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Essere gemelli

I fratelli Bryan, spunto per una riflessione sulla "gemellitudine": tabù, luoghi comuni, scienza, bugie e verità. Scritta da un gemello identico.

Alla fine, all’ultimo punto, Mike e Bob si sono guardati e l’hanno fatto: due passi a testa poi petto contro petto. Campioni di tutto. Wimbledon ha avuto la sua storia più nascosta. La prima coppia di doppio della storia dell’era professionistica del tennis a detenere contemporaneamente i quattro titoli del grande slam: Us Open, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon. Mike e Bob, insieme. Stessa data di nascita, stesso cognome, stesso sponsor tecnico, stessa maglia, stesso pantaloncino, stessa racchetta, tre minuti di distanza il giorno della nascita di 32 anni fa. I Bryan, li chiamano. Una storia, due persone. Leggenda dello sport che nessuno tiene a mente perché il doppio è il tennis di serie b. Mike e Bob, petto contro petto. Ancora. E’ la realtà, è una metafora di tutto. Perché il doppio in uno sport singolo è già un’anomalia, se poi la coppia è di fratelli è anomalia al quadrato, se i fratelli sono gemelli è anomalia al cubo. E’ un caso che gli istituti di statistica non calcolerebbero neanche. Quante probabilità ci sono che due atleti vincano i quattro tornei del Grande Slam nello stesso anno solare? E quante sono le probabilità che a farlo siano due gemelli? I Bryan sgretolano certezze. E’ la rincorsa alla mitologia gemellare che è roba da scienza che si mescola con la filosofia, con l’antropologia, con la psicologia. Perché capire i gemelli è complicato se uno gemello non lo è. C’è che il mondo ha accettato praticamente tutto, ma non ha ancora capito come gestire due persone apparentemente uguali. Bob e Mike aiutano? Forse no. Però servono. Sono la testimonianza vivente e movente di un’identità differente non perché doppia, ma perché unica. Capisci la differenza?

I gemelli sono due, nonostante il mondo si ostini a volerli trasformare in una cosa sola. Sono due unici, vicini e però separati. Idee, ambizioni, passioni, desideri, gusti: i Bryan possono permettersi di giocare con gli stessi vestiti e le stesse racchette, perché hanno deciso di concedersi al marketing. Hanno passato da un pezzo l’ipotetica confusione dell’identità. Un gemello lo sa, appunto: capisce da piccolo che gli altri si convincono che lui in fondo abbia bisogno di costruire se stesso perché ci sarà sempre un altro uguale a lui. E’ un problema non suo. Lui sa scegliere, lui sa che l’altro è un simile più simile di un altro fratello, ma non è lui.

Visto dalla parte di un gemello il mondo è grottesco. Perché non c’è essere umano non gemello che non resista alla tentazione di fare una di quelle domande che accompagneranno per sempre i gemelli: “Ma i vostri genitori vi hanno mai confuso?” Ogni volta devi abbozzare un sorriso e ripensare alla battuta su Jessica Rabbit: “Non è cattiva, è che la disegnano così”. Ecco, gli altri non sono cattivi, semplicemente non sono gemelli in un mondo in cui essere gemelli è ancora un tabù culturale. Lo straordinario paradosso è che abbiamo fatto di tutto per arrivare a trovare la strada per la clonazione animale e poi umana, ma il clone naturale non lo accettiamo se non come fenomeno da baraccone.  Quelle domande lo dimostrano ogni giorno. C’è un gruppo di gemelli, su facebook, che le ha catalogate tutte, arrivando a stabilire che quelle più ricorrenti sono 18. Ecco, volendo semplificare, basterebbe ridurle a quattro:

1) Vi siete mai scambiati a scuola?

2) Vi siete mai scambiati la fidanzata/o?

3) Vostra mamma vi ha mai confusi?

4) Nelle foto da bambini vi sapete riconoscere?

Da queste discendono infinite possibilità e altrettanto infiniti incroci che rendono ogni incontro casuale o ogni conoscenza superficiale un possibile concentrato di sorrisi obbligati a declinazioni diverse di questi due quesiti fondamentali per la storia dell’umanità gemellare. Perché il nucleo del test è sempre lo stesso, quello dello scambio, applicabile però a qualunque cosa.

Spesso capita che basti uno sguardo di uno sconosciuto per anticiparlo: “Guardi, sono il fratello-gemello, se mi dice il suo nome gli dico che lo saluta”

