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Football Australia

Del Piero & co, gli emigranti calcistici nel nuovo mondo, dove l'universo del pallone è in espansione, con un occhio all'Europa e uno all'America.

Del Piero, Heskey, Ono, forse Ballack. Una manciata di anni fa sarebbero stati acquisti da urlo per una sicura pretendente al trono d’Europa. Oggi, con i quaranta che rallentano la corsa e fiaccano il piede, si sono trasformati in pionieri alla scoperta di un mondo tutto nuovo del calcio. Non più l’America e la Major League Soccer, quella sì, ormai quasi affermata. La nuova tendenza si chiama Tropico del Capricorno, Emisfero Australe: A-League, per la precisione. L’Australia (e una fettina di Nuova Zelanda) è il selvaggio west da esplorare per i Marco Polo del pallone.

Ci stavamo abituando, dopo anni di ripetizioni, ai nomi un po’ strani delle squadre nordamericane (Seattle Sounders, LA Galaxy, New York Redbulls, Montreal Impact), e i compiti a casa subiscono un ulteriore carico: i dieci team australiani, Sydney FC (facile), Adelaide United (facile), Perth Glory (si dirà “il Perth” o “il Glory”?), Central Coast Mariners, Brisbane Roar (Roar?), Melbourne Heart, Wellington Phoenix, Newcastle Jets, Melbourne Victory, Western Sidney Wanderers. Meglio così, che l’universo pallonaro sia in espansione è un buon segno per tutti. Appassionati, tecnici, businessmen, giocatori, scommettitori.

La Football Federation Australia (FFA, cui va riconosciuto il merito di aver scelto la parola “football” anziché “soccer” per arruffianarsi gli europei) è nata nel 2004, in concomitanza con l’attuale massima serie, la A-League, sostituendo la precedente NSL, National Soccer League (a sua volta formatasi nel 1977). Dieci, come detto, le squadre partecipanti, senza possibilità di retrocessione. La prima stagione, iniziata nell’agosto 2005, ha subito mostrato un netto passo avanti rispetto all’ultima giocata sotto il vecchio ordinamento. Un dato per tutti: la media di spettatori dell’ultimo anno di NSL era di 4.119, l’esordio della FFA ha raggiunto gli 11.627. Nello stesso 2005, anno di grazia del football australiano, i Socceroos battevano l’Uruguay assicurandosi un posto storico – il secondo nella storia – ai mondiali di Germania. Dove arrivarono fino agli ottavi di finale prima di essere purgati, sì, proprio da Francesco Totti.

Dal 2007 la colonna vertebrale del calcio australiano è la Fox Sports, che ha acquistato diritti di tutte le competizioni eccetto la FA Cup, versando cascate di soldi nelle casse della federazione (parentesi: Mediaset ha acquistato i diritti per la trasmissione delle partite del Sydney FC; si inizia domenica). Il problema dell’operazione risiede nel fatto che soltanto il 30% degli australiani ha un abbonamento pay-tv. La “ghettizzazione” dell’intero campionato di prima serie non si è rivelata, con gli anni, mossa lungimirante. E gli stadi, anche in Australia, hanno iniziato a svuotarsi. Dopo il picco di 14.608 spettatori di media, nella stagione 2007/08, è arrivato il tracollo: 9.831 nel 2008/09, 8.393 nel 2010/11, 10.490 nel 2011/12.

Quest’estate, la svolta, come già detto. E i pesanti investimenti sulle stelle europee sembrano pagare, considerato che il Sydney FC, per la seconda partita casalinga (la seconda domenica di ottobre), si trasferirà all’ANZ Stadium, gigante costruito per le Olimpiadi del 2000, con una capacità di quasi 84.000 posti. La maglia rosso-blu di Emile Heskey, invece, è subito andata sold out, costringendo i Newcastle Jets a ordinarne 5.000 in più. E l’introduzione della regola del “Marquee Player” anche per i calciatori australiani ha riportato “a casa”, dopo due grandi carriere spese tra l’Inghilterra e la Turchia, Brett Emerton e Harry Kewell. Con Marquee Player Rule si intende la possibilità, per i team (soggetti a salary cap), di “sforare” dal monte stipendi: norma adottata anche negli Usa, funzionale all’acquisto di stelle (Beckham, Henry, Del Piero appunto) come fossero steroidi umani alla crescita della competizione.

Il mondo nuovo del pallone, però, ha pazienza e sa di non doversi montare la testa. Perché la popolarità del football australiano – quello giocato con le mani – è ancora troppo alta per poter rivaleggiare: quasi 7 milioni di spettatori nell’ultima stagione, con una media di 32.748 a ogni partita (novemila in più della Serie A). Da non molto la Football Federation Australia ha aperto i confini all’ingresso di capitali stranieri – dal russo David Traktovenko vengono le fortune del Sydney FC – ed è iniziata la differenziazione/privatizzazione delle proprietà delle squadre, molte delle quali erano inizialmente nelle mani della FFA. E dal 2014 le partite della A-League saranno trasmesse in chiaro, per poter arrivare a un pubblico di gran lunga più ampio dell’attuale. Stessi passi della Major League Soccer: competenza, pianificazione, forti investimenti economici.

L’Europa è ancora la terra promessa, ma per lo sviluppo si guarda agli Usa. Di qui si impara il cuore, di là a maneggiare la carta di credito. Perché sì, da noi si pesca, e si deve ancora imparare un bel po’, soprattutto per fondare quelle basi di “football culture” che in Australia mancano del tutto – e il marketing all’acqua di rose sulle “famiglie allo stadio” che va per la maggiore laggiù andrebbe “incattivito” un po’ (leggi: ampliato a una base di tifosi più ampia) – ma il salary cap – mica il fair play finanziario, spauracchio ogni anno con data di scadenza posticipata –, stadi funzionanti e ricchi di facilities (basti pensare che c’è chi ha proposto di eliminare la vendita delle meat pies in favore di generi alimentari più europei) e una federazione moderna fanno, pazientemente, il loro onesto lavoro. Ci saremmo anche stancati di ripeterlo: rimbocchiamoci le macchine, non abbiamo – sulla carta – nulla da temere. Meno snobismo, cara Europa: inizia a imparare tutti questi nuovi nomi che sanno tanto di Nba. Potrebbero diventare importanti, un giorno.

 

Foto: Brendon Thorne / Getty Images

 

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