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Facebook è morto, lunga vita a Facebook

Il social di Mark Zuckerberg vive la sua crisi di mezza età, tra esodi di teenager e algoritmi osteggiati dagli utenti. Qualcuno dice addirittura che il suo tempo sia finito.

fb

Venerdì 10 gennaio scorso, all’ora di pranzo di una giornata fredda e piovosa, Robinson Meyer, associate editor della sezione tech dell’Atlantic, sedeva in un bar ristorante di Washington. Si era preso una giornata di permesso per un raffreddore particolarmente ostinato. All’improvviso il locale si era animato di un’atmosfera febbrile: spostamenti di tavoli, camerieri affannati, agenti di polizia. E un gruppo di giovani ben vestiti, seduti compostamente in attesa dell’arrivo di qualcuno. Quando Meyer stava per andarsene, quel «qualcuno» è arrivato, rivelandosi essere nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lì per discutere col suo staff di un ancora non meglio precisato argomento. Il giornalista è rimasto seduto a un paio di metri da lui per tutto il tempo dell’incontro, tentando di carpire qualcosa della conversazione del Presidente coi suoi commensali. Dopo un paio d’ore – quando Obama si è alzato, ha stretto qualche mano e si è allontanato su un Suv – ha scoperto che la chiacchierata era finalizzata a portare una maggiore fetta di appartenenti alla fascia d’età 18-34 anni a iscriversi alla copertura sanitaria dell’Affordable Care Act (anche conosciuto come “Obamacare”, vera e propria spina nel fianco dell’amministrazione americana).

Meyer, pur riuscendo ad apparire in un paio di foto istituzionali della Casa Bianca scattate da Pete Souza, il fotografo ufficiale che segue ovunque il Presidente, non aveva origliato molto delle parole scambiate nell’improvvisata West Wing. Tra gli spezzoni di frasi che aveva sentito, però, ce n’era uno piuttosto interessante. Non quello che rivelava che la neo-cinquantenne Michelle Obama ha iniziato a vedere Scandal, la serie political thriller trasmessa sulla rete ABC, né quello sul fatto che Malia, la figlia maggiore di Obama, abbia ottenuto il suo primo cellulare a 16 anni. A colpire l’attenzione del reporter è stata un’altra asserzione, che recitava – stando a quanto riferito da Meyer – «It seems like they don’t use Facebook anymore». Lo stesso Meyer, nel suo resoconto dell’esperienza, ha insistito sul dettaglio sottolineando che «Facebook è così poco di tendenza che anche il Presidente degli Stati Uniti lo sa».

La questione del declino dell’attrattiva di Facebook non è nuova, ma prima di finire alla Casa Bianca negli ultimi tempi ha seguito un iter accelerato. All’inizio di novembre David Ebersam, direttore finanziario della società di Menlo Park, diramò una nota per commentare i ricavi del terzo trimestre in cui il board ammetteva un dato impensabile fino a poco tempo prima: Facebook aveva un problema con gli adolescenti, meno attivi sul sito di quanto fossero mai stati (con le parole di Ebersam, si era assistito a «un calo tra i teenager più giovani»). Il leader delle ricerche di mercato GlobalWebIndex decise di indagare ulteriormente l’affermazione. Risultato: rispetto alla fine del 2012, il 20% dell’utenza di età compresa tra i 16 e i 19 anni non era più catalogata alla voce active users. E solo il 56% dei coetanei americani aveva usato Facebook nel mese appena trascorso. Un sondaggio pubblicato a fine ottobre dalla banca d’investimento Piper Jaffray aveva rilevato che la percentuale di teenager americani che considerava Facebook il primo social network per importanza si era addirittura dimezzata.

