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Enter the Wu Tang

Sono passati venti anni esatti dall'uscita del primo disco del Wu Tang Clan, album che ha contribuito a cambiare la storia del rap e della musica nera americana.

Il modo migliore per andare da Manhattan a Staten Island è prendendo un grosso ferry arancione che si stacca da un approdo nei pressi di Battery Park. A seconda dell’orario il traghetto parte ogni 15 o 30 minuti e – un po’ per le grandi dimensioni, un po’ per l’alta frequenza – non succede spesso che sia pieno. Probabilmente anche perché, nonostante sia esteso quasi il triplo di Manhattan, con i suoi 470.000 abitanti – perlopiù bianchi middle e working class – Staten Island è di gran lunga il meno popoloso dei “five boroughs” di New York City e senza dubbio il meno famoso e visitato.

A inizio anni ’90 Staten Island deteneva un altro primato “negativo”, particolarmente sentito nella città dove l’hip-hop è nato: era l’unico borough a non aver ancora dato i natali a nessun fenomeno rilevante in materia appunto di rap.  Il Bronx, South Bronx per la precisione, ne aveva accolto la nascita negli anni ’70 – Kool Herc, Afrika Bambaata etc – e da lì sviluppato una solida tradizione proseguita da artisti come Boogie Down Productions, Slick Rick, Lord Finesse per nominarne alcuni soltanto; Brooklyn aveva già “dato” mc fondamentali come Big Daddy Kane oltre a produttori e gruppi che avrebbero fatto la storia del genere quali Dj Premier e i Beastie Boys; persino la “ricca” Manhattan, grazie soprattutto alla “povera” Harlem, aveva contribuito in modo significativo con Kurtis Blow, Kool Moe Dee e i suoi Treacherous Tree; e non parliamo poi del Queens che – da Marley Marl ai Run D.M.C., da LL Cool J a Kool G Rap – sfornava talento a ciclo continuo.

Staten Island? Molto semplicemente “non era sulla mappa”, come si dice nel gergo.

Poi è arrivato il 9 novembre 1993 e, da un giorno all’altro, almeno in materia di hip-hop, non era più possibile ignorare l’esistenza del “quinto quartiere”. Quel giorno è uscito Enter the Wu Tang (36 Chambers), il disco con cui un maxi-collettivo di rapper chiamato Wu Tang Clan – composto da sette ventenni di Staten Island e due di Brooklyn – si è presentato al mondo. Pressoché unanimamente considerato tra i cinque album più influenti per la storia del genere e tra i più importanti in assoluto del suo decennio, Enter the Wu Tang sta al rap come Velvet Underground & Nico sta alla storia della musica “alternativa” o il tris Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde sta a quella del cantautorato di matrice folk. Proprio come quei dischi, se paragonato ai suoi contemporanei, Enter the Wu Tang sembra un album piovuto da un altro pianeta più che il frutto di un processo di evoluzione e rielaborazione stilistica delle prerogative del genere a cui appartiene. Più che un passo in avanti, EtWT compie un salto in un’altra dimensione regolata da leggi fisiche differenti.

Enter the Wu Tang sta al rap come Velvet Underground & Nico sta alla storia della musica “alternativa” o il tris Bringing It All Back HomeHighway 61 RevisitedBlonde on Blonde sta a quella del cantautorato di matrice folk

Alla data del 9 novembre 1993, il rap Usa si poteva sommariamente ricondurre a due macro-approcci: uno – più melodico e in voga sulla costa Ovest, Los Angeles e dintorni – attingeva dal P-Funk di George Clinton distinguendosi per il massiccio uso di tastiere, sintetizzatori e talkbox; l’altro – più essenziale e in uso a New York e in generale sulla costa est degli Stati Uniti – prediligeva l’utilizzo di campioni e break ripescati dal funk e dal jazz. Rispetto a queste due tendenze di massima e seppure comunque più imparentata con la seconda che con la prima, Enter the Wu Tang proponeva una ricetta mai provata prima.

La mente dietro tutto il progetto era un giovane poco più che ventenne – nato a Brownsville, l’enclave più violenta di Brooklyn, ma cresciuto a Staten Island – di nome Robert Diggs. Con il nickname Prince Rakeem, nel ’91 Diggs aveva tentato una prima avventura discografica dall’appeal decisamente soft e commerciale, che non aveva però ottenuto il riscontro sperato e così, già l’anno seguente, aveva deciso di mettere insieme un gruppo che gli lasciasse la libertà di elaborare la propria estetica musicale senza troppi compromessi con le sonorità del periodo. Per segnare una svolta rispetto al passato Diggs aveva deciso di cambiare il proprio nome d’arte in RZA, dopodiché aveva iniziato a radunare intorno a sè alcuni dei rapper più talentuosi che frequentava a Staten Island, attraverso un network di amicizie che risalivano ai giorni dell’high-school. Alla fine ne arruolò 8, un numero spropositato e mai visto prima per un gruppo rap, e battezzò il gruppo con il nome Wu Tang Clan, in omaggio a Shaolin and Wu Tang: un film di kung-fu “alla Bruce Lee” prodotto, diretto e interpretato nel 1983 da Gordon Liu (il “maestro” Pai Mei di Kill Bill).

