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Fine pena: immediata

Quando l'iniezione letale va male; il sorprendente perché dietro l'invenzione della ghigliottina; la storia del "Boia di Parigi"; l'ergastolo; nuove idee per la pena di morte: tutto sulla condanna capitale, dalla storia all'etica.

Terza puntata della rubrica “Scoperte”; la prima è qui, la seconda qui.

I.

«Un orrore. Terrificante. La cosa più brutta che io abbia mai visto. Ha iniziato a tremare, scalciare, aveva la convulsioni, faceva strani rumori, poi ha iniziato a urlare “Man!” ripetutamente e nelle sue convulsioni inarcava la schiena e tutto il corpo e cercava di alzarsi violentemente dalla sedia. Frustava la testa da destra a sinistra, urlava. Poi hanno chiuso le tendine e non abbiamo visto più niente. È stato uno spettacolo orribile». (Dean Sanderford, avvocato di Clayton Lockett. Lockett era un detenuto del braccio della morte dello stato dell’Oklahoma)

Dal 1976 ad oggi ci sono state 1378 esecuzioni negli Stati Uniti d’America: una media di 36 l’anno, quasi tutte tramite “iniezione letale”. La Cina, la Thailandia, Taiwan, le Filippine, il Guatemala e il Vietnam hanno anch’esse adottato questa formula per terminare la vita dei loro condannati a morte, tra il 1980 e il 2003 (anche se, da allora, le Filippine hanno abolito la pena di morte). L’iniezione letale nasce nel 1976, il che la rende il metodo di esecuzione capitale più moderno. Teoricamente, dovrebbe essere anche il “più umano”: l’idea sottintesa alla preferenza per l’iniezione letale è che la pena capitale tradizionale – per impiccagione, decapitazione, sedia elettrica – sia qualcosa di barbarico, di antico, di pre-moderno, che va modificato, reso civile. Il che vuol dire rendere il processo meno doloroso per la vittima, meno spettacolare per il pubblico, e infine  più “clinico” per le istituzioni.  E l’iniezione letale, in teoria, è proprio questo. Basti pensare al suo sinonimo: “put to sleep”, mettere a dormire, che è lo stesso termine che si usa quando si abbatte un cane malato, un gattino, uno stallone da monta vittorioso ma invecchiato. Non è un uccisione: è donare, finalmente, il riposo. È un atto caritatevole. È l’accompagnare dolcemente verso la pace un criminale torturato dai suoi demoni interiori. È una punizione, ma è umana.

L’iniezione letale è un incrocio di barbiturici, paralitici chimici e soluzione di potassio che procede in tre passi distinti. Prima di tutto, rendono la vittima dell’iniezione anestetizzata, in modo che non senta alcun dolore. Poi, come secondo passaggio, ne fermano la respirazione. Infine, ne “spengono” il cervello. Almeno, in teoria. Oggi, l’iniezione letale è in discussione, a causa di qualche “cattiva” esecuzione di troppo, come quella di Lockett, e della “scarsità” di farmaci adeguati, come dice il Washington Post in uno splendido articolo in cui racconta per filo e per segno l’esecuzione di Lockett. È talmente in discussione che lo Stato del Tennessee, che in precedenza offriva una scelta ai suoi condannati a morte tra la sedia elettrica e l’iniezione letale, ha passato una legge nel 2014 che dà allo Stato la capacità di decidere l’utilizzo della sedia elettrica nel caso che i farmaci necessari all’iniezione non siano disponibili. Alcuni commentatori hanno visto questa legge come un primo passo verso l’abolizione dell’iniezione letale. Allo stesso tempo, il Wyoming e lo Utah stano considerando una proposta di legge che propone il ritorno all’utilizzo dei plotoni d’esecuzione.

II.

«La lama cade, la testa è tagliata in un batter d’occhio, l’uomo non è più. Appena percepisce un rapido soffio d’aria fresca sulla nuca». (Citazione riportata dal Journal des Etats généraux del dottor Joseph Ignace Guillotin il 1° dicembre 1879, nella sua presentazione all’Assemblea Nazionale Francese)

