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Finestre sull’arte

Matteo Pericoli sbarca a Milano: in mostra decine di finestre d'autore, ritratte dagli appartamenti di scrittori, musicisti, artisti.

È uno degli artisti italiani più conosciuti a New York. Quando negli USA è uscito il suo libro Manhattan Unfurled, una visionaria immagine dello skyline di New York, due disegni senza soluzione di continuità lungo le due rive dell’Hudson, ne sono state vendute più di 50.000 copie. Si chiama Matteo Pericoli, è nato a Milano e oggi, dopo quell’exploit, è rappresentato da Andrew Wylie, l’agente letterario più famoso e richiesto del mondo (suoi autori, per esempio, Martin Amis, Milan Kundera o Philip Roth).

Adesso Pericoli sbarca a Milano per la sua prima esposizione meneghina, con una mostra inaugurata martedì 27 alla Casa dei Libri di Milano.

L’ispirazione per questo filone ha colto Pericoli quando stava traslocando dalla sua casa sulla 102esima strada di New York. Guardando dalla finestra, ha pensato “Sarebbe bello se potessi catturare questa vista semplicemente scollando una pellicola immaginaria dal vetro; potrei così arrotolarla e portarmela nel nuovo appartamento”. Da questo desiderio è scaturita la necessità dell’artista di provare a ritrarre prima la New York e poi altri luoghi attraverso le finestre.

Così è partita una magnifica ossessione, che ha portato l’artista a ritrarre finestre di persone significative in giro per il mondo: prima a New York, poi a Torino, dove nel frattempo si era trasferito, poi via via nel resto del mondo. Tra gli ospiti, oltre a quelli di seguito citati, David Byrne, Elmore Leonard, Cesare Pavese, Orhan Pamuk, Tom Wolfe, Nathan Englander e molti altri.

La mostra è curata da Alice Avaldi, con allestimenti degli architetti Matteo Ferrario e Salvatore Virgillito, e sarà aperta fino al 6 dicembre.

Ogni “finestra” è accompagnata dalla descrizione dell’autore/proprietario – o, in alcuni casi, dello scrittore e giornalista Bruno Gambarotta. La finestra di Borges è “descritta” dalla moglie Maria Kodama.

Italo Calvino: Marcovaldo alzava l’occhio tra le fronde degli ippocastani, dov’erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa.

Nessun dubbio, Marcovaldo è Italo Calvino pesce di scoglio e uccel di bosco e gli ippocastani sono quelli che vede dalla finestra del suo piccolo ufficio nelle bianche stanze einaudiane di corso Re Umberto. La sua piccola scrivania era laterale alla finestra e la luce arrivava da destra. Sono gli stessi alberi che da casa sua contemplava Primo Levi: Il mio vicino di casa è robusto. / E’ un ippocastano di corso Re Umberto; / Ha la mia età ma non la dimostra.
Nato a Santiago di Cuba da una madre botanica e un padre agronomo pioniere della floricoltura, vissuto a San Remo per i primi 25 anni di vita, Calvino si affaccia da quella finestra torinese nei primi anni del dopoguerra, in anni in cui le strade s’aprivano deserte e interminabili per la rarità delle auto, scrive a Franco Maria Ricci.

Per abbreviare i miei percorsi di pedone attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti.

Raggiunge la sede dell’Einaudi, sale al primo piano, si siede alla scrivania, dà ancora un ultimo sguardo agli ippocastani e inizia a scrivere sul retro delle bozze, per non sprecare la carta e non correre il rischio di dare troppa importanza al suo lavoro:Cosimo era sull’albero. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era il sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano.

Nessun dubbio, anche il Barone rampante è Italo Calvino.

(Bruno Gambarotta)

 

Natalia Ginzurg: A Torino ho abitato in quattro luoghi, ma per me Torino è soprattutto via Pallamaglio, affermò Natalia Ginzburg in un’intervista. La via, nel quartiere di San Salvario, nel dopoguerra è stata dedicata a Oddino Morgari. Ma la casa, al quarto piano del civico 11, è sempre lì e non poteva finire in mani migliori.

L’attuale proprietaria, Patrizia Monzeglio, ha ricostruito con amorevole dedizione i tempi e i modi dei passaggi della scrittrice in queste stanze; con Rosalba Durante sta preparando una mostra evento per ricordare i vent’anni dalla morte di Natalia, la quale visse tre diverse stagioni della sua vita in quest’appartamento. Una prima volta dal 1929: La nuova casa era all’ultimo piano e guardava su una piazza, dove c’era una brutta e grossa chiesa, una fabbrica di vernici e uno stabilimento di bagni pubblici. Frequenta il ginnasio Alfieri: Adesso, quando mi alzavo, guardavo l’ora centomila volte, un poco sulla sveglia che avevo sul comodino, e un poco sul grande orologio che stava sull’angolo della strada, proprio dirimpetto alla mia finestra.