Traslitterando la realtà della strada della New York post-epidemia del crack in una lotta tra stili di kung-fu nella Cina feudale, il Wu Tang Clan è stato il primo collettivo rap a creare un immaginario separato dal contingente

La passione per le citazioni di B-movie non erano elementi del tutto estranei alla scena rap newyorkese, tuttavia di solito si trattava di film “Blaxploitation” e i riferimenti erano sempre piuttosto laschi. L’interesse di RZA per i film d’importazione orientale e la conoscenza che aveva di essi erano invece filologici al punto da, letteralmente, “informare” tutto ciò che faceva; tanto che i primi dischi da lui prodotti non solo erano farciti di sequenze di dialogo “ritagliate” da quelle pellicole ma erano – quasi al limite del concept album – pensati se non come dei film, almeno come dei veri e propri scenari da “gioco di ruolo”, in cui ogni rapper sviluppava un personaggio e recitava una parte a seconda delle caratteristiche del proprio stile. Traslitterando la realtà della strada della New York post-epidemia del crack in una lotta tra stili di kung-fu nella Cina feudale, il Wu Tang Clan è stato il primo collettivo rap a creare un immaginario separato dal contingente, a rendere interessante e cool la possibilità di fantasticare ed evadere con l’immaginazione; spostando un po’ gli assi di una cultura estremamente materialista e/o dai toni drammatici come quella del rap dell’epoca.

L’originalità di EtWT ovviamente non sta solo nell’immaginario eccentrico di cui è imbevuto ma soprattutto nel suo impianto sonoro. Laddove, come si è già detto, il rap di inizio anni ’90 pagava i suoi debiti soprattutto al funk, come produttore RZA prediligeva trarre i suoi campioni dal soul, dal northern soul e dalle colonne sonore dei film di cui era avido spettatore e, anziché utilizzare batterie tonde e precise, preferiva impastare questi materiali con “disegni” ritmici estremamente scarni ed essenziali. Se a tutto questo si aggiunge che, un po’ per scelta e un po’ per necessità economica, la grana delle registrazioni di EtWT era estremamente ruvida, con bassi estremamente saturi e alti estremamente pitchati, si ha un’idea di come Enter the Wu Tang offrisse un composto sonoro decisamente “hardcore”, che per musicalità (o forse sarebbe più corretto dire per assenza di concessioni alla musicalità) non assomigliava a niente che si fosse sentito prima e, al momento della sua uscita, sembrava destinato a permanere e spegnersi rapidamente nell’underground newyorchese e non certo a diventare uno dei principali fenomeni musicali globali degli anni ’90.

Il primo disco del Clan ha segnato insieme la fine dell’old-school, dell’infanzia del genere, e l’inizio di una fase storica che avrebbe portato il rap a diventare il genere forse più influente dell’ultimo decennio

Inedito era anche l’approccio del Wu Tang Clan al rap, inteso come la parte vocale delle canzoni. Il gruppo lo aveva reso immediatamente chiaro fin dall’apparizione del primo singolo, “Protect Ya Neck”, uscito qualche mese prima del disco. Nell’arco di neanche cinque minuti, su un beat allo stesso tempo essenziale nella struttura e pieno di chinoiserie nell’arrangiamento, i 9 mc del gruppo si alteravano in una folle girandola di stili, ognuno estremamente riconoscibile e personale da tutti i punti di vista, resa ancora più frenetica e anarchica dal numero inusuale dei componenti del gruppo.

Se, prima dell’uscita di questo disco, il modo di rappare era perlopiù rimasto ancora estremamente legato alle origini del genere, i nove del Wu Tang furono tra i primi e sicuramente tra i più decisivi e rilevanti a rompere con quella tradizione sostituendo il “cantilenato” che la caratterizzava con uno stile più spezzato e sincopato, affrancando definitivamente il timbro vocale del rap da qualunque parentela con il “cantato”. Spingendo sempre più al limite, tecnicamente e metricamente, le possibilità di rimare dei rapper e contribuendo in modo incisivo alla definizione di un suo linguaggio esclusivo, più emancipato dalle pesanti eredità della black music, il primo disco del Clan ha segnato insieme la fine dell’old-school, dell’infanzia del genere, e l’inizio di una fase storica che avrebbe portato il rap a diventare il genere forse più influente dell’ultimo decennio.

Riascoltandolo oggi si scopre che Enter the Wu Tang è un disco da cui continua a sprizzare una creatività incontrollata, a volte ai limiti del caos e del non-sense, ma anche un disco pieno di imperfezioni, improvvisazioni, incompiutezze e stratagemmi da quattro soldi per aggirare le limitazioni imposte dagli scarsi mezzi con cui è stato realizzato. È un disco irripetibile che infatti il Wu Tang Clan non ha mai saputo ripetere; un album che non poteva essere migliore di com’è.

In una ormai famosissima intervista, a proposito di Velvet Underground & Nico una volta Brian Eno ha dichiarato: «Appena uscì non lo comprarono in molti quel disco, ma tutti quelli che lo comprarono in seguito divennero musicisti o critici musicali». Touré, un giornalista/critico di black music molto noto negli Usa, una volta ha scritto qualcosa di simile riguardo a Enter the Wu Tang: «È hip-hop che non troverai scorrendo le classifiche di Billboard ma stai sicuro che lo sentirai uscire da tutte le Jeep nei quartieri che contano».

 

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