resta comunque indicativo) e una partita inseguita per tanto tempo: «Mi allenavo con la Virtus Mandrio, ma era un squadra Figc e non avrei potuto mai fare una partita. Per questo poi ho scelto di passare alla Virtus Correggio e ai campionati Csi: l’esordio è stato possibile per questo». Tutto a casa, nella sua Correggio, il paese di Ligabue e anche dell’indagine dell’Asl che fece sapere che qui nascono in proporzione più pazzi e geni che altrove. E forse un po’ di pazzia serve. E anche del genio. Altrimenti non si sfonda il muro delle privazioni per accorgersi di avere in realtà tutto quello che serve. Tanto da giocare a pallone con gli altri. Come gli altri. Pure meglio del solito: «Il mister mi ha fatto i complimenti. Dice che ho giocato molto bene e forse lo pensa davvero: dovevo stare in campo solo il primo tempo e invece sono rimasto anche per metà del secondo. Ho fatto un assist e qualche altra cosa buona. Sono uscito dal campo assai soddisfatto, ho solo vissuto in modo un po’ strano i primi minuti. Poi ho preso il ritmo e non ho avuto problemi. Spero di essermi guadagnato il posto anche per le prossime partite».

C’era mamma Francesca, a guardare la partita. Senza nessuna preoccupazione. Era il piccolo Messi ad avere timori, però al contrario: «Il calcio è caratterizzato dai contrasti e io voglio che gli avversari non si tirino indietro con me. Temevo questa sorta di rispetto da parte di chi avere di fronte e invece sono contento che non ci sia stata: non si sono tirati indietro e mi hanno fatto senza saperlo un grande regalo. Voglio essere rispettato per quello che faccio, non per quello che mi manca». Parla con la naturalezza di un’adolescente, quasi senza accorgersi della potenza di ogni sua frase, quando le frasi sono così, quando cerca il contrasto perché di calcio si tratta e qualsiasi altra cosa è ovvia, persino il rifugio nella normalità perché «non gioco per essere d’esempio. Ma essere d’esempio fa comunque piacere».

«Temevo questa sorta di rispetto da parte di chi avere di fronte e invece sono contento che non ci sia stata: non si sono tirati indietro e mi hanno fatto senza saperlo un grande regalo. Voglio essere rispettato per quello che faccio, non per quello che mi manca».

Poi, oltre che esempio, è pure guida. A quindici anni? A quindici anni. Perché a vedere quella partita c’erano anche Renzo Vergnani e Anna Maria Manara, uno allenatore e l’altra responsabile della nazionale calcio amputati, che non sarebbe esistita se non fosse stato per Francesco: «L’ho creata due anni fa: avevo visto che all’estero c’erano già realtà del genere e ho pensato di farla in Italia. Ho cominciato da un gruppo su Facebook, ho raccolto persone e storie. Siamo di ogni età e dei posti più diversi: ogni mese ci troviamo per allenarci insieme, ma nel frattempo ognuno si impegna per conto suo». Già giocate tre amichevoli: due contro la Francia, una contro la Germania. E un torneo in Polonia, quinti su sei squadre ma con una tripletta di Francesco nell’unica vittoria. A dicembre ci saranno i Mondiali in Messico. «La prima grande manifestazione in cui giochiamo: speriamo in qualche vittoria, perché ci manca in ogni caso l’esperienza.

Le altre nazioni sono più avanti, da questo punto di vista: noi esistiamo da troppo poco». Noi siamo sempre troppo in ritardo, occorrerebbe dire. Ma chi si sente forte resta al suo posto, non cerca nemici: «Io non mi lamento, ad esempio, perché la Figc non permette il tesseramento. Ma certo non la prego: la mossa nel caso spetta alla Federazione. Altrimenti nei campionati Csi si sta benissimo. Ed è calcio lo stesso. Ora si è aperta una porta che vale per tutti: penso a chi giocava e, magari, per un incidente sfortunato si è dovuto amputare. Adesso ha di nuovo l’opportunità per andare in campo». E pensi a un quindicenne, studente al linguistico. Con i sogni da quindicenne: «In realtà ne devo pensare di nuovi: sognavo di giocare, e l’ho fatto; di incontrare Messi, e l’ho fatto; di giocare un Mondiale, e a dicembre lo farò. Vivo tutto con gioia». Ah, Saturno Guastalla-Virtus Correggio è finita 4-3. Stava per sfuggire, occupati a raccontare la storia di un piccolo Messi migliore dei grandi.

 

Nell’immagine, un frame da Youtube

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