Joseph Ignace Guillotin nacque a Saintes, paese di 20.000 anime nella regione Atlantica del Charente-Maritime, nel 1738. Oggi lo ricordiamo principalmente per aver dato il suo nome all’attrezzo che decapita la gente meglio di qualsiasi altro: la ghigliottina. Inizialmente, la macchina doveva chiamarsi “Louison”, nome poi reso più cute nel femminile “Louisette”, in onore del suo vero inventore, Antoine Louis. Poi, prese piede il nome di Guillotin, il politico che ne spinse l’adozione. Ma Guillotin era anche medico, e scienziato. Aveva, ad esempio, lavorato con Benjamin Franklin per investigare la teoria del “magnetismo animale” di Franz Mesmer, termine che poi è diventato “mesmerismo” e che giunge ai giorni d’oggi con la parola “ipnosi”. Un tipico uomo colto dell’epoca pre-specialistica, in cui tipi intelligenti potevano dilettarsi con l’anatomia, e poi col progettare una mongolfiera, e poi con la chimica, e poi con la poesia. Insomma: nel 1789, durante un dibattito sulla Pena di morte, Guillotin propose che tutti i crimini sarebbero dovuti essere puniti allo stesso modo, senza distinzioni di classe. Allora, infatti, solo i nobili condannati a morte venivano decapitati, spesso con un’ascia, e spesso, diciamo, “male”, cioè, necessitando di più colpi ripetuti. Il popolo, invece, veniva impiccato. Metodo anch’esso estremamente rischioso. L’impiccagione dovrebbe, teoricamente, uccidere in un momento, spezzando l’osso del collo della vittima. Molto spesso, però, questo non accade, e la vittima viene lentamente strangolata, scalciando ed emettendo versi osceni per un paio di minuti. Guillotin propose quindi un “macchinario” che decapitasse “senza dolore”, con la speranza che questo venisse trovato più “giusto” dal popolo francese. Erano quegli anni lì, anno in cui il popolo francese voleva principalmente questo: la giustizia.

La proposta di Guillotin venne accolta il 1° dicembre 1789. Conteneva il progetto di una allora non-meglio-definita “macchina per decapitare”, una macchina composta da due travi di legname unite da una terza trave trasversale ad esse, quest’ultima connessa ad una lama diagonale, pesante e affilata, che fosse in grado di precipitare nelle scanalature e troncare con rapidità e “senza ulteriori offese” il collo del condannato preso tra le due assi. Dopo un bando pubblico, l’offerta più conveniente per la realizzazione della ghigliottina fu quella di Tobias Schmidt, falegname tedesco conosciuto per la sua abilità nel lavorare clavicembali. Durante il periodo Napoleonico, si stima che la ghigliottina terminò la vita di 2000 persone, mentre durante il sanguinario periodo della Rivoluzione e del Terrore, si parla di circa 20.000 vittime. La sua più illustre vittima, Re Luigi XVI, ironicamente, si era occupato personalmente di perfezionare il design della ghigliottina. I suoi disegni in merito, forse alcuni dei più ironici documenti esistenti al mondo, si trovano ancora oggi, e sono consultabili, all’Archivio Nazionale di Parigi. L’ultimo condannato a morte ad essere giustiziato in Francia tramite la ghigliottina, invece, è stato Hamida Djandoubi, tunisino, nel 1977. Venne giustiziato in privato, dopo che l’ultima esecuzione in suolo pubblico francese, quella di Eugen Waldmann il 17 giugno 1939, spinse Daladier, Primo Ministro francese dell’epoca, a bandire tutte le future esecuzioni pubbliche. Pare che la morbosità con cui i mezzi di informazione documentarono i fatti causò un’indignazione quasi globale e che il “comportamento isterico” degli spettatori fu talmente scandaloso da non lasciargli altra scelta.

III.

«Se gli Imperatori, i Re e i Dittatori riescono a dormire bene, perché non dovrebbe farlo anche un boia?» (Risposta data da Charles-Henri Sanson, il “boia di Parigi”, a Napoleone Bonaparte che, dopo il suo ritiro dalla posizione di boia, chiese a Sanson se riuscisse a dormire bene la notte)

Charles-Henri Sanson è stato il più celebre boia della storia: il boia di Parigi. Fu lui a decapitare Re Luigi XVI, ma decapitò, in tutto, ben 2918 persone negli anni della Rivoluzione. Uccise sia il Re che la Regina Maria Antonietta, sia Robespierre che Georges Danton che Jacques-René Hébert. Uccise aristocratici, Girondini, psicopatici, ladri, assassini, Montagnardi. Era noto come Sans Farine, Senza Farina, per l’abitudine di mettere le teste decapitate in sacchi di farina vuoti.

