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L’addio a Google di Eric Schmidt

Insieme a Larry Page e Sergey Brin ha fatto parte del triunvirato che per 17 anni ha guidato Google: perché le sue dimissioni segnano la fine di un'epoca.

Larry Page e Sergey Brin sono cresciuti ormai. Non hanno più bisogno della «supervisione adulta» di Eric Schmidt. Questo, in sostanza, sembra essere il senso delle dimissioni del presidente esecutivo di Alphabet, la holding a cui fa capo Google. Il suo volto affidabile e rassicurante non è più indispensabile. In attesa della nomina del successore, che probabilmente non avrà deleghe esecutive, sono tutti concordi nell’affermare che si tratta della fine di un’epoca. Quando Schmidt fu nominato Ceo di Google, diciassette anni fa, Page e Brin avevano ventisei anni, la loro compagnia appena 24 mesi e non più di 200 dipendenti (oggi sono 75mila in tutto il mondo). I due studenti di Standford avevano le idee chiare sui loro obiettivi, ma sapevano di non avere abbastanza esperienza per realizzarli da soli. Si affidarono quindi a quest’ingegnere di Washington classe ’55. Il colloquio per l’assunzione avvenne nel settembre 2000, al numero 1.600 di Amphitheatre Parkway a Mountain View. Brin e Page seduti ai lati del tavolo di cristallo spensero le luci nella sala per proiettare sul muro il curriculum di Eric Schmidt.

«This is your biography», gli dissero. Poi per un paio d’ore i due ragazzi analizzarono e criticarono le scelte di Schmidt nella sua precedente azienda, la Novell, di cui era stato Ceo per quattro anni. Schmidt capì il gioco, non reagì alle provocazioni, incassò e rimase tranquillo. Solo una volta uscito dalla stanza, gli venne un dubbio: come avevano avuto una sua biografia così dettagliata? Lui non aveva mai consegnato loro un curriculum. Brin e Page l’avevano ricostruito da soli, facendo ricerche su Google. Sei mesi dopo, Schmidt era il Ceo della loro azienda. Era nato così il triunvirato che in diciassette anni ha guidato Google. Fu Schmidt che nel 2004 portò Google a diventare una Spa, a lanciare una Ipo e a quotarsi in borsa. Durante il suo mandato da Ceo, Google ha notevolmente ampliato la sua infrastruttura e diversificato le sue offerte di prodotti – Google Maps, Gmail, YouTube e Android.

Nel saggio Effetto Google. La fine del mondo come lo conosciamo, Ken Auletta ha spiegato che, superate le difficoltà iniziali, la convivenza tra Schmidt e i due co-fondatori di Google ha trovato nel corso degli anni un proprio equilibrio, permettendo alla società di espandersi e al tempo stesso di sperimentare nuovi prodotti. Da una parte Brin e Page si dedicavano agli aspetti creativi e di sviluppo, mentre Schmidt aveva il suolo di supervisore, occupandosi della burocrazia e delle strategie per far crescere la società. Il Ceo interveniva senza farsi particolari problemi nelle scelte dei due cofondatori, cercando quando necessario di limitarne l’esuberanza. Cosa che a lungo andare ha complicato la convivenza ai vertici della società. Nel 2011 Schmidt fu sostituito nel ruolo di amministratore delegato da Page, rimanendo presidente esecutivo di Google. Da quando nel 2015 Google si è riorganizzata in Alphabet, Schmidt è diventato una sorta di ambasciatore della compagnia e figura di riferimento dell’azienda a Washington.

CEO's And Corporate Executives Gather For Annual Allan And Co Gathering In Sun Valley

E nel suo ruolo diplomatico, Schmidt negli ultimi anni ha portato avanti una campagna contro la Cina e la sua cyberwarfare, la guerriglia via internet. Nel 2013, nel saggio The New Digital Age scritto con l’ex diplomatico Jared Cohen, Schmidt arrivò a teorizzare uno «scontro di civiltà digitale» tra l’occidente e Pechino. Una dicotomia tra autocrazie chiuse e democrazie aperte. Una riflessione cupa sul futuro tecno-geopolitico basato però su categorie del passato: sfere d’influenza digitale, blocchi online, cortine di fibra ottica. Una visione da guerra fredda, affiancata a discutibili scenari tecno-utopistici.

«Larry, Sergey, Sundar e io crediamo che sia il momento per una transizione, nell’evoluzione di Alphabet. La struttura della holding sta funzionando bene e Google e Other Bets stanno prosperando». Così recita il comunicato ufficiale di uscita di Schmidt, che per l’ultima parteciperà a gennaio a un consiglio di amministrazione della società. L’inclusione nel testo del nome di Sundar Pichai, attuale Ceo di Google, segnala un cambio degli equilibri di potere, la possibile nascita di un nuovo triumvirato. Ma in questi ultimi giorni si sono sprecati gli esercizi di esegesi del comunicato stampa, per capire i veri motivi della decisione. Due le interpretazioni alternative all’addio di Schmidt. La prima: l’ormai ex presidente esecutivo aveva da sempre rapporti molto stretti con i democratici. Aveva sostenuto Barack Obama e si era esposto molto nella campagna presidenziale di Hillary Clinton. Non era più l’uomo giusto per tenere le relazioni istituzionali con Washington nell’era Trump.

La seconda interpretazione s’intreccia invece con il caso Weinstein e le sue ricadute negli Stati Uniti. Schmidt, sposato da 37 anni, era noto da tempo per una vita sentimentale esuberante. Nel 2012 la moglie aveva rivelato che avevano cominciato a vivere esistenze separate, perché si sentiva come «una valigia al suo seguito». Eric era stato legato a diverse partner, come Kate Bohner, Marcy Simon, Danya Perry e Ulla Parker, e si raccontava che avesse comprato un attico da 15 milioni di dollari nel Flatiron District di Manhattan per le sue scappatelle. I media statunitensi hanno indagato a lungo, sperando invano di raccogliere denunce di abusi. Eppure nel clima di caccia alle streghe montato in queste settimane, Page e Brin potrebbero aver considerato che un passo indietro di Schmidt avrebbe evitato eventuali guai alla società.

Schmidt possiede l’1,3% della compagnia di Mountain View. Ha fatto sapere che ora si dedicherà alla sua fondazione benefica. Manterrà comunque un ruolo di consigliere tecnico in Alphabet, per continuare a lavorare sui progetti a cui tiene di più, come lo sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa. Nel 2004 in un’intervista a Fortune rivelò: «Larry, Sergey e io abbiamo deciso che lavoreremo insieme per altri 20 anni. Allora avrò 69 anni e, a quanto mi dice una ricerca su Google, dovrei vivere fino a 84, quindi dovrei stare ancora bene». Oggi Schmidt ha 62 anni e un patrimonio personale di 11 miliardi di dollari.

 

Foto Getty

 

 

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