C’è altro, ovviamente. C’è la fase 2.0, che parte quasi sempre così: “Ma sei tu o sei l’altro?”. Qui la curiosità è già mescolata all’imbarazzo. Tranquilli, un gemello è comprensivo. Spesso capita che basti uno sguardo di uno sconosciuto per anticiparlo: “Guardi, sono il fratello-gemello, se mi dice il suo nome gli dico che lo saluta”. Quando parlano della telepatia dei gemelli dovrebbero concentrarsi su questo e non sul resto. È l’intuizione di togliere dall’imbarazzo il proprio interlocutore che non sa che la persona conosciuta qualche sera prima in realtà ha un sosia pressoché identico. Già, perché la premessa di tutto è che nello straordinario mondo che circonda la gemellitudine, la gente si pone interrogativi e curiosità soltanto se vede due persone indistinguibili a occhio nudo. Per la grande maggioranza dei fratelli gemelli, quelli eterozigoti soprattutto, il problema non si pone. Uno neanche pensa che siano nati contemporaneamente e se lo sa, molto probabilmente se ne frega. Tutto cambia quando arrivano due persone in fotocopia. Il rischio di finire nella categoria dell’enigmistica “scopri le sette differenze” è direttamente proporzionale al numero di persone che si conscono. Allora arriva sempre uno che chiede: ma perché uno non si cresce la barba e l’altro no? Perché? Perché? Perché? Di fronte a due fratelli uguali il mondo torna al suo stadio elementare. Mike e Bob Bryan entrano nella storia insieme e ci trascinano inconsapevolmente tutti i gemelli.

E’ una categoria in crescita nel pianeta, ed è bene che il mondo cominci a rendersene conto. Tre anni fa, il Corriere della Sera scrisse dell’invasione dei gemelli. “Il fenomeno è tutto in una fotografia di classe della «Saint Louis» di Milano: nella sezione B della pre-school cinque alunni su 22 hanno un gemello. (…) Le statistiche dell’Istituto superiore di sanità dicono che oggi il 3% delle nascite è gemellare. Sono almeno quindicimila all’anno. La loro percentuale è praticamente raddoppiata dal ’96 a oggi. È la gemellopoli d’Italia. Con un milione d’abitanti di tutte le età. Ideatori di siti Internet e gruppi su Facebook. Reclutati per gli studi scientifici (23 mila quelli ingaggiati dal Registro nazionale dei gemelli per studiare il ruolo della genetica e dell’ ambiente nello sviluppo delle malattie). Autori di libri scritti a quattro mani. Lady-bomber nella stessa squadra di calcio. Protagonisti di raduni come quello di Porto Recanati organizzato da Pietro e Paolo Pavoni (www.igemelli.info). Del resto, a Londra sono diventati persino soggetti di opere d’ arte pop life nell’ esposizione di Damien Hirst al Tate Modern. I nati prima del Duemila sono abituati a vivere in simbiosi, quelli di oggi sono più spinti alla ricerca dell’autonomia. Le atlete Debora e Simona Solano, 25 anni di Vibo Valentia, rappresentano nel calcio quello che i Bryan brothers sono nel tennis: Bob e Mike, 32 enni da Camarillo (Usa), in tutta la vita si sono divisi per più di una settimana solo tre volte. «Giochiamo in A2 nella Fortitudo Mozzecane – dicono le Solano -. I nostri ingaggi nelle squadre sono sempre stati a pacchetto: insieme o niente. Condividiamo anche lo stesso lavoro: autiste di autobus». Fabrizio e Nicola Valsecchi, 34 anni di Como, insieme hanno scritto tre romanzi. L’ ultimo, Giorni di neve, giorni di sole, vanta la prefazione del premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel. ‘Siamo sempre stati insieme: a scuola e nella vita’, raccontano Benedetto e Carmine Bartolomeo, 42 anni da Minturno (Latina), creatori di un sito cult per i gemelli www.gemellopoli.com. Entrambi custodiscono una foto scattata a Santa Maria Infante nel maggio ’68. Ma chi è Benedetto e chi è Carmine? ‘L’ unica certezza è nostra madre al centro. Neanche lei si ricorda’. Ma per le coppie più giovani è tutta un’ altra storia. Camilla e Carlotta Ghislotti, 12 anni, di Moconesi (Genova) frequentano classi diverse, ai corsi di danza partecipano rigorosamente separate, non si vestono mai in modo uguale e persino il compleanno del 9 giugno hanno pensato fino all’ ultimo di festeggiarlo ognuna per conto suo: ‘Ma poi si sono ricredute – sorride la mamma -. Nonostante tutto si adorano’. Ciascuno a caccia della sua autonomia. Anche con giochi identici ma in doppia copia: per mettere pace in famiglia, i Lops hanno dovuto comprare a Federico e Dario due Spider-Man uguali. Emma e Dante Michelini, 3 anni e mezzo di Trento, frequentano invece lo stesso asilo: ‘Per farsi compagnia e coraggio. Ma la verità è più per la comodità della mamma. Eppoi mio marito ha un fratello identico. Sono cresciuti incollati, senza nessun trauma’ ”.

I Bryan riassumono la loro storia e tutte le altre. Riassumono lo stupore degli altri, l’ilarità di molti, la curiosità di tanti. Centrifiguano il tutto in un successo strepitoso e mettono in chiaro un sacco di cose. Per loro e per noi. Perché il trionfo racconta che non esiste soltanto l’imponderabile nel rapporto gemellare: si può costruire una collaborazione, una alleanza, una strategia esattamente come se la coppia fosse costituita da estranei. A quel punto la gemellitudine è il valore aggiunto.