«Facebook è così poco di tendenza che anche il Presidente degli Stati Uniti lo sa». (Robinson Meyer)

Daniel Miller, professore di cultura materiale allo University College di Londra, il 20 dicembre è arrivato a scrivere che «Facebook è morto e sepolto». Miller è a capo di un ambizioso studio etnografico  – il Global Social Media Impact Study – che si prefigge, nell’arco di un periodo di quindici mesi, di indagare il rapporto coi social delle popolazioni di otto Stati. «Mentre una volta i genitori si preoccupavano quando i figli si iscrivevano a Facebook, oggi i ragazzi dicono che è la loro famiglia a insistere perché loro stiano lì e postino cose riguardanti la loro vita», scrive l’accademico, che in chiusura del suo pezzo – molto ripreso – nota come alcuni servizi di messaggistica mobile abbiano di fatto iniziato a sostituirsi a Facebook nell’immaginario teen.

In sostanza, per una parte in crescita di adolescenti Facebook non è più the place to be – più che al centro commerciale dove incontrarsi coi coetanei nel weekend, inizia a somigliare a una noiosa riunione di famiglia, dove il contesto è coercitivo e le espressioni – gli aggiornamenti di stato, fuor di metafora – sono formali, quasi forzate. Secondo uno studio del Pew Research Center di dicembre, l’80% delle mamme e i papà presenti sui social è “follower” o “amico” dei propri figli. E come si fa a costringere un ragazzino a passare il suo tempo libero nel posto dove stanno i suoi genitori?

In un post sul suo blog eloquentemente titolato The End of the Facebook Era, l’ex product designer di Google Chrys Bader sostiene che l’evoluzione e lo spleen della creatura di Mark Zuckerberg sono analizzabili tramite la teoria delle quattro fasi dei movimenti sociali, elaborata dal sociologo statunitense Herbert Blumer negli anni Sessanta. Essenzialmente, tutti i movimenti passano attraverso i momenti di comparsa, aggregazione, burocratizzazione e declino. Quest’ultima fase, in particolare, atterrebbe a un momento in cui il movimento si radica nella cultura mainstream, rendendo superflua l’esistenza stessa dell’organizzazione. Blumer riconobbe questo stadio quando «i suoi obiettivi e le sue ideologie sono messe in pratica in ambito tradizionale e non c’è più bisogno di un movimento».

In un pezzo su Mashable di metà dicembre scorso, l’autrice Taylor Casti definisce The Social Network «la sigaretta del 2013, la “brutta abitudine” che in molti stanno provando a respingere». Tra le ragioni che portano ad abbandonare notifiche e tag ci sono la presenza di un rumore di fondo (inserzioni, pubblicità, inviti, articoli, sondaggi, prossimamente forse anche video in autoplay) sempre meno tollerato da una parte dei suoi utenti – che vedono la vera socializzazione meno a portata di mano – e l’ansia di fornire un’immagine di sé che possa competere con quella dei propri contatti; c’è poi anche la tendenza dei teenager a migrare verso piattaforme mobile più “intime” e a prova di adulti – soprattutto app come Snapchat, WeChat, WhatsApp.

Sarà vero che non abbiamo più bisogno del social network per antonomasia? Sarà davvero così istituzionalizzato e reso un mero contenitore di dispacci della propria vita a madri in pensiero e vecchi compagni di scuola? In parte sì, se seguiamo la teoria del sociologo americano e ci fidiamo dell’esodo di teenager. Ma il prisma di Facebook riflette molte luci.

Facebook non è più the place to be – più che al centro commerciale dove incontrarsi, somiglia a una riunione di famiglia

Appena prima della disastrosa IPO del maggio 2012, Mark Zuckerberg l’aveva ricordato per l’ultima volta in una lettera agli investitori: il mio sito «in origine non è stato creato per essere un’azienda». Ovvero: il suo dna non è quello di una creatura votata al profitto, è più simile all’applicazione embrionale sviluppata ad Harvard dai protagonisti di The Social Network, il film di David Fincher del 2010. Un pezzo del 2008 del New York Times ribattezzò «Zuckerberg’s law» la dichiarata finalità di portare gli utenti di Facebook a condividere sempre di più, immersi in una cornucopia di contenuti e relazioni sociali. Questa linea – a metà strada tra l’idealismo disruptive e l’espansione del business – nell’ottica della teoria di Blumer sui movimenti sociali potrebbe essere il simbolo della fase di aggregazione di Facebook, «quando il movimento raggiunge una dimensione critica ed è una forza che va tenuta in considerazione».

