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Football like never before

Di cosa si tratta: Football like never before (titolo originale: Fußball wie noch nie) è un film di 105 minuti realizzato nel 1971 dal regista tedesco Hellmut Costard. Piazzando sei telecamere in varie posizioni del campo durante una partita del campionato inglese 1970 tra Manchester United e Coventry, Costard focalizza tutte le riprese sul movimento in campo di George Best anche quando questi si trova lontano dall’azione. Lo status leggendario del soggetto delle riprese (1) e la rottura della logica che di solito “informa” gli eventi sportivi in tv, per cui il fulcro dello spettacolo calcistico è la palla; hanno reso questo film un oggetto di culto e ispirazione per anni a venire. Per gli interessati, se ne trovano scampoli su Youtube.

Che cos’era Ieri: È difficile dire cosa abbia spinto Costard a realizzare questo film, a parte la voglia di sperimentare in sé e per sé e di spingere un po’ più in là la definizione di cinema e di film. Una voglia che accomunava molti cineasti tedeschi della sua generazione; che contava – tra gli altri – Rainer Werner Fassbinder, Werner Herzog e Wim Wenders e che viene oggi ricordata come New German Cinema. Una generazione influenzata, in parte, dalla Nouvelle Vague francese, tanto che inizialmente i coevi la considerarono più una costola tarda e tedesca di quest’ultima che un movimento indipendente. Vista la longevità di Herzog e Wenders mi sa che i coevi avevano toppato di brutto. Rispetto ai sopracitati, Costard fu decisamente meno fortunato, tanto che questo film su Best – pur assai trascurato – rappresenta la punta dell’iceberg della sua carriera e potrei scommettere che nemmeno enrico ghezzi ha mai avuto il fegato di accostar lo sguardo a Der kleine Godard und da Kuratorium junger deutscher FilmDie Unterdrückung der Frau ist vor allem an dem Verhalten der Frauen selber zu erkennen o a uno dei suoi altri film con i titoli lunghi come la sinossi di una pellicola normale.

Quel che mi pare indiscutibile è che, con Football like never before, partendo dal cinema, Costard riuscì a giocare d’anticipo sia sulla televisione che sull’arte. Oltre che, ovviamente, sul calcio.

Che cos’è Oggi: In un articolo apparso nel 2008 su Frieze e intitolato The Art of Football, Jennifer Doyle, l’autrice, definisce Football like never before come “l’autentico momento warholiano nella storia del cinema calcistico”; mettendolo in contrapposizione con un altro film, Zidane: A 21st Century Portrait, di cui Football like never before non costituisce soltanto un antecedente ma la più evidente fonte d’ispirazione. Zidane: A 21st… è una pellicola che ricalca in modo praticamente filologico le premesse e le condizioni d’esistenza di FLNB. Le sole differenze tra le due, è che il protagonista non è Best ma Zidane, le telecamere non sono 6 ma 17 e, soprattutto,  che di Zidane etc… se ne è parlato abbondantemente, dal momento che qualcuno l’ha abilmente “venduto” come “cosa mai tentata prima”.

A sua volta Zidane 21st… è diventato così l’ispirazione per un altro “documentario sportivo” focalizzato sulle gesta di un singolo: Kobe Doin’ Work di Spike Lee, con protagonista Kobe Bryant. Rispetto al dimenticato modello originale però – per quanto si sforzino, “giocando” di abbellimenti – i lavori dedicati a Zizou Zidane e Kobe Bryant, sembrano simulacri stanchi di un’idea geniale che Costard seppe misteriosamente concepire ante litteram, ben prima che il connubio tra sport e televisione si saldasse tanto da creare quegli spettacoli iperbolici e ipertrofici che, televisivamente parlando, sono diventati il calcio e il basket a partire dagli anni ’80/’90. Ben prima cioè che le partite fossero riprese da più di una o due telecamere fisse a metà campo (come ancora accadeva nei ’70), ben prima dei replay a cui non sfugge nemmeno una goccia di sudore, ben prima degli sportivi/attori di se stessi, ben prima del culto delle personalità agonistiche. E la cosa, in ultimo, forse ancora più interessante è che Costard, con intuito davvero invidiabile, per realizzare questo documento che oggi si pone come uno spartiacque critico tra un prima e un dopo nella storia del rapporto tra spettacolo e sport, sceglie di inquadrare non un campione qualsiasi (nel Manchester giocavano tanti altri fenomeni, come per esempio Bobby Charlton) ma il campione che per primo ha incarnato la liberazione dello sportivo dallo stereotipo dello sportivo: il “soggetto alfa”. Al punto che, tirandola un po’ per i capelli, il titolo di questo film potrebbe quasi divenire ambiguo: tanto nel senso de “il calcio come non lo avete mai visto prima”, quanto nel senso de “il calcio, mai più come prima”.

Si potrebbero aggiungere molte altre cose in merito, per esempio notare quanto, guardandolo così da vicino, il calcio del 1972 fosse diverso da quello attuale, lentissimo al confronto, pieno di pause, incertezze, momenti in cui il pallone ancora riusciva a pascolare senza che nessuno gli si avventasse sopra in meno di un decimo di secondo netto. Ma sarebbe nostalgico e inutile.

 

 

(1) Per chi non lo conoscesse, George Best, è stata un’ala/attaccante irlandese entrata nella storia del calcio e del Manchester United tanto per le sue qualità tecniche quanto per le sue sregolate condotte di vita. È stato senza dubbio il calciatore più forte nella storia del suo paese e secondo alcuni lo sarebbe potuto diventare anche del mondo se il suo stile di vita non lo avesse condizionato così tanto. Fu una delle prime “prime donne”, uno dei primi calciatori rockstar di sempre; portava i capelli lunghi come un Beatles, amava la bella vita e le grandi spese. Le cose però gli sfuggirono di mano e l’abitudine passeggera del bere divenne una compagnia inseparabile che alla fine lo ha ucciso, a 59 anni, il 25 novembre 2005. La sua vita è stata documentate qualche anno fa da un discreto biopic che ha – tra gli indiscutibili meriti – l’aver immortalato questa frase: «Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili. Il resto l’ho sperperato».  Di recentissima uscita è Babysitting Best, libro scritto da Celia Walden,  una giornalista incaricata di ricordare a Best di scrivere la rubrica che teneva per il Mail On Sunday (una delle sue ultime fonti di sostentamento), ma che di fatto ha finito, date le condizione di Best, per fargli da “babysitter” durante gli ultimi mesi di vita. Da tempo Georgie aveva scelto di morire di alcol.

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