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Dylan Dog, vittima degli eventi

Non è la prima volta che qualcuno ci prova, a ragione, ma nemmeno questo tentativo di trasformare il mitico fumetto di Sclavi e Bonelli funziona. Ma dove stiamo sbagliando?

Forse è quella lente d’ingrandimento che si applica al passato. Forse è perché quando si è giovani – più che giovani, piccoli – ed entusiasti si tende a ingigantire le cose. E forse infine è perché stiamo parlando veramente di un’altra epoca. Un sacco di dubbi, ma nessuno può levarmi dalla testa che verso la metà degli anni Novanta Dylan Dog avrebbe potuto cambiare il corso delle cose per quanto riguarda l’entertainment in Italia. Pensateci: l’Indagatore dell’Incubo, la creatura di Sclavi e Bonelli, era gigantesco, un vero e proprio fenomeno di costume, pronto a esplodere e trasformarsi in qualcosa di inedito per il nostro mercato. Gli elementi c’erano tutti. La cover di una rivista come Max, il videogioco, il gioco da tavolo, la compilation, lo sceneggiato radiofonico, il moltiplicarsi delle uscite (ristampa, seconda ristampa, speciali e tanto altro), il Dylan Dog Horror Fest e addirittura le citazioni nei testi degli 883, incoronati ormai ufficialmente e per comodità Cantori del Nostro Tempo (non guardate me: la colpa non è di certo mia). Il personaggio era talmente influente che nelle fumetterie continuavano a spuntare altre testate evidentemente “ispirate” a lui. Un po’ come i famosi “tentativi di imitazione” de La Settimana Enigmistica. Poi cos’è accaduto? Niente. Non è successo niente. Dopo tanti anni di onorata carriera, uno dei fumetti più rivoluzionari della nostra Storia, ha perso tutto il suo potenziale, tutta la sua grinta. Ci siamo distratti solo un attimo, giuro, e l’abbiamo ritrovato stanco e debole, appoggiato a qualche anonima scansia della nostra edicola di fiducia. Perché?

Non so se è solo la nostalgia a parlare ma ricordo che nei primi Novanta l’idea di far diventare Dylan Dog una serie televisiva era un argomento possibile, un’idea sulla bocca di molti.

I motivi sono tanti, ma la colpa di questo lungo e lento declino è stata l’incapacità di far evolvere Dylan Dog. La serialità, quell’elemento che in parte ci ha fatto innamorare del personaggio, a lungo andare lo ha reso ai nostri occhi meno affascinante. Dieci anni di storie sono tanti per tutti, non si discute, ma se per altri personaggi della Bonelli – vedi in primis Tex Willer – l’appuntamento mensile, quell’immobilismo, quella sospensione temporale in cui tutto accade ma nulla cambia, è un valore aggiunte, per l’inquilino del 7 di Craven Road non è andata così. Questo perché, a mio avviso, Dylan Dog, proprio per la sua ricchezza, meritava di diventare altro. Ripeto: non so se è solo la nostalgia a parlare ma ricordo che nei primi Novanta l’idea di far diventare Dylan Dog una serie televisiva era un argomento possibile, un’idea sulla bocca di molti. Nel 1994 esce Dellamorte Dellamore, ispirato all’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi e alla storia a fumetti Orrore Nero, uscita nell’estate del 1989 nel terzo Speciale estivo della collana. Il film è diretto dal bravo Michele Soavi, all’epoca lanciato dal successo dei suoi tre horror precedenti, il notevole Deliria e la doppietta argentiana La Chiesa e La Setta.  Anche se il protagonista è proprio Rupert Everett, attore inglese utilizzato come modello per la creazione di Dylan Dog, il film non è su di lui. Con una mossa interessante, ma anche discutibile, s’è scelto di “bruciare” fondamentalmente il personaggio dei fumetti per raccontare la storia di questo becchino del cimitero di Boffalora e del suo aiutante Gnaghi alle prese con morti viventi (e Anna Falchi nuda). Dellamorte Dellamore è un interessante esperimento di realizzare un horror quasi surreale, con azzardati inserimenti di umorismo nero, in un’epoca in cui il genere in Italia era già dato per spacciato. Il pubblico nostrano infatti non gradì particolarmente e quelli che andarono al cinema convinti di vedere finalmente “il film di Dylan Dog” rimasero inevitabilmente frustrati.

Nel 2011 poi esce nelle nostre sale, senza che la Sergio Bonelli Editore batta ciglio, Dylan Dog: Il Film – pellicola ambientata a New Orleans e non a Londra, senza Ispettore Block né Groucho – non è piaciuta praticamente a nessuno.

Inutile dire che proprio da quel 1994 in poi le possibilità di vedere il nostro personaggio preferito su grande schermo diminuirono molto. Pochi anni dopo, nel 1997, vengono venduti i diritti di trasposizione cinematografica ai Platinum Studios che, anche grazie alla pubblicazione di sei storie a fumetti oltreoceano da parte della Dark Horse Comics, comincia a ragionare su una possibile pellicola sull’Indagatore dell’Incubo. Comincia un lunghissimo processo che vede via via impegnati sceneggiatori e registi pronti a modificare e adeguare il personaggio di Sclavi al mercato cinematografico odierno. Non mancano i drammi, i problemi legali legati ai diritti, i licenziamenti e i cambi in corsa di attori e scrittori. Per il risultato finale abbiamo dovuto attendere fino al 2011 quando nelle nostre sale, senza che la Sergio Bonelli Editore battesse ciglio, esce Dylan Dog: Il Film diretto da Kevin “ho appena fatto il film d’animazione delle Tartarughe Ninja” Munroe e con Brandon “la gente si ricorda di me perché ho interpretato il peggior Superman della Storia del Cinema” Routh. Stranamente la pellicola in questione – che per la cronaca è ambientata a New Orleans e non a Londra, non ha un Ispettore Block e nemmeno un assistente di nome Groucho ma un aiutante/spalla comica non morto di nome Marcus – non è piaciuta praticamente a nessuno. Se chiedete al sottoscritto l’unico risultato ottenuto da questo film è stato quello di spingere più in fondo possibile l’ultimo chiodo sulla bara del personaggio.

