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Come si scrive “faccina sorridente” in cinese?

Il progetto di due italiani in Cina: insegnare net art usando Instagram e le emojicon, riuscendo a capirsi, a stimolare la creatività e ad abbattere qualche gerarchia tra alunno e insegnante.

Qualche tempo fa una mia conoscenza ha tenuto alcune lezioni presso un’università milanese privata di cui non farò il nome. La mia fonte ha la mia stessa età, 26 anni, e quindi sono passati meno di dieci anni dalla sua ultima lezioni in classe “vecchio stile”, con i banchi piccoli da una parte e la scrivania grande del Professore di fronte. Eppure, mi ha spiegato, tutto è cambiato: ai nostri tempi (circa otto anni fa) il massimo dello sballo e della distrazione erano i giochini di cellulari – parliamo di apparecchi pre-iPhone – e qualche mini-console tipo il Nintendo Ds per i palati più fini. Se volevi tenerti in contatto con una persona all’esterno della classe, dovevi fare manca (“bigiare” in terra veneziana) o mandarle un sms. Oggi gli studenti possono scambiarsi foto, mandarsi link, commentarsi l’esistenza su qualsiasi social network, il tutto mentre giocano a giochetti incredibilmente sofisticati. Non è un caso che uno dei problemi avuti da questa mia conoscenza sia stata la scarsissima attenzione degli alunni. Difficile essere concorrenziali in quella nebbia di notifiche. Ma pensate quanto più complicato sarebbe stato se quella classe avesse parlato una lingua diversa dalla sua. Il cinese, per esempio.

Non è un caso che abbia scelto proprio il cinese perché conosco una persona, un’altra persona, a cui è davvero successo di insegnare in Cina. Si chiama Giorgio Mininno e lo scorso novembre ha tenuto un corso di Computer Art con Giovanni Fredi alla Laba International Academy of Arts di Ningbo, nella regione dello Zhejiang. Mininno, art director di Gummy Industries (azienda che ha lavorato insieme a Studio, Nda) ha poi raccontato la sua esperienza su Medium. È una storia interessante perché ha un finale a sorpresa: ricordate le distrazioni tecnologiche che elencavo poco fa come un trombone? Sono state la soluzione ai drammi comunicativi tra gli italiani e il pubblico cinese. I due hanno infatti deciso di comunicare con i loro alunni tramite Emoji, quelle emoticon molto più dettagliate delle primordiali :) e :-D e che impazzano negli scambi telematici: faccine, animaletti, disegnini e cagnolini. Quelle cosine lì.

«Come docenti occidentali è stato veramente difficile instaurare un rapporto diretto con gli studenti,» mi ha raccontato Mininno via email, «sicuramente per via della lingua ma anche perché di solito gli alunni non entrano in confidenza con il docente. A differenza di ciò che accade nelle accademie italiane, dove il dialogo tra maestro e discepolo è una delle attività più formative del corso di studi, in Cina durante la lezione lo studente tace ed esegue. Per “esegue” intendo “copia il lavoro del maestro”, pari pari. Impensabile chiedere a uno studente “cosa ne pensi?”: non abbiamo mai ricevuto risposte». Così hanno deciso di spezzare il meccanismo con Instagram, chiedendo loro di postare immagini legate ai loro lavori: «Inaspettatamente il “like” di Instagram, che è un’icona a forma di cuore, si è trasformato in uno strumento per dare coraggio agli studenti, per gratificarli e metterli in competizione tra loro». Il cuore è stato solo il primo simbolo a rompere le barriere linguistiche e culturali tra classe e insegnanti, creando «un canale esterno all’università e completamente autonomo». Il passo successivo sarebbe stato un po’ più radicale.

Gli studenti cinesi non sono elettrizzati dalla net art, troppo legata alla storia dell’arte contemporanea occidentale e per loro distante, bizzarra, esotica: nella nostra società, infatti, «uno degli obiettivi di una persona creativa è l’originalità, essere differente dagli, fare qualcosa di nuovo», ha raccontato Mininno su Medium. La tradizione cinese è radicalmente diversa perché la copiatura, l’ambiente culturale e le leggi agiscono da anestetizzante dell’iniziative personale: «La scelta di usare le Emoji è nata dal programma del corso che abbiamo strutturato, focalizzato sulla computer art e sulle sue più recenti evoluzioni». E quindi foto scattate con cellulare, Vine girati a casa e tutti quei simboli che nelle nostre conversazioni digitali si sostituiscono a parole, reazioni, frasi intere. Elementi che sono già stati sfruttati artisticamente: lo scorso dicembre si è svolta la prima mostra ufficiale di “Emoji art” in quel di New York (e dove sennò?), pochi mesi fa è uscita una prima traduzione di Moby Dick scritta utilizzando questo codice illustrato, mentre Daniel Lopatin, artista noto come Oneohtrix Point Never, ha realizzato un video per il suo brano “Boring Angel” raccontando una vita umana tramite questi simboli. Sembra un po’ la sequenza iniziale di Up ma con faccine e icone.

«Volevamo che gli alunni trovassero ispirazione nel loro panorama quotidiano, fatto di pagine web, scrollbar, cursori, icone e link. Penso che le Emoji siano uno strumento fantastico, sono le miniature della nostra epoca, dotate di quella profondità di significato che può avere un solo simbolo fatto di pochi pixel». (Sulla “bellezza” di questi disegnini io e Giorgio abbiamo opinioni opposte, ma d’altronde è lui che ha tenuto un corso a dei ventenni cinesi usando le faccine e io mi sono già dimostrato un trombone in erba; facciamolo parlare.)

In pochi giorni, l’interprete messo a disposizione dall’Università non era più necessario: i due prof avevano trovato il modo di sfruttare la simbiosi tra studenti e smartphone facendogli creare qualcosa con quel mezzo che conoscevano così bene; i caratteri universali Emoji e Unicode hanno fatto il resto. Usando una tavolozza sterminata ma comune, gli alunni doveva raccontare una storia personale, aprirsi per la prima volta con i loro compagni e i loro insegnanti. Non solo, anche fotografare il loro campus, i loro dormitori o quello che gli capitava di vedere per strada durante il giorno. Il tutto in una logica paritaria, in cui tutti votavano e commentavano le creazioni altrui con una lingua speciale, da carbonari, utile soprattutto ai due italiani visto che «il cinese è una lingua priva di sfumature: potevo dire ai miei studenti che un esercizio andava bene o male, non potevo dirgli che andava benissimo. Un “semplice” lavoro di gruppo, insomma, ma qualcosa di molto speciale per un sistema scolastico in cui la gerarchia conta e di solito non prevede simili scambi culturali.

Linguisticamente parlando, infine, queste icone un po’ dozzinali possono rappresentare un ponte tra due lingue e culture diverse. Un alfabeto fatto di immagini e metafore è più simile alla lingua cinese che alla nostra. Ogni simobolo Emojicon o Unicode ha un solo significato: una nuvola è una nuvola in tutto il mondo e un sorriso è sinonimo di felicità dappertutto. Sono pittogrammi universali – e allora perché non usarli per raccontare una storia?

Potete trovare le opere della classe di Mininno e Fredi su Instagram sotto l’hashtag #labaemoji.

 

Immagine: “Don’t be afraid, I will find you!” e “The life cycle”, @vuhan_fan; “Street Flag”, @greencolaa.

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