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Gli Emmy, parliamone

Come sono andati quest'anno? Una riflessione sulla persistenza di Breaking Bad, su quelli che vincono sempre, sui grandi esclusi, sulla giusta definizione di "miniserie" e su altre cose di cinema.

Mentre voi lunedì notte dormivate, a Los Angeles, per la precisione al Nokia Theatre, s’è tenuta la sessantaseiesima premiazione dei Primetime Emmy Awards. Si tratta dei riconoscimenti per i programmi di prima serata della televisione americana. O, in modo più comprensibile, i premi per le migliori serie televisive, le miniserie, i film per la tv e i programmi d’intrattenimento. Ovvero di tutto quello di cui parliamo quando incontriamo i nostri amici. Come ci divertivamo prima dell’avvento delle serie televisive? Andavamo in discoteca? Al bar? Al cinema? Non ricordo. Non mi sembra. Potrei sbagliarmi, ma forse non c’è mai stato un passato. Ora so solo che quando ci vediamo, si discute solo di quello. «Hai già visto quella serie? Ma hai riconosciuto quell’attore che si era visto di sfuggita per sette fotogrammi in quell’altra serie, che è la mia preferita di sempre ma che hanno ingiustamente chiuso dopo solo una stagione?» Insomma, gli Emmy sono una questione molto seria. Riconoscimenti che pesano come macigni e che fondamentalmente vengono dati per darci ragione o torto nelle discussioni di cui sopra. Vediamo cos’è successo lunedì notte.

Agli Emmy ci sono delle categorizzazioni molto importanti. Per prima cosa, come ai Golden Globe, si dividono le serie in Drama e Comedy. Da una parte quelli che fanno ridere. Dall’altra quelli seri. Poi ci sono le miniserie, i film per la televisione, i varietà e i talent show. Tutto molto bello, tutto molto chiaro. Solo che guardando poi con attenzione le nomination, qualche dubbio è lecito farselo venire. Per esempio: quest’anno nelle serie Drama è stato inserito True Detective. Lo conoscete tutti e ne abbiamo parlato anche qui. Si tratta di una prima stagione composta da soli otto episodi. La second season – in produzione mentre scriviamo – avrà un’altra storia, un’altra ambientazione e altri protagonisti. Nella categoria miniserie è stata invece inserita Fargo, altro show di cui vi abbiamo parlato proprio qui. La prima stagione di Fargo è composta da soli dieci episodi. La seconda stagione, già confermata, avrà un’altra storia, un’altra ambientazione e altri protagonisti. Ora, qualcuno è in grado di spiegarmi la differenza che passa tra questi due programmi? Perché uno è considerato un drama e l’altro una miniserie? Sempre per lo stesso motivo, perché American Horror Story è una mini? Parliamo della terza stagione di uno show da 12 o 13 episodi a volta… Posso capire che prodotti come gli inglesissimi Luther o Sherlock, tre puntate all’anno della durata di un’ora o un’ora e mezza l’una, vengano inseriti tra i candidati come miglior miniserie, ma in alcuni casi – ripeto – rimane qualche perplessità.

C’è, sul piccolo schermo, un prima e un dopo Breaking Bad. E questo è fuori di dubbio.

Ma il problema in realtà non si pone. Perché? Semplice: tra i Drama ha vinto quasi tutto quello che si poteva vincere Breaking Bad. Ancora? Sì, ancora. E giustamente, aggiungerei. Miglior serie, miglior attore protagonista per Bryan Cranston, miglior attore non protagonista per Aaron Paul e miglior attrice non protagonista per la donna che tutti noi amiamo odiare, ovvero la bravissima Anna Gunn. Non solo: è stata anche premiata la sceneggiatura dell’episodio più bello che mai visto nella storia della televisione tutta, ovvero “Ozymandias”, il 14° della 5 stagione o, per essere più chiari, il terz’ultimo. “Ozymandias” non è solo il  nome del personaggio forse più bello di Watchmen, il fumetto definitivo scritto da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons, ma anche il soprannome di Ramesse II, faraone della 19esima dinastia dell’Antico Egitto. Ancora, alla statua di Ramesse Il Grande – oggi conservata al British Museum – pare essersi ispirato Percy Bysshe Shelley per il più famoso poemetto romantico mai scritto. Tra quei versi è possibile leggere l’inevitabile crepuscolo che prima o poi condanna tutti gli uomini di potere e che sancisce la fine dei loro imperi. Una puntata devastante, perfetta (intitolata in italiano semplicemente Declino). Per chi scrive la vera fine di Breaking Bad, o quella che avrei preferito. Un riconoscimento giusto a una serie che, non solo è stata capace di raggiungere tali vette, ma che ha vinto così tanti premi e per così tanti anni di seguito proprio perché, a differenza di molti altri prodotti del genere, è riuscita a mantenere livelli altissimi per ben sei anni consecutivi. E sei anni sono tanti. Volete chiederlo a Damon Lindelof quanto durano sei anni? Breaking Bad è, insieme a pochissimi altri esempi eclatanti, una serie televisiva che è riuscita a penetrare e modificare l’immaginario collettivo. Non ci ha solo raccontato una storia bellissima con un inizio e una fine. Non ci ha solo presentato una serie di personaggi indimenticabili (e lo spin off Better Call Saul che tutti noi attendiamo come la manna dal cielo ne è la prova). Ma ha soprattutto sdoganato uno stile registico e di messa in scena che difficilmente potremmo definire televisivo. C’è, sul piccolo schermo, un prima e un dopo Breaking Bad. E questo è fuori di dubbio.

