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Fine del Radical Chic

J'accuse ai RC italici: il pamphlet-psicodramma Aristodem di Daniela Ranieri, contro le letture post-coloniali, il pilates, la cultura da terrazza.

Nessuna buona azione rimarrà impunita: e agli italici – ma soprattutto romani – radicalchic doveva capitare proprio adesso, in partenza per Ginostra Ventotene Favignana (ma i luoghi sono ormai imprevedibili essendo il radical chic un mutante) di ricevere quest’atto d’accusa da portarsi in borsa (di tela), accanto a qualche Adelphi e alle creme dell’Erbolario.

Aristodem. Discorso sui nuovi radical chic (Ponte alle Grazie, pagg. 275, euro 16), è, come spiega l’autrice, Daniela Ranieri, un «pamphlet-pièce-pastiche-psicodramma» contro questa classe, o almeno la sua diramazione romana, che «se non il ’68 ha fatto il ’77» e da almeno quegli anni tenta di cambiare il mondo, dalla propria terrazza a livello. È un atto d’accusa preciso e spietato, contro una protagonista, una Luciana, che nella sua, di terrazza, «ospita operatori intellettuali da tutto il mondo, artisti, suonatori, terapeuti culturali, buskers… La sera si trasforma in una galleria d’arte, per le feste. Ogni tanto facciamo letture post-coloniali, incontri di yoga letterario, pilates coi russi… Abbiamo inviato un po’ tutti. Una sera c’è la nuova moglie di Nanni, un’altra Cocorita de Buglione, Tindara Gassman, Patrizia Baccanico-Renzi, ci trovi Titti Schiuma, tutta la parte che è scappata dal Pigneto…».

Un atto d’accusa anche violento e naturalmente giusto verso questa classe mutante, con la violenza del prete spretato e del fuoriuscito, e anche l’autrice-narratrice è una fuoriuscita; prima affascinata, poi adottata, poi allontanata da questa classe (ormai media?) che – come spiega entomologicamente – non ha mai posseduto lo spirito rivoluzionario di altri radicalchicchismi esteri. Il RC, si è notato, ormai scrive libri dal terrazzo eoliano o monticiano con pennetta Tim 3G, al massimo, e compra ruchette biologiche e tofu da NaturaSì; e in questo è la sua carica trasgressiva; niente a che vedere con le vette primigenie dei RC in purezza alla Tom Wolfe, inventore della categoria; ma anche niente a che vedere con certi radicalismi d’epoca, italici, che oggi suscitano piuttosto tenerezza e rimpianti.

L’anno scorso destarono sincero scalpore le cronache della morte di Lucio Magri, apice di RC italico, con un pezzo di Simonetta Fiori su Repubblica che merita di essere ricordato:

«È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. (…) In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone».

Il Martini preparato con cura dalla cameriera sudamericana (frase che sembra anche metricamente presa da una canzone dei Cani) funse allora da madeleine alcolica per molti RC agés, che dissero, dalle loro terrazze in coro, “altri tempi”, dando la stura a epici ricordi del grande Gatsby del Pci, in una certa epoca in cui fu mantenuto presso piazza di Spagna da Marta Marzotto che gli donava molti asciugamani in tutti i colori dell’arcobaleno Frette; (e la Castellina, “compagna di sentimenti e di politica” di Magri, si chiama Luciana come la protagonista del libro di Daniela Ranieri).

Altri tempi, si disse allora, rispetto ai RC di oggi, che al massimo vanno da Eataly e sono molto preoccupati dall’Imu. Ma l’autrice rivendica comunque una alterità («Un sentire altro, un ragionare altro, un comunicare altro, quello dei RC») anzitutto urbanistica, perché lei viene «dalla estrema periferia romana», come precisa nel libro, e anche la fine dell’infatuazione per i RC avviene in base a un disconoscimento geografico (quando «il mio proletarismo si trasformò in provincialità»). C’è, anche, un’epica alla Walter Siti, con la ricerca di una integrazione impossibile col centro storico e con alcune sue intelligentsie; in Troppi Paradisi, il romanzo di Siti del 2006, questa integrazione impossibile tra un narratore appartenente alla «fascia alta dei morti di fame» e un’élite cultural-Ztl si configura nell’incontro con Alberto Arbasino, seduto al Bolognese a piazza del Popolo, che metaforicamente non risponde al suo saluto (e la metafora, per i RC, certifica Ranieri, è importantissima: «Ogni cosa è metafora di un’altra. Fate un giro al MAXXI, tempio del culto lucianesco, e date un’occhiata alle etichette delle opere: questa è una metafora del popolo libanese, quella una metafora del corpo abusato della donna, quest’altra è una metafora della metafora della prima opera che è per parte sua metafora del colonialismo»).

Arbasino non per caso; perché arbasiniane sono alcune citazioni, e poi descrizioni e aggettivazioni («deliziosissimo», a pagina 19, preso di peso da Fratelli d’Italia), mentre lo scrittore di Voghera, che radical non è stato mai, solo chic (e anzi ha spesso messo in ridicolo i RC) certificava metaforicamente e definitivamente in tempi non sospetti tutta l’alterità centro-periferia sostenendo che il diametro degli orecchini dei pischelli è direttamente proporzionale alla loro distanza di residenza proprio da piazza del Popolo.

Altri tempi, ancora. Adesso i RC sembrano piuttosto policentrici, e non così mitici: a piazza del Popolo ne vengono solo celebrati i frequenti funerali. I loro eredi meno gloriosi battono piuttosto Monti e il Pigneto, in bici, impoveriti un po’ anche loro dalla crisi. Eppure la ricerca di un “centro”, del cuore dei RC, è disperata in Aristodem, che in fondo è questo, un grande atto d’amore: perché «mi hanno abituato pian piano a ogni smagliatura linguistica, durante pranzi a base di prodotti genuini, tutti dell’orto. Mi hanno insegnato che molti dei termini usati dall’umanità non spiegano – non appartenendovi – la complessità del mondo in cui ci troviamo a », scrive Ranieri, che scandaglia anche il linguaggio, dei RC, come quello di un amante che ci ha ormai abbandonato. Di cui esaminiamo tutte le sfumature dei messaggi su whatsapp, cercando dei significati a tutti i costi («Il nome casa va caricato di una specie di ironia, forse con la volontà di alleggerirlo, facendolo spesso precedere da una pausa – che non sta a indicare il tentennamento o l’indecisione, ma semmai la rivelazione di un’attenzione particolare all’uso della parola stessa, una certa gravità di intenti non disgiunta da un certo sarcasmo intorno non solo alla parola e al caso di sua applicazione, ma forse anche al linguaggio stesso»).

Mentre poi anche l’autrice-narratrice lo sa, che l’amante non è degno di lei: «Il crepaccio più incolmabile tra me e loro è che loro fanno finta di essere colti, a volte persino attraverso la raffinata finzione di non esserlo; mentre io lo sono, a volte persino soffrendo di esserlo». Bisognerebbe allora fare come quei bravi amici che rincuorano per gli amori finiti male: lasciali perdere, non meritano tutte queste attenzioni; non sono poi questo granché (e poi i RC sono vecchi, ormai; e nel libro, invece, non ci sono mai gli hipster, che in fondo sono i loro nipotini più pimpanti).

 

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