Ma fortunatamente c’è stato un twist inatteso e inaspettato. Tra il 2013 e il 2014, lo sceneggiatore e scrittore Roberto Recchioni prende il posto di Giovanni Gualdoni alla guida della testata. Recchioni è il papà di John Doe, di Detective Dante, è quello che ha creato Orfani e Ringo, una delle cose più belle successe ultimamente al fumetto italiano. Parliamo di un’ottima penna, ma soprattutto di un ragazzo intelligente e che ha voglia di portare il fumetto mainstream italiano a confrontarsi con quello del resto del mondo. Recchioni ha capito che la testata necessitava di un rinnovamento e ha lungamente lavorato in questa direzione, ampliando il team di disegnatori e sceneggiatori e andando a scardinare alcuni dei meccanismi ormai vecchi e arrugginiti della serie (nel numero attualmente in edicola, per esempio, l’Ispettore Block va veramente in pensione…). Il 26 settembre del 2014, il giorno prima dell’uscita in edicola del numero 337 Spazio Profondo, si tiene una conferenza stampa a Milano (video) in cui avviene il passaggio ufficiale di testimone da Sclavi a Recchioni. Ora non possiamo fare altro che attendere ma è chiaro che la scelta della Bonelli è stata quella giusta: l’interesse nei confronti del personaggio sembra essere rinato, sembra esserci grande fermento e ci si attende grandi cose.

Sempre nel 2013, a Roma, viene lanciato un crowdfounding per la realizzazione di un fan movie dal titolo Dylan Dog: Vittima degli Eventi. Dietro al progetto, rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura, ci sono Claudio Di Biagio, uno dei primi e più famosi youtuber, e Luca Vecchi, mente e corpo dietro al progetto The Pills. Grazie a un bel trailer, alla credibilità che i due si sono guadagnati in rete e grazie anche all’amore che lega tanti fan al personaggio, Vittima degli Eventi è diventato in poco tempo una realtà e dopo le proiezioni al Festival Internazionale del Film di Roma, è uscito sul canale youtube dei The Jackall domenica 2 novembre 2014. In 50 minuti si racconta un tipico caso da Indagatore dell’Incubo. La bella Adele (Sara Lazzaro) mentre passeggia nottetempo insieme al fratello nei pressi di Castel Sant’Angelo a Roma, vede quest’ultimo essere colto da un attacco di epilessia mentre una donna che sembra essere uscita dal passato si stacca da sola la testa. Una visione? Un’allucinazione? Un sogno? La risposta tenterà di darla Dylan Dog, interpretato da Valerio Di Benedetto, grazie all’aiuto del suo aiutante Groucho, il già citato Vecchi, di una medium (Milena Vukotic) e dall’ispettore Block con le fattezze di Alessandro Haber.

I difetti. La recitazione – e il pesantissimo accento romano – del protagonista, la sceneggiatura meccanica e fin troppo scritta, un’ansia fredda e piuttosto mortifera per la fedeltà al testo di partenza.

È da domenica sera che mi arrovello per capire cosa ne penso di questo fan movie. Sicuramente non si può dire sia un film riuscito. La creatura di Di Biagio e Vecchi ha degli innegabili meriti: è realizzata con estrema cura, con un ottimo apparato tecnico e con la capacità di far fruttare il budget raccolto, si dice 35 mila euro circa, in maniera intelligente ed efficace. Questo risulta evidente soprattutto nella scelta delle scenografie e dei (pochi) spazi in cui è stato girato il mediometraggio. In molti hanno fatto notare come la forma sia simile a prodotti destinati alla rete piuttosto che al grande schermo. Personalmente reputo questa “critica” inutile e priva di senso. Anzi, fino a quando i film italiani che siamo ormai tristemente abituati a vedere in sala – girati in pellicola e senza una pesante color correction – saranno di livello così basso, c’è quasi da augurarsi che Vittima degli Eventi diventi uno standard estetico. Ancora: la scelta di ambientare il film non in una finta Londra ma in una verissima Roma, facendola anzi diventare parte integrante della storia, è assolutamente da encomiare. Ma poi ci sono anche i difetti. La recitazione – e il pesantissimo accento romano – del protagonista, la sceneggiatura meccanica e fin troppo scritta, un’ansia fredda e piuttosto mortifera per la fedeltà al testo di partenza, sono tutti elementi che non aiutano di certo.

Vittima degli Eventi non decolla mai: non riesce a far appassionare ai personaggi e durante la visione si fa un po’ fatica a capire quale sia realmente il caso al centro della narrazione. Sembra quasi che, pur nella totale libertà di un fan movie realizzato con i soldi dei sostenitori e una distribuzione limitata a youtube, i due autori siano rimasti un po’ schiacciati dalle aspettative e dalla volontà di far vedere che il cinema “dal basso” ha la stessa dignità di quello ufficiale. Insomma, per dirla in maniera molto più semplice e immediata, c’è un po’ di “braccino”. Forse era lecito aspettarsi di più e la mia paura è che, dopo aver creato un hype gigantesco in rete, il tutto scompaia alla velocità della luce.

 

Immagine: i tre protagonisti di Dylan Dog: Vittima Degli Eventi

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