Non è (ancora) così per la serie che oggi sembra essere la grande sconfitta di questa edizione degli Emmy: True Detective. La creatura di Nic Pizzolatto durante i suoi mesi di programmazione statunitense (in Italia non è ancora andata in onda) ha scatenato una forma di isterismo collettivo. In molti erano pronti a scommettere che quest’anno avrebbe fatto la voce grossa agli Emmy ma, sebbene forte delle sue cinque nomination, non è andata oltre una misera statuetta. C’è da dire che nel frattempo, proprio durante il mese di agosto, Pizzolatto s’è visto investire da delle serie accuse di plagio per il suo script. A quanto pare ci sarebbero delle evidenti somiglianze (per la precisione undici, di cui alcune “parola per parola”) tra la sceneggiatura di alcuni episodi della serie e il libro di Thomas Ligotti, The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror. Per ora Pizzolatto s’è difeso dicendo che le accuse sono infondate e che le idee filosofiche sono innate e che non possono essere plagiate. Vedremo come andrà a finire la questione. Detto questo, l’Emmy che si porta a casa la serie è molto importante: True Detective ha vinto il premio come miglior regia per il quarto episodio della serie, “Who Goes There”. Non so se l’avete visto, ma oltre ad essere assolutamente impeccabile per tutta la sua durata, ha un’impennata finale assolutamente mostruosa: un piano sequenza della notevole durata di più di sei minuti. Un vero e proprio tour de force tecnico che, anche in questo caso, avvicina di molto l’intrattenimento televisivo a quello cinematografico. Ma il premio in questione non è importante solo dal punto di vista tecnico. True Detective è un raro esempio di serie televisiva interamente diretta da solo un regista, il semisconosciuto Cary Joji Fukunaga. Mentre gran parte degli altri show, Breaking Bad e Fargo compresi, hanno una serie di registi che “imitano” uno stile, che è quello dettato dallo showrunner o dal pilota, qui c’è un suolo uomo al comando che impone un ritmo e uno stile personale. Un precedente importante.

Come ironicamente dicevano in uno spot delle serata i due protagonisti di Breaking Bad in compagnia di Julia Louis-Dreyfus: «i drama sono più importanti e seri delle comedy».

Dai Drama rimangono fondamentalmente esclusi due grandi nomi: Game of Thrones e House Of Cards. Entrambi con cinque nomination all’attivo, questi due show tornano a casa a mani vuote. Un vero peccato. Lo stesso lo possiamo dire per l’ennesimo premio dato, questa volta nella sezione comedy, a Modern Family, ancora una volta vincitrice come Miglior Serie dell’anno. La rivoluzione messa in atto dalla serie di Christopher Lloyd e Steven Levitan, ovvero quello di utilizzare la tecnica del mockumentary per raccontare le vicende di una famiglia che qualcuno di non particolarmente moderno potrebbe chiamare “non canonica”, ha da tempo perso la sua efficacia. Eppure viene premiata in continuazione, anche di fronte a eclatanti esempi di televisione “nuova”. È questo di Louie, la serie scritta, diretta, prodotta, girata e montata da Louis C.K. Un vero e proprio capolavoro di comicità allo stato puro che non smette di crescere ed evolversi anche dopo quattro stagioni. Lo stesso discorso lo possiamo fare per l’ennesimo premio dato a Sheldon di The Big Bang Theory, Jim Parson. Se le straordinarie doti dell’attore sono indiscutibili, è anche vero che durante quest’ultima stagione non c’è stato nessun guizzo particolare rispetto alle sette stagioni precedenti. Si poteva forse osare di più.  Ma questo sembra essere il vero limite della televisione statunitense. Come ironicamente dicevano in uno spot delle serata i due protagonisti di Breaking Bad in compagnia della straordinaria Julia Louis-Dreyfus: «i drama sono più importanti e seri delle comedy».
 

Nell’immagine in evidenza: il premio tanto bramato, l’Emmy Award.

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