Due gemelli sono due persone, due individui, due identità, due caratteri. Il resto è mitologia. Anche qui, provate a chiedere a un gemello. Dirà che il confine tra la realtà e la leggenda a lui è chiarissimo

Sì, è un rapporto diverso. Sì, è qualcosa di speciale. Ci sono migliaia di ricerche scientifiche che hanno cercato di capire tutto il possibile sul mondo dei gemelli: la genetica, la biologia, la psicologia. Come in pochi altri campi, le leggende metropolitane e i risultati della scienza convivono. Le storie dei gemelli separati alla nascita che si ritrovano e scoprono di aver avuto le stesse svolte della vita, le mogli o i mariti con lo stesso nome, i figli nati negli stessi giorni, la stessa razza di cane, ecco queste storie hanno riempito i quotidiani dell’ultimo trentennio. Perché rovinare una bella storia con la verità, in fondo? Per fortuna ci ha pensato il cinismo (e il realismo della ricerca scientifica). Nel libro “Identically different”, il genetista inglese Tim Spector riassume quello che l’epigenetica ha scoperto finora, grazie anche allo studio dei gemelli. Repubblica, qualche tempo fa ne raccontò i risultati: “Se monozigoti, ai nostri occhi appaiono assolutamente identici perché i tratti fisici come l’altezza, la conformazione ossea e il tipo di pelle sono quelli più legati all’espressione di base dei geni. «Noi, come altri gruppi nel mondo», dice Spector, «studiamo salute, fisiologia e psicologia dei gemelli identici, che hanno lo stesso Dna, comparando i risultati con quelli ottenuti con gemelli non identici, che hanno in comune la metà del Dna. Sia i gemelli identici che i diversi, condividono età e ambiente di vita: misurando quindi le differenze fra i due membri delle singole coppie – si tratti di malattie contratte o di tratti di personalità sviluppati – si può cercare di risalire a quanto ogni caratteristica dipenda dai geni ereditati»”. Sinteticamente: due gemelli sono due persone, due individui, due identità, due caratteri. Il resto è mitologia. Anche qui, provate a chiedere a un gemello. Dirà che il confine tra la realtà e la leggenda a lui è chiarissimo: è vero, può capitare a due gemelli di pensare la stessa cosa nello stesso momento. E’ successo di canticchiare la stessa canzone a un Oceano di distanza, di telefonarsi e così rendersi conto che sì, entrambi stavano pensando alle parole di quel brano. Ma te lo spieghi senza molti problemi: se cresci ogni minuto della tua vita con un’altra persona, se assimili le stesse cose, se condividi emozioni, sensazioni, sapori, la possibilità di avere la stessa reazione a uno stimolo (una canzone, per esempio) aumenta a dismisura. E’ telepatia, questa? Boh. C’è qualcosa, di certo. Ma se Mike prende una palla in faccia mentre stanno giocando, non è che a Bob venga lo stesso dolore al naso. L’esempio risponde a un altro dei quesiti che ricorrono nella vita di un gemello: è vero che se tu sei a Milano e ti fa male la pancia, tuo fratello anche a tuo fratello a New York  farà male la pancia nello stesso momento? Non è così, perché anche qui basta capirsi: è ovvio, scontato, banale che se uno vede il fratello con cui ha vissuto tutta la vita che in quell momento non sta bene, proverà un disagio. E’ la somatizzazione del problema dell’altro e succede tra genitori e figli, tra moglie e marito, tra padre e madre. Succede tra fratelli, se poi questi fratelli hanno avuto le stesse esperienze di vita, la stessa educazione, lo stesso nutrimento emotivo allora  la condivisione aumenta naturalmente.

E’ certo che  Mike abbia provato un’emozione diversa, l’altro giorno a Wimbledon. E’ certo che anche Bob ne abbia provato una diversamente diversa. Perché ognuno di loro ha gioito per sé, ma pure per l’altro. Perché ognuno di loro sa meglio di ogni altro quando fosse importante quell traguardo per il fratello. Qui sì, scatta qualcosa che supera i confini della collaborazione e dell’alleanza.  Qui sì si entra in un campo che è totalmente loro. E’ la vita fatta insieme che emerge in una volta: neonati, bambini, adolescenti, giovani, uomini. E’ la condivisione di ogni momento che emerge quando meno te l’aspetti. Ce l’hai dentro, la tiri fuori quando arriva l’altro, quello come te: è un altro, ma sei tu ora a chiedergli di fondersi. E’ la vittoria di due che diventano uno per scelta, non per imposizione di un codice genetico. La scelta affonda le radici nella vita, nella famiglia, nel futuro. Uno che è gemello lo è per sempre. Le domande degli altri sono un corredo dell’esistenza, sono un disagio che fa contorno, forse fa anche scena. Bob e Mike hanno dimostrato che i gemelli sono persone, non un’entità metafisica. Basta guardare oltre un volto simile a un altro.

 

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