Questa casa ha ospitato Filippo Turati, in fuga verso la Francia e Adriano Olivetti. Natalia ci ritorna una seconda volta nel 1938: Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a stare nella casa di via Pallamaglio. La lascia il 13 giugno 1940 con i due figli Carlo e Andrea, per seguire Leone al confino a Pizzoli, in Abruzzo. Alessandra nasce a L’Aquila nel ’43. Dopo la morte di Leone a Regina Coeli, torna una terza volta qui nel 1945: La fabbrica di vernici sulla piazza era bruciata in un bombardamento; e così lo stabilimento di bagni pubblici. Ma la chiesa era stata solo un poco danneggiata ed era sempre là, sostenuta ora da intravature di ferro. In quella chiesa sposa nel 1950 Gabriele Baldini e nel 1952 si stabilisce definitivamente a Roma.

(Bruno Gambarotta)

 

Nadine Gordimer: La vista dalla mia finestra è la mia giungla.

Un’oscurità verde di felci, calle, basilico lussureggiante, la grande silhouette di quella che è conosciuta come la pianta mostro, tutte molto più grandi dei loro vasi. Quattro frangipani, con i rami grigi delicati pieni di foglie e sporadici fiori proprio ora al loro culmine, sono uno schermo aperto sulla giungla.

La mia scrivania è a sinistra della finestra, un po’ indietro; quando mi ci siedo, mi trovo davanti un muro spoglio. Quando lavoro sono nella mia casa di Johannesburg. Ma con i sensi e con la coscienza, come ogni scrittore di romanzi ben sa, sono in un qualsiasi altrove dove sia ambientata la storia che sto scrivendo. Mi vengono in mente due esempi, tra i miei amici. Mongane Wally Serote scriveva poesie in una cella d’isolamento durante l’apartheid, lavorando con una mente ben lontana dalle mura di una prigione. Amos Oz scrive i suoi romanzi illuminanti su Israele tra la politica mediorientale, la storia e gli stati psicologici da una sorta di cantina in casa sua.

Non credo che a uno scrittore serva una camera con vista. Il milieu, l’atmosfera, il carattere dei personaggi cui lo scrittore sta dando vita. Quello che stanno sperimentando intorno a loro, ciò che vedono, è quello che lo scrittore sta sperimentando, vedendo, vivendo.

Non ci serve una vista, siamo completamente coinvolti nelle viste create dai e che circondano i personaggi che stiamo conoscendo.

 

Jorge Luis Borges: Nel quartiere Recoleta di Buenos Aires, una casa ha una finestra che è doppiamente privilegiata. Si apre su un cortile con un giardino, di quelli che qui chiamano pulmón de manzana - letteralmente, il polmone di un blocco – che le offre una vista del cielo e un insieme di piante, alberi e rampicanti che si insinuano lungo le mura delle case adiacenti e che segnano, con i loro colori, il passare delle stagioni. In più, la finestra protegge la biblioteca del mio defunto marito Jorge Luis Borges. È una vera Biblioteca di Babele, ricolma di vecchi libri, nei cui risguardi si leggono appunti scritti dalla sua piccola mano.

Mentre il pomeriggio avanza e alzo la testa dal mio lavoro per guardare fuori dalla finestra, potrebbe essere invasa dalla primavera oppure, se è estate, dal profumo del gelsomino o dalla fragranza dei fiori d’arancio, mischiati all’odore del cuoio e della carta dei libri, che davano tanto piacere a Borges.

Questa finestra ha un’altra sorpresa: da questa, riesco a vedere il giardino della casa in cui una volta viveva Borges e dove scrisse Le rovine circolari, uno dei suoi racconti più noti. Qui posso muovermi liberamente tra due mondi. A volte, seguendo Borges, mi chiedo quale dei due sia reale: il mondo che vedo dalla finestra, bagnato dal dolce bagliore del tramonto pomeridiano con la casa lontana che un tempo apparteneva a Borges, o quello della Biblioteca di Babele, con gli scaffali pieni dei libri che lui stesso un tempo toccò?

 

Gay Talese: Siccome ho evitato a lungo i lavavetri, dalla finestra del mio studio al quarto piano di un brownstone a Midtown Manhattan ho una vista sul quartiere piuttosto offuscata.

Molti anni fa, quando invece ogni tanto chiamavo i lavavetri per pulirmi le finestre, quelli non arrivavano mai in orario; dopo ore – quando finalmente avevo ripreso a scrivere – perdevo la concentrazione quando suonava il campanello e li sentivo salire le scale col respiro pesante e borbottando e i loro secchielli in mano. E poi, dopo aver aperto la finestra per lavare la superficie esterna del vetro, mi appiattivano con le suole degli stivali i chiodi messi all’insù che erano stati cementati sul davanzale da un disinfestatore per impedire ai piccioni di farci il nido.

E così adesso i piccioni hanno nuovamente accesso al mio davanzale, e la mia finestra è oscurata dalla sporcizia e dallo sterco degli uccelli, e il panorama di cui godo è piuttosto opaco e opalescente, come un quadro di Monet, e mi è difficile descrivere ciò che vedo siccome così tanto è lasciato alla mia immaginazione.

 

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