Dopo la Rivoluzione, il supporto dato da Sanson alla ghigliottina fu fondamentale: fu lui l’ispettore capo incaricato di verificare la fattibilità e la funzionalità del “progetto ghigliottina”. Si ritirò nel 1795, dopo una carriera di 46 anni, sfinito, forse devastato da tutta quella morte, da tutte quelle teste rotolanti. Il lavoro passò a suo figlio, Henri. Oltre alla moglie, Anne-Marie Jugier, che lo detestava, e al figlio, Henri, che ne aveva paura, Charles-Henri aveva un solo amico: Tobias Schmidt, proprio lui, il falegname e produttore di clavicembali tedesco che avrebbe poi disegnato la ghigliottina. Schmidt e Sanson si trovavano spesso la sera per suonare il violino e il violoncello, comporre musica, fumar pipe. Oltre a uccidere migliaia di persone e ad amare gli strumenti a corde e le composizioni di C.W. Gluck, Sanson era un grande appassionato di medicina. Praticava molto spesso autopsie ed esami medici sulle sue stesse vittime, e cresceva erbe e panacee nel suo orto, dalle quali produceva medicinali fatti in casa. Morì nel 1806: cause naturali.

Uno dei racconti migliori di Jim Shepard, maestro della short-story americana, si chiama “Sans Farine”e racconta la vita di Sanson. È commovente. Ci fa ragionare sul peso della pena di morte non solo in termini astratti, e sociali, ma in termini della singola coscienza di un boia. È per questo che i plotoni d’esecuzione sono composti da più cecchini: solo uno di loro tiene in mano il fucile che effettivamente ucciderà il condannato. Gli altri sono caricati a salve. Quest’incertezza dovrebbe, in teoria almeno, proteggere “l’anima” dell’esecutore.

IV.

«Ci siamo rivolti a Lei, per richiedere il ripristino della pena di morte… Una pena perpetua è già in sé una forma di tortura… Non si può continuare ad utilizzare l’ergastolo come mezzo per mettere la propria coscienza al riparo dall’annullamento di una vita umana dato dalla pena capitale. L’ergastolo è morte lenta ed inesorabile, più disumano e crudele, che ha il solo vantaggio di preservare la società civile dal rendersi conto che sta uccidendo i rei. Ma la pena dell’ergastolo non si può ammettere per ragioni estetiche». (Lettera aperta al Presidente Giorgio Napolitano di Carmelo Musumeci, ergastolano, pubblicata da La Repubblica 2009)

Il dibattito sulla pena di morte è complesso, difficile, e coinvolge opinioni personali sulle quali non voglio esprimere giudizi. Personalmente, sono contrario, come sono contrario pure all’ergastolo. Ma, indipendentemente da quello che ne penso io, in seguito alle critiche rivolte al sistema dell’iniezione letale, alcuni giornalisti americani hanno spinto per il ritorno alla ghigliottina. Altri si sono spinti più in là, sostenendo che la ghigliottina, e lo spettacolo della morte in pubblico, come potrebbero esserlo, per l’appunto, i plotoni d’esecuzione, siano l’unico modo per la società moderna di essere messa di fronte alle verità e alle conseguenze della pena di morte. È troppo facile nasconderci dietro la “medicina” dell’iniezione letale. Non stiamo mettendo nessuno a dormire, quando li ammazziamo. Li stiamo ammazzando, e basta, indipendentemente da quanto vorremmo negarlo, da quanto vorremmo anestetizzare il tutto, renderlo invisibile, come una morte in ospedale. Ma non lo è.

Più avanti nella sua vita, Guillotin venne imprigionato, per accuse abbastanza infondate, e fu quasi decapitato con la sua stessa creatura. Venne liberato con l’amnistia generale dopo la caduta di Robespierre. Si ritirò alla vita medica e allo studio, diventando il primo proponente del metodo di vaccinazione di Jenner in Francia. Guillotin aveva dedicato la sua vita al rendere quella degli altri meno sofferente, al rendere l’esistenza più sopportabile per tutti. Sembrerà assurdo, ma Guillotin era contrario alla pena di morte. Sperava che l’adozione della ghigliottina sarebbe stato un primo passo verso la sua abolizione totale, pensava che avrebbe introdotto il concetto di “pietà” verso la sofferenza dei colpevoli, e che questa realizzazione sarebbe stata il primo passo verso un approccio più umano alla giustizia. Oggi, stiamo pensando di re-introdurla per l’esatto opposto: per affrontare la pena di morte a viso aperto. Per uscire dal nascondiglio nel quale ci illudiamo che la pena di morte non esista. Esiste eccome, solo che in alcuni casi, la chiamiamo iniezione letale, o “mettere il paziente a dormire”. In altri ancora, nella sua versione più lenta e inesorabile, la chiamiamo ergastolo.

 

Nell’immagine in evidenza, l’esecuzione di Maria Antonietta. Nel testo: esecuzione di Robespierre; esecuzione di Luigi XIV; progetto di un panopticon.

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