Allo step seguente, la burocratizzazione, appartengono invece di certo l’approdo a Wall Street e ciò che ne è seguito in tempi più recenti, fino all’introduzione della timeline News Feed, annunciata in pompa magna a marzo e tutt’ora in corso di svolgimento, e alla fresca – nonché molto discussa – implementazione di un algoritmo che privilegia «le storie più interessanti» (secondo Facebook), ma nei fatti limita anche sensibilmente le visualizzazioni dei post delle pagine, con contraccolpi negativi per chi promuove i suoi contenuti sul sito. E riconducibile alla burocratizzazione è anche la già citata idea di inserire video-inserzioni in autoplay, magari in sostituzione delle poco amate storie sponsorizzate (le ad “intelligenti” che promuovono elementi in base all’attività dei propri contatti), che il network eliminerà definitivamente ad aprile. È la fase delle scelte di business: il progetto ambizioso di pochi studenti visionari è diventato una corporation che deve rendere conto ad azionisti e logiche di mercato.

Prima di parlare di declino ed eventuale inutilità del “movimento Facebook”, però, bisogna guardare ai suoi numeri. Che sono ancora impressionanti: secondo i database di GlobalWebIndex, oltre il 56% delle persone che hanno tra 16 e 19 anni vi accedono almeno una volta al mese. YouTube, il principale competitor di Menlo Park, si ferma a quota 35,4%. Twitter arriva a malapena al 30%. E i ricavi del Q3 – il trimestre delle dichiarazioni di Ebersam che hanno dato il là a scenari apocalittici e paragoni funerari – in realtà hanno battuto ogni aspettativa, garantendo a Zuckerberg e soci oltre 2 miliardi di dollari, con un guadagno di 25 cent per azione a fronte di stime più basse. Il rendimento proveniente dal settore mobile è incrementato fino a toccare quota 49% e gli utenti attivi mensili registrati erano 1 miliardo e 190 milioni. Dulcis in fundo, Instagram, inglobato nell’aprile del 2012, ha raggiunto e superato i 150 milioni di utenti attivi mensili – molti dei quali adolescenti in fuga da Facebook che sono usciti dalla porta per rientrare dalla finestra.

Prima di parlare di declino del “movimento Facebook” bisogna guardare ai suoi numeri. Che sono ancora impressionanti

Rory Cellan-Jones, corrispondente tecnologico della BBC, il 30 dicembre ha risposto alle conclusioni del prof. Daniel Miller, l’officiante delle esequie di Facebook, dichiarandosi scettico sia sulla metodologia scelta nel suo studio che nei confronti dei risultati ottenuti, giudicati parziali e distorsivi della realtà.

I’ve seen plenty such stories over the years – I wrote my own first piece asking whether Facebook was in decline around Christmas 2007 – and each time the social network has just kept on growing.

Now it is obviously true that rival networks and apps are increasingly popular amongst teenagers, and it may also be the case that some of them are leaving Facebook for good.

[…]

But do interviews with some 16 to 18 year olds in one small area really tell us that young people are leaving Facebook “in their droves” and herald a “sustained decline”?

Qualche anno fa, complice la mancanza di un vero sistema di eliminazione dei dati personali dal sito, un detto accostava Facebook all’Hotel California reso famoso dagli Eagles, quello da cui puoi fare check out senza mai andartene davvero. Oggi – come ha notato anche il Presidente degli Stati Uniti – sono sempre più gli ospiti che decidono di abbandonare l’Hotel Facebook. Ma questo non significa che altri non lo considerino ancora l’albergo migliore della zona.

 

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